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2428 Parole
1 1971 Giovedì 8 aprile – ore 10:15 Non raggiungevano i sessant’anni in dodici, e Nina, pur sen­za perdere mai di vista la strada, li teneva d’occhio tutti quanti, incorniciati nello specchietto retrovisore. I loro visetti riflessi raccontavano emozioni indecifrabili, frutti di un’ingenuità che ancora si arrabattava per interpretare i messaggi del cuore. Il pulmino, un Volkswagen T2 relativamente nuovo ma già piuttosto malconcio, procedeva tossendo lungo la stradina acci­dentata, e Nina stringeva saldamente il volante per evitare che qualche buca o qualche sasso potessero convincere il veicolo a seguire tragitti alternativi e imprevedibili. Il centro abitato era ormai un ricordo, lasciato a sbiadirsi oltre una nuvolaglia pol­verosa. Campi deserti e verdeggianti avevano osservato il pas­saggio della donna e dei suoi giovanissimi passeggeri, prima che il chiassoso automezzo grigio, guastato qua e là da crostici­ne di lebbra rugginosa, abbandonasse anche loro per imboccare la strada che conduceva alle colline, e ai boschi che le nascon­devano. «Vi state divertendo, bambini?» La domanda raccolse uno sparuto groviglio di reazioni. Qualcuno annuì con vigore; ci fu chi azzardò un «Sììì…», ma senza eccessiva convinzione, e non mancò chi rimase in silen­zio, a bocca spalancata. Alcuni bambini continuarono a guarda­re fuori dai finestrini. Uno di loro tracciò con il polpastrello una serpentina che si impresse sul vetro come un sentierino fantasma, sovrapponendosi al paesaggio che fuggiva nel bril­lante mattino di primavera. La donna puntava a tratti lo sguardo allo specchio, ammiran­do i dodici bimbetti. I suoi occhi, liquidi, chiari, erano arrossati agli angoli da ragnatele di capillari. Un tic le fece fremere una palpebra. Erano piuttosto tranquilli, nonostante tutto. Qualcuno aveva accennato un pianto, prima di salire, ed era più che comprensi­bile. Ma Nina ci sapeva fare e non aveva faticato a convincerli. La prospettiva di una gita fuori programma nei boschi non po­teva che acquietare i loro animi, lo sapeva bene. C’era stato qualche istante di confusione al momento di scegliere chi sa­rebbe dovuto andare e chi no; quelli che erano rimasti giù, nel cortile dell’asilo, avevano strillato la loro frustrazione, squa­drando i compagni privilegiati mentre salivano con aria assorta. Ovviamente non potevano capire. Ma lo avrebbero fatto, sicu­ro. E adesso i suoi bambini erano lì, con lei, tutti e dodici, seri e composti. Non c’erano posti a sufficienza per tutti, ma erano talmente piccoli che non avevano avuto difficoltà a condividere alcuni sedili, raggiungendo d’istinto ragionevoli compromessi. I suoi bambini… Una manina si levò alta, d’improvviso, imponendosi nello specchietto. Nina stirò un sorriso, ma non parlò. Provava una profonda stanchezza, un torpore non del tutto sgradevole che pareva risalirle lungo le gambe per arrivare ad abbracciarle bu­sto e braccia. Uno sgarbato pulsare alla testa stava facendo di tutto per deviare la sua attenzione; ma non poteva permettersi di badare alle troppe distrazioni che il corpo continuava a pro­porle. Aveva una missione, e per nulla al mondo avrebbe per­messo che qualcuno o qualcosa la distogliessero dal compierla fino in fondo. Oscillando senza posa, una coroncina del rosario appesa allo specchietto continuava a graffiarle il viso con la piccola ombra di una croce. La strada sterrata le correva incontro, un nastro bruno e sas­soso che scendeva contro il pulmino mentre questo arrancava ad aggredirlo con gli pneumatici per spingerlo poi con caparbietà sotto il suo corpo di ferro. Le colline si gonfiarono, a poco a poco, sorgendo da ogni lato, facendo scomparire tratti di panorama e spalancandone altri, dipinti con schegge di cielo e frasche di smeraldo. Ignorata, la manina puntata verso l’alto prese ad agitarsi nel­lo specchietto, e Nina questa volta le diede soddisfazione. «Cosa vuoi, Lella?» La piccola mano si abbassò, cedendo il posto a una vocina un po’ roca. «Siamo quasi arrivati, Nina?» Quasi arrivati… Nina scalò una marcia, esaudendo la richiesta del motore, e si passò il dorso della mano sopra il labbro superiore. Tornando a stringere il volante, non poté evitare di notare la lucida mac­chia rossa spalmata sulle nocche. Anche il vestito era un po’ sporco. Essendo nero, però, non dava risalto alle chiazze scar­latte, le quali apparivano piuttosto come aloni un poco più bril­lanti che disegnavano sagome indistinguibili sul tessuto. La donna annuì, credendo che quel cenno del capo fosse suf­ficiente ad appagare la curiosità della bambina. Quando invece la domanda venne riformulata, questa volta quasi in sincrono con un altro paio di vocette, allora si riscosse. «Certo, bambini. Siamo quasi arrivati.» L’emicrania si andava facendo più severa, e il minuscolo pendolo ombroso a forma di croce le fluttuò attraverso una smorfia rugosa. Si stava facendo caldo, nell’abitacolo. La vaga fragranza del rinsecchito deodorante all’eucalipto abbandonato sul cruscotto si andava amalgamando con l’afrore di sudore e di sangue. «Ecco, guardate. Adesso entriamo nel bosco…» A quell’annuncio, uno sciame di gridolini festeggiò l’ingres­so del pulmino in un tunnel di frescura da cui i raggi del sole erano quasi banditi, se non sotto forma di granelli scintillanti passati al setaccio delle fronde. Nina continuò a procedere scarabocchiando con i battistrada ampie e incerte curve fra querce, lecci e betulle. Sulla carrozze­ria del T2 adesso sciamavano a nugoli le ombre delle foglie, e se qualcuno avesse avuto modo di osservare l’automezzo dall’alto avrebbe visto, con un minimo di immaginazione, un’enorme ma agile bestia roboante sulle tracce di una preda invisibile. I visi sparuti dei bimbi affacciati ai finestrini ora sfoggiavano espressioni gioconde, compiaciuti per essere or­mai giunti a destinazione dopo un viaggio durato poco più di un’ora. Terribilmente lungo, per bambini della loro età. Ora che la meta era vicina, il volto della donna parve oscu­rarsi come per un’inattesa eclissi. Il crocifisso appeso allo spec­chietto continuava a sobbalzare, assecondando il terreno acci­dentato; la sua piccola ombra, però, non si distingueva più, per­sa com’era nel diffuso, cangiante grigiore scagliato verso il basso dalla luce del sole. Le labbra di Nina presero a fremere, macinando un nervoso fantasma di preghiera. La strada andava stringendosi ai fianchi del pulmino. Bran­chi di bassi grovigli cespugliosi si avvicinavano alle ruote co­me curiosi animali sgraziati, e la donna seppe che il momento di rallentare era arrivato. Scalò ancora una marcia strappando al cambio una bolsa protesta, e l’automezzo si ribellò punendo i passeggeri con uno scossone che fece esplodere all’istante una selva di urletti di­vertiti. Nina continuò a pregare sottovoce, sbattendo rapida­mente le palpebre. Era il momento di fermarsi. Svoltò adagio, affidando il pulmino a una coppia di solchi terrosi divisi al cen­tro da una lama d’erbe, e lasciò che il T2 si appostasse in un re­cesso che l’attendeva fra due querce. Qui trasse un respiro pro­fondissimo, conservando per diversi secondi l’aria fintanto che non le divenne rovente nei polmoni, quindi la espulse con un fischio fra i denti serrati, le labbra sollevate e gli occhi chiusi. Il motore girò ancora qualche attimo a vuoto, in folle; poi un secco giro della chiavetta nel cruscotto pose fine al suo rantolo, e il freno a mano sollevato con vigore gracchiò un amen definitivo e inappellabile sopra quel piccolo pellegrinaggio verso l’oscurità. Silenzio. Improvviso, vagamente spaventoso. Ma durò poco. Quando i bambini si resero conto che il viaggio si era con­cluso, e che molto probabilmente il vero divertimento stava per cominciare, non trovarono modo migliore per esprimere la loro felicità che quello di spalancare le bocche ed esultare, riversan­do addosso a Nina un’ondata di «evviva» e «urrà», alternando parole intelligibili a vocali prolungate e stridule. Nina non si mosse. Rimase a guardare fissa davanti a sé, ansimando. Al di là del parabrezza chiazzato di insetti morti, la collina continuava a gonfiarsi verso l’alto, trascinandosi sul dorso un’impenetrabile bruma boschiva nel cui cuore la loro meta aspettava da giorni con infinita pazienza. Tutto era stato progettato con puntiglio. I tempi, il tragitto, l’ordine preciso delle azioni. E se Nina aveva nutrito qualche dubbio circa le sue capacità di portare a termine la missione adesso se ne vergognò, e sentì il bisogno di bisbigliare la pro­pria contrizione. «Perdonami, Padre, se ho dubitato del Tuo aiuto. Ora so che Tu sei al mio fianco e mi accompagni. Ti chiedo ora di donar­mi la forza di arrivare… fino in fondo.» «Possiamo scendere, adesso? Possiamo?» I bambini non erano più in grado di tollerare quell’incom­prensibile immobilità. Nina inspirò rumorosamente dal naso, passandosi i polpastrelli di pollice e indice sopra bocca e narici, quasi intendesse con quel gesto ricacciarsi dentro le risa e i pianti che le stavano ribollendo in gola. L’istinto la spinse a os­servarsi il viso allo specchio, e subito lo abbassò prima che qualcuno potesse accorgersi di come si fosse sporcata. Estrasse di tasca un lurido fazzoletto e si terse con gesti nervosi. «Possiamo? Possiamo…?» Nina si voltò. I bambini tacquero all’istante. «Adesso», cominciò a dire, scandendo le parole, «scenderete in perfetto ordine. Uno per volta. Se qualcuno di voi apre la bocca, rimarrà chiuso qui dentro. Siamo intesi?» Dodici visetti si pietrificarono a quelle parole. Diversi occhi si velarono all’istante di lacrime, che indugiarono sull’orlo del­le palpebre in attesa di scoprire se la donna avesse intenzione di continuare su quel tono. Ma Nina non voleva rovinare l’equilibrio che era riuscita a ristabilire. I suoi bambini dovevano amarla, non temerla. Quin­di alzò un dito e, sperando di poterli rassicurare affidandosi a voce e sorriso, aggiunse: «Bravi. Siete davvero bravi. Lo sape­vo, lo sapevo, lo sapevo…» Li fissò ancora per un po’, il baci­no ritorto nella scomoda postura di chi rimane seduto pur rivol­gendosi ad ascoltatori che gli stanno alle spalle. Poi: «Siete pronti a esplorare il bosco?» Si era aspettata un’esplosione di grida gioiose. Invece i bam­bini, memori della minaccia proferita appena un minuto prima, annuirono con energia, ma senza aprire bocca. Nina ne fu com­piaciuta. Sentì di amarli, profondamente e sinceramente. Meri­tavano davvero il dono che aveva preparato per loro. «Ottimo», sussurrò. E tornando a girarsi ascoltò il sommesso crepitio delle vertebre. Avvertì la mole di muta e perplessa impazienza che si agita­va dietro di lei, quindi decise che era il momento di muoversi. Non poteva sapere quanto tempo avesse a disposizione, prima che qualcuno si accorgesse di ciò che era successo. Anzi, era probabile che avessero già scoperto tutto. Una volta smorzata la confusione iniziale, immaginava, si sarebbero organizzati e avrebbero cominciato a cercarla. Riteneva comunque di essersi comportata piuttosto bene, scegliendo tragitti particolari che le avrebbero consentito di essere notata dal minor numero di persone, tagliando per campi e stradine secondarie. Però sapeva che presto o tardi sarebbero arrivati: era scritto nel suo destino, e lo accettava. Ma non l’avrebbero fermata. Padre, rimani al mio fianco, e guidami. La maniglietta di metallo rimbeccò con un cigolio risentito e finalmente la portiera ruotò sui cardini, permettendo a una fola­ta d’aria fresca e pulita di intrufolarsi con prepotenza e abbrac­ciarla. Nina scese con cautela e si stiracchiò come una vecchia pan­tera. I mille suoni della natura raggiungevano a fatica la soglia della sua percezione; il pulsare dentro la sua testa non le con­sentiva di cogliere appieno la varietà di stimoli esterni, selezio­nandoli e filtrandoli prima di sottoporli al vaglio del cervello. Era come se un invisibile alone la avvolgesse, una cappa in cui si intrecciavano dolore, paura, turbamento, ma anche esaltazio­ne, e una gioia sconfinata alla prospettiva di ciò che si stava per compiere. Colse con la coda dell’occhio l’indistinto movimento dei bambini all’interno del pulmino. Era poco più di un’onda va­riopinta e sfuocata, dietro ai finestrini sopra i quali il bosco aveva già stampato i suoi riflessi. Tenendo sollevato un dito, per trasmettere agli impazienti passeggeri che la stavano scrutando l’ordine di attendere, si di­resse a passi lenti verso il fondo del pulmino. Dodici testoline ruotarono come corolle di altrettanti girasoli. Giunta sul retro, Nina aggirò il mezzo e risalì la fiancata dirigendosi verso l’altra portiera. Dall’interno tutti la osservavano con occhi at­tenti, i respiri misurati, i cuori sospesi. La donna avanzava pen­sosa, fissandosi i piedi fasciati in un paio di sandali. Il suo cor­po magro, completamente nudo sotto l’ampio vestito nero simi­le a quello di una suora, fu percorso da un brivido mentre la brezza odorosa di resina le si insinuava sotto la gonna. I lunghi capelli grigio scuro oscillavano come un velo. Solitamente li teneva raccolti in una crocchia al di sopra della nuca, ma non quel giorno. Nulla poteva essere com’era mai stato, quel giorno. Aprì la portiera e, allungando un braccio, invitò i bambini a scendere. «Con calma. Uno alla volta. Non spingete. Uno alla volta…» Obbedirono senza fiatare, affidando le loro mani a quella di Nina per non cadere. Con saltelli goffi scesero dal pulmino, sollevando d’istinto gli sguardi a contemplare le magnificenti altezze degli alberi. Erano una nidiata di sospiri e gemiti, e Nina li valutò rapida­mente uno dopo l’altro mentre balzavano al suolo, così come aveva fatto quando erano saliti. La differenza, però, era che adesso gran parte dell’ansia si era dissolta, sostituita da una mi­surata premura che si stava tramutando in urgenza. Dovevano muoversi. «Bene, bambini. Siete stati bravissimi. Adesso mettetevi tutti in fila indiana… così, come quando andate a lavarvi le manine prima di andare in refettorio.» I bimbi si disposero secondo le indicazioni, abbozzando al­cuni incerti tentativi di ridacchiare, taluni portandosi la mano alla bocca per nascondere l’ilarità. Nessuno, però, osò parlare, nel timore di essere richiuso nel pulmino. Nina si pose in testa al piccolo corteo. «E adesso, come vi ho promesso, vi porterò in un posto… segreto!» Si permise un tocco d’enfasi sull’ultimo aggettivo, giusto per rendere più appetibile la meta e più sopportabile la camminata che li attendeva. Abbassò poi lo sguardo al bambinetto che le stava più vici­no, un morettino con gli occhi scuri come la notte. «Dammi la mano sinistra.» Il bimbo esitò, indeciso. «Que­sta», aggiunse Nina, indicandogli quella giusta. E il piccolo l’accontentò con prontezza. La mano ruvida e appiccicosa di Nina si chiuse amorevolmente sulla sua. «Adesso metti l’altra mano dietro la schiena e prendi quella della tua amichetta.» L’ordine fu eseguito all’istante. «E tu», continuò Nina, rivolgendosi alla biondina con le trecce, «fai la stessa cosa con chi sta dietro di te.» Quindi tornò a rivolgersi all’intera adunata. «Prendetevi tutti per mano, così… formiamo una bella catena, d’accordo?» I bambini, dopo qualche attimo di inevitabile smarrimento, riuscirono a concretizzare l’idea della donna. Non avevano mai sentito Nina parlare così tanto. Di solito era piuttosto taciturna, e seguiva con mansuetudine le indicazioni delle suore. All’asi­lo si era occupata raramente di loro. Adesso, invece, si improv­visava madre, e insegnante. Non che quel risvolto fosse poi co­sì importante, per loro, rispetto a tutto ciò che era accaduto e che stava accadendo quel mattino. Solo, ebbero modo di regi­strare il particolare e ne trassero un motivo di ulteriore confu­sione. «Se siete pronti fate sì con la testa.» Tutti annuirono. «Ora partiamo, ma mi raccomando: niente voci, niente ru­mori. Non dobbiamo disturbare gli animaletti del bosco. Avete capito?» Ancora teste che annuivano e occhietti sempre più accesi dall’impazienza. Nina stava per voltarsi e imboccare il sentiero che più di una volta aveva già percorso, da sola, nelle ultime settimane. Ma la sua attenzione fu attratta dalla sgualcita borsa di tela marrone che se ne stava accasciata sul tappetino gommoso accanto al posto del conducente, in mezzo a briciole di patatine secche. La afferrò con impeto, punendosi con un morso al labbro per la di­menticanza, e se la mise agilmente a tracolla usando il braccio libero. Il suo contenuto – una torcia elettrica e un coltello – le colpì il fianco. Un ultimo sguardo dietro di sé, a quei frammenti di campi che ancora si intravedevano oltre gli alberi, e a tutto il mondo che pur non vedendo poteva immaginare; poi si rivolse al cuore oscuro del bosco. «Arriviamo», sussurrò. E sollecitando la mano del primo bambino si incamminò, trascinandosi appresso quella fragile catena di giovani vite. Le tenebre verdi e brune acquattate fra gli alberi li ammirarono sfi­lare, inghiottendoli in silenzio, uno dopo l’altro.
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