Piegò la striscia in due, si tolse di dosso il suo ampio soprabito estivo, fatto di un tessuto di spesso, robusto cotone (non ne possedeva altri) e prese a cucire i due capi della striscia sotto l'ascella sinistra, dalla parte interna.
Nel cucire le mani gli tremavano, tuttavia riuscì a farcela, così che quando si rimise il soprabito, dall'esterno non si vedeva nulla. L'ago e il filo li aveva già preparati molto tempo prima: erano nel cassetto del tavolino, avvolti in un pezzetto di carta. Quanto al cappio, si trattava di una trovata ingegnosa e tutta sua: doveva servire a reggere la scure. Non si poteva certo camminare per la strada con una scure in mano. Anche nascondendola sotto il soprabito, la si sarebbe pur sempre dovuta sostenere con una mano, cosa che qualcuno avrebbe potuto notare. Così, invece, col cappio, bastava infilarci la lama della scure ed essa sarebbe rimasta appesa lì dentro, sotto l'ascella, per tutta la strada. Inoltre, infilando la mano nella tasca laterale del soprabito avrebbe potuto sostenere l'estremità del manico della scure perché non ballonzolasse, e siccome il soprabito era molto ampio, un vero sacco, nessuno avrebbe potuto notare che egli sorreggeva qualcosa con la mano attraverso la tasca. Anche il cappio l'aveva escogitato già due settimane prima.
Terminati questi preparativi, infilò le dita nell'angusto spazio tra il suo divano alla turca e il pavimento, frugò nell'angolo di sinistra e ne tirò fuori il pegno, che aveva preparato e aveva nascosto lì già da un pezzo.
Questo pegno, in verità, non era affatto un pegno, ma una semplice tavoletta di legno, piallata liscia, non più grande né più spessa di quanto avrebbe potuto essere un portasigarette d'argento. L'aveva trovata per caso, durante una delle sue passeggiate, in un cortile dove, dentro una baracca, c'era non so che laboratorio. Alla tavoletta aggiunse ancora una lamina di ferro liscia e sottile - doveva essersi staccata da qualche oggetto - trovata anch'essa per la strada. Sovrappose le due tavolette - quella di ferro era più piccola di quella di legno -, le legò insieme solidamente, a croce, con un filo, poi le avvolse in un foglio di carta bianca pulito, con accurata eleganza, legandolo in modo che fosse difficile sciogliere il nodo. Questo allo scopo di distrarre per un po' l'attenzione della vecchia, quando avesse cominciato a darsi da fare con l'involto, e poter così cogliere l'attimo giusto. Quanto alla piastrina di ferro, era stata aggiunta per aumentare il peso, perché la vecchia non indovinasse subito che l'«oggetto» era di legno. Tutte queste cose le aveva nascoste sotto il divano, in attesa del momento propizio. Aveva appena preso in mano il «pegno» quando, a un tratto, in qualche parte del cortile echeggiò una voce:
«Le sei son già passate da un pezzo.»
«Da un pezzo!... Dio mio!» Pensò Raskòlnikov.
Si lanciò verso la porta e stette ad ascoltare; poi afferrò il cappello e cominciò a scendere i tredici gradini, cautamente, silenziosamente, come un gatto. Adesso veniva la parte più importante: rubare la scure in cucina.
Che quella cosa dovesse esser fatta con la scure, l'aveva già deciso da molto. Possedeva un coltello a serramanico, da giardiniere, ma sul coltello e soprattutto sulle proprie forze non faceva affidamento, perciò aveva deciso, una volta per tutte, di usare la scure. È interessante, a questo proposito, considerare il carattere di tutte le decisioni «definitive» già prese da Raskòlnikov. Avevano una strana proprietà: non appena diventavano definitive, subito gli sembravano assurde e mostruose. A dispetto dei suoi tormentosi sforzi interiori, mai, nemmeno per un solo istante, si era sentito del tutto convinto dell'attuabilità del suo progetto.
Anzi, se a un certo punto si fosse trovato ad aver esaminato e definitivamente deciso tutto sino all'ultimo particolare, tutto senza il minimo dubbio, proprio allora, forse, vi avrebbe rinunciato come a qualcosa di assurdo, di mostruoso e d'impossibile. Senonché, di punti insoluti e incerti ce n'era ancora un'infinità. Dove trovare la scure era un'inezia che non lo preoccupava affatto: non c'era nulla di più facile.
Nastàsja, infatti, specialmente di sera, usciva ogni momento: faceva una corsa dai vicini, oppure al negozietto, sempre lasciando la porta spalancata dietro di sé. La padrona bisticciava sempre con lei per questa ragione.
Così, non c'era che da entrare silenziosamente in cucina, al momento opportuno, e prendere la scure; poi, un'ora dopo, quando ogni cosa fosse già finita, rientrare e rimetterla a posto. Qualche dubbio, tuttavia, non mancava: un'ora dopo, tornando per rimettere a posto la scure, forse avrebbe trovato Nastàsja, rientrata nel frattempo. In questo caso avrebbe dovuto passare oltre, e aspettare che lei uscisse di nuovo. E se, intanto, le fosse servita la scure, se avesse cominciato a cercarla e magari si fosse messa a gridare... ecco già un sospetto, o per lo meno la possibilità di un sospetto.
Ma erano, questi, dettagli cui non aveva ancora nemmeno cominciato a pensare. Del resto, gliene mancava il tempo. Pensava all'essenziale, e rimandava le minuzie al momento in cui si fosse veramente convinto. Cosa che non sembrava affatto possibile. Così credeva, almeno. Non riusciva nemmeno a immaginare, per esempio, che un bel giorno avrebbe smesso di pensarci su, si sarebbe alzato e così, semplicemente, sarebbe andato là...
Perfino la sua recente prova (cioè la visita fatta allo scopo di esaminare definitivamente il posto) egli aveva provato a farla, tutt'altro che sul serio, ma solo così, per fare: «Coraggio, invece di fantasticare tanto, facciamo questa prova!» E aveva resistito ben poco: ci aveva sputato su ed era fuggito, furioso contro se stesso. Eppure il problema morale l'aveva già analizzato, si sarebbe detto, e persino risolto: la sua casistica s'era affilata come un rasoio, ed egli stesso non riusciva più a trovare, dentro di sé, obiezioni coscienti. Tuttavia, al limite, finiva per non credere neanche a se stesso, e s'ostinava a cercare nuove obiezioni, alla disperata, come costretto e spinto a farlo da qualcuno. Ma poi, il giorno prima, il sopraggiungere improvviso della decisione finale aveva agito su di lui in maniera quasi del tutto meccanica: come se lo avessero preso per mano e trascinato irresistibilmente, ciecamente, con forza soprannaturale, senza dargli modo di obiettare più nulla. Come se un lembo del suo vestito si fosse impigliato nella ruota d'una macchina, ed egli stesso avesse cominciato ad esservi tirato dentro.
Dapprincipio - già da molto tempo, ormai - si era posto una domanda: perché quasi tutti i delitti vengono a galla e si scoprono così facilmente, e perché quasi tutti i criminali lasciano dietro di sé tracce così visibili? Le conclusioni alle quali, a poco a poco, era giunto erano molteplici e bizzarre. Secondo lui, la ragione principale non consisteva tanto nella impossibilità materiale di celare il delitto, quanto nello stesso delinquente, il quale - e questo valeva quasi per tutti - al momento del crimine subisce una specie di indebolimento della volontà e dell'intelletto che vengono invasi da una puerile e fantastica leggerezza; e questo proprio nel momento in cui assennatezza e prudenza sono più che mai necessarie.
Raskòlnikov era convinto che questo ottenebramento della ragione e questa paralisi della volontà s'impadroniscono dell'uomo come una malattia, si sviluppano gradualmente e raggiungono il loro acme poco prima che venga commesso il delitto; persistono nel tempo necessario al suo compimento e anche un po' di più, a seconda degli individui, dopo di che passano, come passa qualsiasi altra malattia. Quanto alla domanda: è la malattia a causare il delitto, oppure è il delitto che, per sua particolare natura, è sempre accompagnato da quella specie di malattia? - Non si sentiva ancora in grado di rispondervi.
Stabilite queste premesse, aveva deciso che, per quanto riguardava lui personalmente, nella faccenda non avrebbero potuto verificarsi sconvolgimenti morbosi di quella specie; che egli avrebbe conservato la ragione e la volontà del tutto inalterate durante l'intera esecuzione del suo progetto: e questo per il semplice motivo che il suo «non era un delitto»...
Tralasciamo tutto il processo mentale attraverso il quale era arrivato a questa conclusione; già così, abbiamo precorso fin troppo gli eventi...
Aggiungeremo solo che le difficoltà puramente materiali dell'impresa rivestivano, nella sua mente, un'importanza del tutto secondaria. «Basta conservare il dominio completo della volontà e della ragione e, a suo tempo, saranno tutte superate, via via che mi si porrà davanti ogni singolo particolare dell'impresa...» Tuttavia, il momento in cui l'impresa doveva mettersi in moto non veniva mai. A niente egli credeva così poco come alle sue decisioni definitive; in effetti, quando il momento venne, tutto si svolse in modo completamente diverso, quasi fortuito e addirittura inaspettato.
Per una circostanza apparentemente trascurabile venne a trovarsi subito, prima ancora d'essere arrivato in fondo alla scala, in una specie di vicolo cieco. Giunto all'altezza della cucina della padrona di casa, che come sempre aveva la porta spalancata, sbirciò dentro cautamente per un rapido esame preventivo: anche se non c'era Nastàsja, poteva darsi che, per caso, ci fosse la stessa padrona; e comunque, se non c'era, era necessario assicurarsi che fosse ben chiuso l'uscio della sua stanza, in modo che lei non potesse vederlo mentre prendeva la scure. Ma quale fu la sua meraviglia quando, di colpo, s'accorse che Nastàsja non solo questa volta era in casa, in cucina, ma per di più era anche intenta a lavorare: stava togliendo della biancheria da una cesta e la stendeva su una corda!
Vedendolo, interruppe il suo lavoro, si volse verso di lui e lo seguì con lo sguardo mentre passava. Egli distolse il suo sguardo e finse di ignorarla.
Ma l'impresa, ormai, era fallita! Niente scure! La sua costernazione non avrebbe potuto esser più grande.
«Che cosa mai mi faceva credere,» pensava avvicinandosi al portone, «che cosa mai mi faceva credere che lei, in quel momento, non sarebbe stata in casa? Perché, dunque, ne ero così sicuro?» Si sentiva distrutto, quasi umiliato. Avrebbe voluto ridere di se stesso, per rabbia... Si sentiva ribollire dentro. Una collera sorda, bestiale.
Si fermò, incerto, sotto il portone. Uscire per la strada, far finta di passeggiare, questo davvero non gli andava; tornare a casa, peggio ancora.
«Che occasione perduta per sempre!» Mormorò, restando lì senza scopo sotto il portone, proprio di fronte allo stanzino buio del portinaio che aveva, anch'esso, la porta aperta. A un tratto sussultò. Lì nello stanzino del portinaio, a due passi da lui, sotto una panca, sulla destra, un luccichio aveva attirato il suo sguardo... Si guardò attorno: nessuno. In punta di piedi s'avvicinò alla portineria, e a bassa voce chiamò il portinaio. «Ecco: non c'è! Però potrebbe essere vicino in cortile, perché la porta è spalancata.» Si precipitò sulla scure (era proprio una scure), la trasse da sotto la panca, dove era stata abbandonata tra due pezzi di legno; e lì sul posto, senza uscire dallo stanzino, la assicurò al cappio, ficcò le mani in tasca, poi lasciò la portineria; nessuno lo aveva visto! «Se non t'aiuta il cervello, ti aiuta il diavolo,» pensò, con uno strano sorriso. Quel ch'era successo lo aveva straordinariamente rinfrancato.
Ora camminava per la strada tranquillo e senza affrettarsi, con aria posata, per non destare sospetti. Guardava poco i passanti, anzi cercava di non guardarli affatto e di passare più inosservato che poteva. A questo punto si ricordò del suo cappello. «Dio mio! L'altro ieri avevo i soldi, e non ho pensato a cambiarlo con un berretto!» Un'imprecazione gli salì alle labbra.
Gettata casualmente un'occhiata in una botteguccia, vide che l'orologio a muro segnava già le sette e dieci. Doveva affrettarsi; però, nello stesso tempo, era necessario arrivare alla casa da un'altra parte, facendo un giro...
In passato, quando aveva cercato di immaginare come tutto questo si sarebbe svolto, qualche volta aveva pensato che avrebbe provato una gran paura. Adesso, invece, non ne aveva molta; anzi, non ne aveva affatto. Si distraeva perfino - anche se sempre per brevi momenti - in certi pensieri che non c'entravano affatto. Passando davanti al parco Jussupov, si trovò a pensare come sarebbe stato bello che ci fossero delle fontane con lo zampillo molto alto, e a come avrebbero piacevolmente rinfrescato l'aria in tutte le piazze. Poi iniziò un intero ragionamento sul fatto che se il Giardino d'Estate si fosse esteso a tutto il Campo di Marte, unendosi magari al giardino del palazzo Michàjlovskij, sarebbe stata una cosa magnifica e utilissima per tutta la città. A questo punto si pose un quesito interessante: perché in tutte le grandi città l'uomo, non per pura necessità, ma per una specie di curiosa inclinazione, è portato a vivere e a stabilirsi prevalentemente in quelle parti della città dove non esistono né giardini né fontane, dove regnano il fango, la puzza e ogni genere di porcherie. Per associazione di idee pensò alle sue passeggiate in piazza Sennàja, e di colpo tornò in sé. «Che cose assurde!» Si disse. «Meglio non pensare a nulla!»
«Ecco, dev'essere così che i condannati portati al patibolo si aggrappano con il pensiero a tutto ciò che incontrano lungo il cammino,» gli balenò per la mente, ma fu solo un baleno, un pensiero guizzante che egli stesso si affrettò a spegnere...
Ma eccolo già quasi arrivato, ecco la casa, ecco anche il portone. Da qualche parte, un orologio batté improvvisamente un colpo. «Già le sette e mezzo? Possibile? Non può essere, andrà avanti!»
Per sua fortuna, al portone gli andò di nuovo tutto liscio. Non solo, ma neanche a farlo apposta, proprio in quell'istante entrava dinanzi a lui un enorme carico di fieno, che lo nascose completamente mentre attraversava l'androne, e non appena il carro fu entrato nel cortile egli sgusciò in un baleno verso destra. Là, dall'altra parte del carro, si udivano parecchie voci gridare e discutere, ma nessuno si accorse di lui e nessuno gli si parò dinanzi. Numerose finestre, che davano sull'enorme cortile quadrato, in quel momento erano aperte, ma egli non sollevò il capo: non ne aveva la forza. La scala che portava all'appartamento della vecchia era subito lì, a destra del portone. Eccolo già sulla scala...
Riprendendo fiato, si mise una mano sul cuore in tumulto, e ne approfittò per tastare e dare ancora una volta un'aggiustatina alla scure; poi cominciò a salire la scala cautamente e senza far rumore, tendendo ogni momento l'orecchio. Ma anche la scala, a quell'ora, era deserta; tutte le porte erano chiuse ed egli non incontrò nessuno. Al secondo piano, è vero, l'uscio di un appartamento vuoto era spalancato, e dentro stavano lavorando degli imbianchini, ma anche quelli non fecero caso a lui. Egli sostò qualche istante riflettendo, poi proseguì. «Certo sarebbe stato meglio che non ci fossero; però, sopra di loro, ci sono altri due piani.»
Ma ecco anche il quarto piano, ecco la porta, ecco l'appartamento di fronte, quello vuoto. Al terzo piano, a giudicare dalle apparenze, l'appartamento immediatamente sottostante quello della vecchia era vuoto anch'esso: il biglietto da visita, fissato alla porta con dei chiodini, era stato tolto: partiti!... Si sentiva soffocare. Per un attimo si chiese: «E se me ne andassi?» Ma non si diede risposta, e cominciò a tendere l'udito verso l'appartamento della vecchia: silenzio di tomba. Poi si pose di nuovo in ascolto verso il basso, verso la scala; ascoltò a lungo, attentamente... Poi, guardatosi attorno per l'ultima volta, si riassettò, e tastò ancora una volta la scure dentro al cappio.
«Non sarò pallido... molto pallido?» Pensava. «Non avrò l'aria agitata? Lei è diffidente.. Non sarebbe meglio aspettare... finché il cuore non la smette di far così?...»
Ma il cuore non la smetteva, come a far apposta, martellava sempre più forte, sempre più forte, sempre più forte... Raskòlnikov non resse più: allungò lentamente la mano verso il campanello e suonò. Dopo mezzo minuto suonò di nuovo, un po' più forte.
Nessuna risposta. Suonare ancora era inutile, e non sarebbe parso normale. Sicuramente la vecchia si trovava in casa, ma era sospettosa e sola. Egli conosceva, almeno in parte, le sue abitudini... Ancora una volta appoggiò l'orecchio alla porta... O che i suoi sensi si fossero molto acuiti (cosa difficilmente supponibile), o che davvero i rumori giungessero molto distinti, fatto sta che d'un tratto egli percepì come il cauto muoversi di una mano presso la maniglia dell'uscio e un fruscio di vesti contro la porta.
Una persona, invisibile, era ferma accanto alla serratura e, proprio come lui lì fuori, ascoltava da dentro, trattenendo il respiro e, probabilmente, appoggiando essa pure l'orecchio alla porta...
Egli si mosse a bella posta e borbottò qualcosa a voce piuttosto alta, per far vedere che non si nascondeva; poi suonò per la terza volta, ma piano, pacatamente, senza dar segno di impazienza. Ricordandosene, in seguito, con perfetta chiarezza - quell'istante gli restò impresso per sempre nella memoria - non riusciva a capire da dove gli fosse venuta tutta quella scaltrezza, tanto più che la sua mente pareva a tratti offuscarsi, e non sentiva quasi più il suo corpo... Un istante dopo, sentì che stavano aprendo.