Capitolo V-1

2098 Parole
Capitolo V «È vero, ancora poco tempo fa volevo chiedere del lavoro a Razumìchin: che mi trovasse delle lezioni, o qualcos'altro,» continuava a pensare Raskòlnikov. «Ma adesso, in che cosa mi può aiutare? Supponiamo che mi trovi delle lezioni, e che sia pronto a spartire con me anche la sua ultima copeca, sempre che ce l'abbia, tanto da potermi comprare le scarpe e farmi accomodare il vestito per andare alle lezioni... Già; e poi?... Che cosa farò con quattro soldi in tasca? Come se fosse di questo che ho bisogno, in questo momento! È proprio ridicolo che mi sia venuto in mente di andare da Razumìchin...» Comunque, aveva deciso di andare da Razumìchin; e la cosa lo inquietava anche più di quanto non pensasse; cercava con inquietudine qualche significato sinistro in quell'atto apparentemente così normale. «Possibile che io volessi sistemare ogni cosa con il solo Razumìchin, e avessi trovato in lui la via d'uscita a tutto?» si chiedeva meravigliato. Rifletteva strofinandosi la fronte e, strano a dirsi, d'un tratto - come a caso e quasi per conto suo - dopo una meditazione molto lunga gli venne in mente un pensiero bizzarro. «Mmh... da Razumìchin,» si disse all'improvviso con perfetta calma, come per una decisione definitiva, «da Razumìchin ci andrò, naturalmente... ma non adesso. Ci andrò... il giorno dopo quella faccenda, quando quella faccenda sarà sistemata e tutto andrà per un altro verso...» Di colpo tornò in sé. «Dopo quella faccenda!» Esclamò, balzando su dalla panchina. «Ma forse che ci sarà, quella faccenda? Ci sarà veramente?» Lasciò la panchina e si allontanò quasi di corsa; voleva tornare indietro, verso casa, ma all'improvviso si sentì nauseato all'idea che proprio là, in quel buco, in quell'orribile specie di armadio, tutta quella faccenda andava maturando già da più di un mese. Così, si lasciò andare dove lo portavano le gambe. Il suo tremito nervoso si era convertito in qualcosa di simile a brividi di febbre; con tutto quel caldo, sentiva freddo. Con uno sforzo quasi inconsapevole, per una specie di necessità interiore, cominciò a osservare attentamente tutti gli oggetti che gli capitavano sott'occhio, come cercando ad ogni costo di distrarsi, ma riuscendovi male, tanto che ricadeva di continuo nelle sue fantasticherie. Quando poi, con un tremito, risollevava il capo e si guardava attorno, subito dimenticava a cosa stesse pensando e perfino per dove fosse passato. In tal modo attraversò l'intero Vasìlevskij Òstrov, sbucò sulla Piccola Neva, oltrepassò il ponte e tornò sulle Isole. A tutta prima, il verde e il fresco riuscirono graditi ai suoi occhi stanchi, abituati alla polvere della città, alla calcina e agli edifici enormi, opprimenti e asfissianti. Lì non c'erano né afa, né puzzo, né bettole. Ma ben presto anche quelle sensazioni nuove, piacevoli, divennero morbose e irritanti. Si fermò davanti a qualche villa adorna di piante di varia specie; guardando oltre il recinto scorgeva, in lontananza, sui balconi e sulle terrazze, donne vestite con eleganza, e bambini che correvano in giardino. Soprattutto lo interessavano i fiori, li osservò più a lungo d'ogni altra cosa. Si imbatté anche in lussuose carrozze, in cavalieri e amazzoni; li accompagnava con uno sguardo curioso, ma si dimenticava di loro prima ancora che scomparissero alla sua vista. Una volta si fermò e contò i soldi che aveva in tasca; erano circa trenta copeche: «Venti le ho date alla guardia, tre a Nastàsja per la lettera... Ieri, dunque, ho dato ai Marmelàdov circa quarantasette copeche, o forse cinquanta,» pensò, spinto da chissà quale motivo a questi calcoli; ma subito dimenticò perfino perché s'era cavato quegli spiccioli di tasca. Se ne ricordò poco dopo, quando, passando davanti a una specie di taverna, sentì d'avere appetito. Vi entrò, vuotò un bicchierino di vodka e cominciò a mangiare un tortello ripieno. Finì di mangiarlo per la strada. Non beveva vodka da moltissimo tempo e l'effetto fu istantaneo, benché ne avesse bevuto soltanto un bicchierino. Si sentì d'un tratto le gambe pesanti, e una forte sonnolenza. Si avviò in direzione di casa sua; ma, arrivato al Petròvskij Òstrov, si fermò completamente sfinito; lasciata la strada, s'inoltrò fra i cespugli, cadde sull'erba e si addormentò all'istante. I sogni di un malato sono caratterizzati spesso da straordinario rilievo, vividezza ed eccezionale somiglianza con la realtà. L'evento è, a volte, mostruoso, ma l'ambiente e l'intero processo della rappresentazione sono così verosimili e così ricchi di sfumature, di particolari inattesi ma artisticamente appropriati all'insieme, che chi sogna non saprebbe inventarli da sveglio, nemmeno se fosse un artista della grandezza di Puškin o di Turgenev. Questi sogni, poi - sogni morbosi -, rimangono a lungo impressi nella memoria, e producono un'impressione profonda su un organismo già scosso ed eccitato. Il sogno di Raskòlnikov fu spaventoso. Sognò la sua infanzia, quando viveva ancora nella piccola città natale. Ha sette anni e, in compagnia di suo padre, sta andando a passeggio fuori città, in un giorno di festa, sul far della sera. Il tempo è grigio, afoso, la località assolutamente identica a come si è conservata nella sua memoria: anzi, nella memoria è molto più scialba di come la rivede nel sogno. La piccola città sorge come sul palmo di una mano, senza nemmeno un salcio intorno; solo molto lontano, proprio dove s'incontrano la terra e il cielo, nereggia un boschetto. A pochi passi dall'ultimo orto della città c'è una bettola, una grossa bettola che ha sempre suscitato in lui un'impressione sgradevolissima e perfino un senso di paura quando passava lì vicino, andando a passeggio col padre. Era sempre così gremita, e risonante di tante urla, sghignazzi e bestemmie, di canti così rauchi e disgustosi, di risse così frequenti; e intorno alla bettola andavano sempre a zonzo tipi dalle grinte così ebbre e terribili... Nel vederle, egli si stringeva al padre e tremava tutto. Di fianco alla bettola passava la strada, una stradina di campagna sempre polverosa, e quella polvere era sempre così nera. La strada procede serpeggiando, poi, dopo trecento passi, si aggira sulla destra il cimitero della città. In mezzo al cimitero sorge una chiesa in muratura, con la cupola verde, dov'egli andava a messa, con suo padre e sua madre, un paio di volte all'anno, quando si celebrava l'ufficio funebre in memoria della nonna, morta tanto tempo prima e che lui non aveva mai visto. Quelle volte si portavano sempre dietro una kutjà sopra un piatto bianco, avvolta in un tovagliolo, e la kutjà era di zucchero e riso e uva secca composta in forma di croce. Egli amava quella chiesa e le sue antiche icone, quasi tutte prive della parte metallica, e il vecchio prete dalla testa tremolante. Accanto alla tomba della nonna, coperta da una lastra, c'era anche la piccola tomba del suo fratello minore, morto a soli sei mesi e che pure lui non aveva conosciuto e non poteva ricordare; però gli avevano detto che aveva avuto un fratellino, e ogni volta che visitava il camposanto si faceva il segno della croce, con religiosa devozione, sopra la piccola tomba e si chinava su di essa per baciarla. Ecco il sogno che fece: lui e suo padre camminano lungo la strada che porta al cimitero e passano davanti alla bettola; egli tiene il padre per mano e si volta timorosamente a guardare la bettola. Una circostanza speciale attrae la sua attenzione; sembra che là dentro, ora, ci sia una festa, con una folla di mogli di piccoli commercianti e artigiani, tutte agghindate, e di contadine con i loro mariti, e con ogni sorta di gentaglia. Sono tutti ubriachi, tutti cantano canzoni, e vicino all'ingresso della bettola c'è un carro da contadino, uno strano carro; uno di quei carri a cui si attaccano grossi cavalli da tiro e che servono al trasporto di merci e botti di vino. A lui era sempre piaciuto guardare quelle enormi bestie da tiro, con le loro lunghe criniere e le loro zampe massicce, andarsene tranquille, con passo cadenzato, tirandosi dietro un'intera montagna di roba senza il minimo sforzo, come se con il carro dietro si sentissero perfino più leggere. Ma ora, strano a dirsi, a un così pesante carro era attaccata una piccola e magra rozza contadina, color baio chiaro, una di quelle che - come spesso aveva visto - non ce la fanno, a volte, a tirare un carico di legna o fieno, specialmente se il carro affonda nel fango o in un solco della strada; e i contadini le frustano con incredibile violenza, a volte perfino sul muso e sugli occhi, e lui ne provava tanta ma tanta pena, che per poco non piangeva, e la mamma, allora, doveva allontanarlo dalla finestra. Ma ecco, improvvisamente, un gran baccano: dalla bettola escono tra grida e canti, con le loro balalajke, ubriachi fradici, contadini ben piantati dalle camicie rosse e azzurre, il gabbano gettato sulle spalle: «Montate, montate tutti!» Grida uno di loro, un giovane, con il collo taurino e il volto carnoso, rosso come una carota. «Vi porto tutti a casa, accomodatevi!» Ma subito echeggiano risate e proteste: «Ma dove vuoi che ci porti questa vecchia rozza?» «Tu, Mikòlka, sei diventato proprio matto! Attaccare un cavalluccio così a un carro di questi!» «Lo sapete, ragazzi, che questo cavallo avrà i suoi bravi vent'anni?» «Montate, vi porto tutti a casa!» Grida di nuovo Mikòlka, e saltando per primo sul carro afferra le redini e si erge a cassetta in tutta la sua statura. «Il baio è andato via l'altro giorno con Matvèj,» grida dal carro, «e questa cavallina, miei cari, mi fa proprio morire: quasi quasi vorrei ammazzarla, tanto mangia il mio frumento gratuitamente. Su, sedetevi! La metterò al galoppo! Vedrete come galopperà!» e piglia in mano la frusta, accingendosi, tutto felice, a frustare la bestia. «Ma sì, coraggio, montiamo!» Sghignazzano dalla folla. «Lo hai sentito, si andrà al galoppo!» «Scommetto che saranno dieci anni che non galoppa più...» «Ma adesso lo farà!» «Dateci dentro, ragazzi, pigliate la frusta, pronti!» «Via! ... Frustatela!» Tutti salgono sul carro di Mikòlka tra scherzi e risate. Sono già saliti in sei, e c'è ancora posto. Pigliano con loro una contadina, grassa e rubiconda. Ha una veste di cotonina rossa, una cuffia con le perline di vetro e zoccoli ai piedi; schiaccia nocciole con i denti ridacchiando. Anche tra la folla, intorno, si ride; e, del resto, come non ridere? Una cavallina così malandata, mettersi al galoppo con un simile peso! Subito due giovanottoni, sul carro, afferrano la frusta per dare una mano a Mikòlka. Si sente un «su-u!» La rozza ce la mette tutta ma, altro che galoppo! Riesce a malapena a spostare il carro, non fa che agitare le zampe, gemere e rattrappirsi sotto i colpi delle tre fruste, che le piovono addosso come una gragnola. Sul carro e tra la folla raddoppiano le risate, ma Mikòlka si arrabbia: tutto furioso, fa piovere sulla cavallina colpi sempre più fitti, come se credesse davvero di farla partire al galoppo. «Fatemi posto, ragazzi!» Grida dalla folla un giovanotto che ci ha preso particolarmente gusto. «Monta! Montate tutti!» Urla Mikòlka. «Vi deve portare tutti. La frusterò a morte!» E frusta, frusta, e per la gran furia non sa nemmeno più con che cosa picchiarla. «Babbo, babbino,» grida il bambino al padre, «babbo, che cosa fanno? Babbo, picchiano quel povero cavallino!» «Andiamo, andiamo!» Dice il padre, «sono ubriachi, se la spassano, quelle carogne: andiamo via, non stare a guardare!» E vorrebbe portarlo via, ma lui si strappa dalle sue braccia e, fuori di sé, corre verso il cavallino. Ma il povero cavallino, ormai, è allo stremo. Ansima, si ferma, dà di nuovo uno strattone e per poco non cade. «Frustiamolo a morte!» Grida Mikòlka, «non c'è altro da fare L'ammazzerò!» «Ma non sei cristiano, dunque, brutto animale?!» Grida un vecchio dalla folla. «S'è mai visto che un cavalluccio così tiri un simile peso?» Aggiunge un altro. «Lo farai fuori!» Grida un terzo. «Sono affari miei! È roba mia! Faccio quel che voglio! Montate ancora! Montate tutti! Voglio vederlo galoppare e basta!...» A un tratto si leva una salva di risate che copre ogni altro rumore: la cavallina non sopporta più quei colpi così fitti e, impotente, comincia a scalciare. Perfino il vecchio non può fare a meno di sorridere. Una bestia così malridotta, ecco che si mette a sparar calci! Due giovanotti della folla ti pigliano anch'essi una frusta per uno e corrono presso la cavallina per frustarla sui fianchi: uno da una parte, uno dall'altra. «Dagli sul muso, sugli occhi, sugli occhi!» Grida Mikòlka. «Una canzone, ragazzi!» Grida qualcuno sul carro fra il consenso generale. Si leva nell'aria una canzone sfrenata, accompagnata nei ritornelli da fischi e dal suono del tamburello. La contadinotta schiaccia nocciole coi denti e ridacchia sempre. Il bambino accorre verso la cavallina, corre più avanti e vede come la frustano sugli occhi, dritto sugli occhi! Allora piange: il cuore gli si gonfia e colano le lacrime. Uno di quelli che si accaniscono sulla bestia gli sfiora con la frusta il viso, ma lui non sente; si torce le mani, grida, si slancia verso il vecchio con i capelli e la barba bianca, che sta scuotendo il capo perché disapprova tutto questo. Una donna lo prende per un braccio e vuol condurlo via, ma lui si divincola e corre di nuovo verso la cavallina, che è già ai suoi ultimi sforzi, eppure ancora una volta si mette a scalciare.
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