Capitolo 3 – L'arrivo

1211 Parole
Emily La pressione dell'arma scompare. Il freddo del metallo abbandona la mia tempia. L'aria del garage mi accarezza la pelle dove era appoggiato il cane della pistola. È quasi piacevole. Quasi. Apro gli occhi. Non mi giro subito. Le mie gambe sono molli, pronte a cedere. Le mie mani tremano come foglie. Le stringo l'una contro l'altra, le nocche bianche. – Capo, ha visto il baule. La voce di Tony – l'uomo della cicatrice – è meno sicura adesso. C'è qualcosa nel suo tono… rispetto, sì, ma anche paura. Ha paura dell'uomo che è appena arrivato. – Ha visto un lucchetto rotto, Tony. Nient'altro. – E se mente? – Non mente. Come può esserne così sicuro? Non mi conosce. Non sa nulla di me. Mi ha vista trenta secondi fa. Eppure la sua voce è assolutamente certa. Neppure un dubbio. Neppure un'esitazione. Tony fa un passo indietro. Lentamente. Con cautela. Ripone l'arma nella fondina, sotto la giacca. Ma non mi toglie gli occhi di dosso. Mi sorveglia come un cane da guardia. Un dito ancora sul grilletto, pronto a tirare fuori l'arma al minimo allarme. Finalmente mi giro. L'uomo che ha appena parlato è in piedi all'ingresso del garage, nell'incavo della porta. La luce dell'esterno – un lampione giallo, stanco – disegna la sua sagoma. È alto, magro, elegante. Indossa un abito scuro. Blu notte, quasi nero. Tagliato su misura, si vede dal modo in cui il tessuto abbraccia le sue spalle, dal modo in cui le maniche cadono esattamente al punto giusto. Niente cravatta. I primi due bottoni della camicia sono aperti. Vedo l'inizio del suo torace, un'ombra, una promessa. Le sue spalle sono larghe. Le sue mani sono sottili – mani da pianista, o da assassino. Tutti e due, forse. Avanza nella luce del garage. Il suo viso appare. Giovane. Venticinque anni, forse ventisei. Capelli castani, leggermente in disordine, come se ci avesse passato le dita cento volte. Una mascella squadrata, un po' di barba – non una barba da hipster, solo quell'ombra che compare a fine giornata. E i suoi occhi. Scuro. Quasi neri. Profondi come pozzi. E mi stanno guardando. Mi guardano in un modo in cui nessuno mi ha mai guardata. Come se vedesse davvero me. Non il mio viso, non il mio corpo, non la mia tuta sporca. Me. Il mio interno. Non riesco più a respirare. È bello. Pericolosamente bello. – Come ti chiami? chiede. La sua voce è calma. Troppo calma. Come se non avesse mai paura di nulla. Come se il mondo intero fosse sotto di lui. – Emily, rispondo. La mia voce è debole, quasi impercettibile. Mi schiarisco la gola. Emily Parker. – Emily Parker, ripete. Dice il mio nome come se lo assaggiasse. Ogni sillaba. Ogni lettera. Fa vibrare la «r», quasi impercettibilmente. – Sei una meccanica? – Studentessa. In pausa. Lavoro qui per pagarmi gli studi. – Cosa studi? – Letteratura inglese. Voglio fare la professoressa. – La professoressa. Sorride. Un sorriso che non arriva agli occhi. – Vivi da sola? La domanda è troppo personale. Troppo precisa. Un uomo normale non lo chiederebbe a una sconosciuta in un garage nel cuore della notte. Un uomo normale chiederebbe «sei di qui?», «cosa fai nella vita?», domande senza importanza. Ma lui non è un uomo normale. – Sì. Lui annuisce. Lentamente. I suoi occhi scendono dal mio viso al mio collo. Sento il suo sguardo sulla mia pelle. È strano. Dovrei avere paura. Quest'uomo è il capo di un tipo che stava per spararmi. Quest'uomo è probabilmente un criminale. Un capo mafioso. Eppure qualcosa dentro di me si riscalda. Un calore che sale dal mio petto, che si diffonde nelle mie guance, nelle mie orecchie, nelle mie mani. – Questo anello, dice. Da dove viene? La mia mano tocca meccanicamente l'anello appeso alla catenina. Un gesto riflesso, quasi superstizioso. L'anello è d'argento, usurato dal tempo, annerito dagli anni. Un fiore inciso sopra. Un iris. L'ho guardato mille volte, conosco ogni dettaglio. L'unico ricordo che mi resta dell'orfanotrofio. – Perché volete saperlo? – Perché l'ho già visto. Si avvicina. Un passo. Due passi. È vicinissimo, ora. Così vicino che sento il calore del suo corpo attraverso i vestiti. Così vicino che vedo le piccole rughe agli angoli dei suoi occhi. Così vicino che potrei contare le sue ciglia. Il suo profumo mi avvolge. Legno, cuoio, qualcosa di speziato. Zenzero, forse. O cardamomo. Non so. Ma è inebriante. – Sei stata all'orfanotrofio Sant'Anna? chiede. Il mio cuore si ferma. Letteralmente. Fa un balzo, poi più nulla. Poi riparte, più veloce, più forte, come un tamburo di guerra. – Come fate a saperlo? Lui non risponde. Mi guarda. I suoi occhi si ammorbidiscono. Una frazione di secondo. Appena abbastanza perché io veda qualcosa – dolore, nostalgia, un ricordo che fa male. Poi il suo viso si richiude. Come un sipario che viene tirato. Più nulla. La maschera è tornata. – Tony, dice senza togliermi gli occhi di dosso. Finisci il carico. Mi occupo io di lei. – Capo, siete sicuro? – Ho detto: mi occupo io di lei. Non ha alzato la voce. Non ce n'è stato bisogno. Il tono era calmo, quasi educato. Ma Tony ha sussultato come se avesse ricevuto una frustata. Si allontana. I suoi passi risuonano sul cemento, poi si spengono verso l'altra estremità del garage. Lo sento aprire il baule, chiuderlo. Un motore si avvia. Una macchina esce. Tony è andato. Siamo soli, lui e io, in questo garage sotterraneo. La luce tremola. I neon stanchi ronzano come api morenti. Una lampadina lampeggia, sopra di noi, creando ombre danzanti sui muri. – Non hai visto niente, Emily, dice. Niente. Hai capito? La sua voce è cambiata. Non è più fredda. È quasi dolce. Quasi. – Ho visto un lucchetto rotto. Nient'altro. – Bene. Tira fuori il telefono dalla tasca. Le sue dita scorrono sullo schermo. Noto le sue mani – lunghe, sottili, ma non fragili. Vene evidenti. Nocche solide. – Dammi il tuo numero. – Cosa? – Il tuo numero. Ti ricontatterò per una macchina da riparare. – Volete pagarmi per una riparazione? È per questo che mi chiedete il numero? – È per questo, ripete. Per quale altro motivo? Sorride. Appena. Un angolo di labbra che si solleva. I suoi occhi si accendono. E capisco, in quell'istante, che mi sta prendendo in giro. Ma non cattivamente. Quasi gentilmente. Come si stuzzica qualcuno che ci piace. Gli do il mio numero. Le mie dita tremano mentre digito sul suo telefono. Lo schermo è caldo. Ha guardato dei messaggi prima di venire, forse. O ha fatto delle telefonate. Telefonate che non vorrebbe che io sentissi. Lui digita, registra. – Lucas, dice all'improvviso. – Scusa? – Il mio nome. È Lucas. Ripone il telefono. Mi guarda un'ultima volta. I suoi occhi scendono sul mio collo, sull'anello d'iris. Resta immobile qualche secondo, come se esitasse. Poi fa dietrofront. I suoi passi si allontanano. La porta del garage cigola, sbatte. Se n'è andato. Resto lì, sola, il cuore che batte, il respiro corto, le mani ancora tremanti. Lucas. Ripeto il suo nome nella mia testa. Ancora. Ancora. Come una preghiera. Come un incantesimo. Lucas. Mi sto innamorando di un uomo che stava facendo caricare un cadavere in un baule. Sono proprio stupida.
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