Varsavia

1146 Parole
Quando mi siedo a tavola Victoria mi lancia delle occhiatine oblique per cercare di capire il motivo del mio turbamento, ma prima che gli altri possano notarlo io ho già riconquistato la mia calma apparente. Sono tra Ethan e Jacopo, Damiano è qualche posto più in là del mio quindi posso tranquillamente evitare di guardarlo per tutta la sera, nonostante senta costantemente il suo sguardo bruciare su di me. «Allora, come ci si sente ad essere tornati?» Domando fingendomi allegra, quando mi accorgo di avere la nausea dopo il primo morso di pizza, in un tentativo di distrarre l'attenzione dei presenti. «Bene, ce voleva 'npo' de pausa. Cosa ce semo persi qua a Roma?» Risponde Thomas con la bocca piena, biascicando le parole a causa della pizza che stava ancora finendo di masticare. «Rispetto a quello che è successo a voi, niente di importante» «Ci hai seguiti un po'?» Questa volta è Ethan a parlare, col suo sorriso timido e i capelli lunghi davanti alla faccia. Mi sento immediatamente in imbarazzo e in un riflesso spontaneo sposto lo sguardo su Damiano, che ha inclinato leggermente il capo, curioso di sentire la mia risposta. «Sono stata molto impegnata, ma sì un po' vi ho seguiti» Mento, sorridendo, perché in realtà so cos'hanno fatto solo in grandi linee grazie a Clarissa, ma di mia spontanea volontà almeno nell'ultimo anno credo di non aver mai guardato mezza esibizione dei loro concerti. «Partiamo per un tour internazionale e tu ci segui un po'?» Mi provoca Damiano, con tono ironico, e io mi chiedo da dove prenda il coraggio per fare lo sbruffone dopo tutte le cazzate che ha fatto. Mi irrigidisco immediatamente e il moro riceve un'occhiataccia da Victoria e una da suo fratello. «Già. Assurdo, no?» Sto al suo gioco, sorridendo falsamente e guardandolo negli occhi per fargli capire che non mi sento in colpa neanche un po'. Lui mantiene lo sguardo fisso nel mio mentre prende un bicchiere d'acqua e lo porta alle labbra, per non spostarlo finché non finisce di bere. Lo odio perché sa che guardandomi mi mette in soggezione, e quando gli fa comodo esagera nel farlo. «Assurdo» Ripete, guardandomi intensamente e mettendomi a disagio. Trovo davvero imbarazzante e riprovevole il fatto che stia cercando di far passare me come quella che ha fatto qualcosa di sbagliato. «Ma sì 'ncela prendemo mica, e poi mo' ce sentirai molto più spesso» Interviene Thomas buttandola sul ridere per cercare di smorzare la tensione. «Parla pe' te, tu 'nte la prendi» Lo corregge di nuovo il moro, e mi manca poco per mettergli le mani al collo e strozzarlo. «E tu sì, Damiano?» Lo incalzo, con tono sarcastico, sporgendomi sul tavolo verso di lui per fargli vedere la mia espressione divertita. «Sì» «E spiegami, perché dovrebbe interessarmi?» «Okay ragazzi, basta» Interviene Jacopo, sporgendosi col busto per mettersi tra me e Damiano impedendo di vederci a vicenda. Sbuffo e mi appoggio nuovamente allo schienale della sedia, incrociando le braccia al petto con i nervi a fior di pelle. «Fatti li cazzi tua» Ringhia Damiano verso il fratello, e tutta questa situazione è surreale. La cena va avanti e io mangio circa tre fette di pizza, poi lo stomaco mi si chiude un po' per la mancanza d'appetito, un po' per il moro che intervalla il lanciarmi occhiatine col chiacchierare con gli altri come se io non ci fossi. A livello psicologico questa situazione è davvero un incubo, e maledico Clarissa per aver annullato all'ultimo l'invito a causa del lavoro. Sarebbe tutto più facile se lei fosse qui, ma devo cavarmela da sola. «E qual è la città più bella in cui siete stati?» Menomale che c'è Jacopo a fare un po' di conversazione, perché io pur impegnandomi riesco al massimo a mettere insieme quattro parole all'ora. «Varsavia, credo» Mi si gela il sangue nelle vene. Non appena Victoria dice innocentemente quella frase, nella mia testa spuntano tutti i dolorosi ricordi di quella tappa, e devono venire in mente anche a Damiano visto che si gira immediatamente nella mia direzione. «Sei partito da due settimane e già mi manchi» Sbuffo, guardando Damiano a petto nudo che regge il telefono a fatica per la stanchezza. Vivo per queste telefonate, praticamente passo la mia intera giornata ad aspettarle. «Anche tu Elì, te giuro lascerei tutto questo pe' mezzora con te» Gli sorrido, incapace di parlare per le lacrime che minacciano di uscire. «Non piangere per me. Mai» «Ti amo, Damiano» «Anche io, da impazzire» Sto per raccontargli la mia giornata di oggi, quando una notifica di messaggio da parte di Clarissa mi fa corrugare le sopracciglia. DA: Clarissa URGENTE Da: Clarissa ? allegato «Ti richiamo dopo, okay? Mi ha scritto Clarissa e credo abbia bisogno di me» Metto giù e apro il messaggio in tutta fretta, temendo che la bionda sia in pericolo, per poi trovarmi davanti una realtà completamente diversa. È una foto di Damiano in centro a Varsavia, con una donna. Il cuore comincia a battermi all'impazzata nelle orecchie e non sento altro suono al di fuori di quello. Le sue mani sono sul viso di questa ragazza, in una vicinanza che purtroppo è inconfondibile e impossibile da fraintendere. La testa mi scoppia, le sinapsi non collegano più e continuo solo a ripetermi un'unica frase nella mente. Forse sono solo amici. Spoiler: non lo erano. O meglio, nella mia mente malata che non voleva accettare la realtà, lo erano. Ho litigato con Clarissa per settimane intere, perché io difendevo il nostro amore anche quando stava cadendo in pezzi. Infatti dopo quella foto ne arrivarono altre, con donne a volte uguali e a volte diverse. Qualche volta non sembravano avere niente di sospetto, qualche volta venivano catturati dei baci. Eppure io non lo accettavo. Non mangiavo, non dormivo, non mi alzavo mai dal letto. Mi consumavo, impiegavo ogni singola forza per negare una realtà che era ormai chiara a tutti. Avevo il terrore di perderlo, quindi continuavo a chiamarlo e a sentirlo come se niente fosse, mentre dentro mi rompevo sempre di più. Foto dopo foto, articolo dopo articolo. Credo di aver sfiorato la follia, in un certo periodo, e quando passavo davanti ad uno specchio neanche mi riconoscevo. Allora poi ho deciso che era finita, che questa messa in scena era giunta al termine. Mi sono sentita quasi in colpa in quel momento, perché avevo promesso che l'avrei aspettato. Sono andata avanti per un mese, forse due, ad essere l'ombra di me stessa. Poi, quel giorno, gli ho scritto che sapevo tutto. Lui non ha mai risposto. L'ho chiamato all'infinito, ma non ha mai risposto. Mi ha ricontattato un mese dopo dicendomi che gli mancavo, ma io ormai l'avevo già eliminato dalla mia vita. È cominciato tutto a Varsavia. «Ho bisogno d'aria» Avviso, prima di alzarmi con le gambe tremanti ed uscire da quella casa con la testa che scoppia.
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