I. IL CASTELLO DELLA MISERIA-3

2610 Parole
Due suole di corda attaccate con lacci turchini a una calza di lana dal pedule tagliato, servivan di calzatura a Pietro e ricordavano le alpargatas spagnole. Questi rozzi costumi eran stati scelti certamente perché piú economici delle scarpe a nappine o degli stivali a ponte levatoio; perché una povertà stretta, fredda e pulita appariva dai minimi particolari dell’acconciatura del buon vecchio e persino dal suo atteggiamento rassegnato e triste. Con la schiena poggiata alla parete interna del camino, egli teneva incrociate sopra il ginocchio le mani grosse e rossastre con toni violacei come le viti alla fin dell’autunno, e stava immobile dirimpetto al gatto. Belzebú, accovacciato nella cenere di fronte a lui, con aria famelica e miserabile seguiva intentamente il bollore asmatico della marmitta. «Il signorino tarda molto oggi» mormorò Pietro, scorgendo, attraverso i vetri affumicati e gialli dell’unica finestra che illuminava la cucina, diminuire e spegnersi l’ultima striscia luminosa del tramonto all’orizzonte rigato da nuvole pesanti e cariche di pioggia. «Che piacere può trovare a passeggiar cosí solo nella landa? Ma è ben vero che questo castello è sí triste, che è difficile altrove annoiarsi di piú.» Un latrato roco ed allegro si sentí; il cavallo batté il piede nella stalla e fece stridere la catena all’orlo della mangiatoia; il gatto nero interruppe quel po’ di acconciatura che si faceva passando la zampa, prima umettata di saliva, sul muso e sopra le orecchie scorciate, e mosse alcuni passi verso la porta, da animale affettuoso e bene educato, che conosce i propri doveri e vi si conforma. L’uscio si aprí. Pietro si alzò, si levò rispettosamente il berretto, e il nuovo venuto apparve nella sala, preceduto dal vecchio cane di cui abbiamo parlato sopra, e che, ad ogni sgambetto, cadeva giú di peso, grave per l’età. Belzebú non dimostrava a Mirello l’antipatia dei suoi pari per la razza canina; anzi, lo guardava con affetto, girando le pupille verdi e inarcando la schiena. Si capiva che si conoscevan da un pezzo, e che si facevano spesso compagnia nella solitudine del castello. Il barone di Sigognac – era appunto il signore del castello smantellato colui che entrava allora in cucina – era un giovane di venticinque o ventisei anni, benché a tutta prima ne dimostrasse di piú, tanto appariva serio e grave. Quel sentirsi inutile e inetto causa la povertà, avea cacciata la gaiezza dal suo volto e fatta sparire l’aria di primavera che ingentilisce le guance dei giovani. Due aureole bistrate gli cerchiavano già gli occhi pesti, e le gote cave lasciavan risaltare i pomelli visibilmente; i baffi, invece di rialzarsi fieri in due punte, cadevano giú e sembravano piangere ai lati della bocca malinconica; i capelli, pettinati trascuratamente, pendevano a ciocche nere lungo il suo volto pallido senza civetteria alcuna (cosa rara in un giovane che poteva anche essere bello), e dimostravano una piena rinuncia ad ogni desiderio di piacere. L’abito di un affanno segreto avea dato pieghe dolorose a un aspetto che con un poco di felicità sarebbe stato attraente, e l’aria risoluta, propria della gioventú, sembrava cedere davanti alla sfortuna combattuta invano. Sebbene agile e di complessione piú robusta che debole, il giovane Barone si moveva lento e apatico, come uno che ha già rinunciato alla vita. I suoi gesti erano addormentati e morti, il suo contegno inerte; si capiva che per lui era indifferente esser qua o là, ritornare oppure partire. Portava in capo un vecchio feltro grigiastro tutto ammaccato, tutto strappato, cosí largo che gli scendeva sui sopraccigli e lo costringeva, per vederci, ad alzare il naso. Una penna che con le rade piume somigliava una lisca di pesce, stava sul cappello con evidente intenzione di far da pennacchio, ma ricadeva floscia indietro, quasi vergognandosi di se medesima. Un collo di pizzo antico dai trafori non tutti dovuti alla valentia dell’operaio, con piú di un trincio dovuto alla sua vetustà, ricadeva sul giustacuore dalle pieghe ondeggianti, tagliato per un uomo piú grande e piú grosso del magro Barone. Le maniche della giubba gli nascondevan le mani come quelle di un saio, e gli arrivavano fino al ventre gli stivaloni a tromba, speronati di ferro. Queste spoglie eteroclite eran quelle del suo defunto padre, morto da alcuni anni; ed egli finiva di logorarne le vesti, che eran già mature per il rigattiere nei tempi della morte del primo possessore. Cosí parato in quelle vesti, che forse eran state di moda in principio del regno di prima, il giovane Barone aveva un’aria insieme ridicola e pietosa; potevi crederlo il nonno di se stesso. Benché egli professasse per la memoria di suo padre una vera venerazione filiale, e benché spesso gli venissero le lagrime agli occhi nell’indossare quelle care reliquie, le quali sembravano consacrar nelle loro pieghe i gesti e gli atteggiamenti del vecchio gentiluomo defunto, tuttavia non certo per suo gusto si imbacuccava con la guardaroba del padre. Non aveva altre vesti, ed era stato ben contento di scoprire in fondo a un baule quella parte d’eredità. Troppo piccoli e stretti eran divenuti i suoi panni d’adolescente; almeno in quelli del padre ci stava a suo agio. I contadini, avvezzi a venerarli addosso al vecchio Barone, non li giudicavan ridicoli nel figlio, e lo salutavano con lo stesso ossequio; come non vedevano le crepe del castello, cosí non notavano gli strappi della giubba. Sigognac, per quanto povero, era ancora ai loro occhi il signore, e la decadenza della famiglia non colpiva loro come gli estranei; ed era tuttavia una vista grottesca e malinconica quella del giovin Barone che passava coi suoi abiti vecchi, sul suo vecchio cavallo, seguíto dal vecchio cane, come il Cavaliere della Morte nella stampa di Alberto Dürer. Il Barone si sedette in silenzio al tavolino, dopo aver risposto con un cenno benevolo al saluto rispettoso di Pietro. Staccò costui il paiolo dalla catena, e lo versò sulle fette di pane già preparate in una scodella di ferro che porse davanti al Barone: era quella minestra volgare che si mangia ancora in Guascogna e che si chiama garbure; poi tirò fuori dall’armadio una ricotta che tremava su un tovagliolo cosparso di farina gialla, e la portò sulla tavola con l’assicella che la reggeva. Questo piatto locale, insieme con la garbura unta con un pezzo di lardo rubato certamente all’esca di una trappola, tanto era sottile, formava il pasto frugale del Barone, che mangiava distratto fra Mirello e Belzebú, ambedue in estasi col muso in aria di qua e di là dalla seggiola, in attesa che cadesse su loro qualche mica di quella mensa. Di tratto in tratto il Barone gettava a Mirello, che non lasciava che il boccone toccasse terra, un pezzo di pane strofinato al lardo, per dargli almeno il profumo della carne. Ma la cotica toccò al gatto nero, che mostrò la propria contentezza brontolando sordamente e stendendo avanti una zampa, con tutti gli unghielli fuori, pronto a difender la preda. Terminata la magra cena, il Barone parve immergersi in dolorosi pensieri, o almeno in una idea per nulla piacevole. Mirello avea posato la testa sul ginocchio del padrone, e lo fissava con gli occhi che l’età aveva appannati d’azzurro ma da cui sembrava scoccare una scintilla d’intelligenza quasi umana. Avresti detto che capiva i pensieri del Barone e che cercava di dimostrargli la propria simpatia. Belzebú faceva le fusa come Berta filatrice, e a tratti gemeva sommesso per attirar l’attenzione distratta del Barone. E Pietro stava in piedi poco piú in là, immobile come quelle lunghe e rigide statue di granito che si vedono nei portali delle chiese, rispettando la fantasticheria del padrone ed aspettando gli ordini. Frattanto era calata la notte, e grandi ombre si addensavano agli angoli della cucina, come pipistrelli che si aggrappano ai canti dei muri con le dita delle ali membranose. Quel po’ di fuoco, ravvivato dal vento infilato nel camino, coloriva con riflessi bizzarri il gruppo riunito attorno alla tavola in una specie d’intimità triste che faceva risaltare anche piú la malinconica solitudine del castello. Di una famiglia un dí potente e ricca non restava piú che un rampollo solitario, errante come un’ombra nel maniero popolato dagli avi; di una servitú numerosa non rimaneva piú che un solo domestico, servo per devozione, che non si sarebbe potuto surrogare; di una muta di trenta cani correnti non sopravviveva altro che un solo cane, quasi cieco e vecchio e grigio; e un gatto nero era l’anima della casa deserta. Il Barone, accennò a Pietro di volersi ritirare. Pietro, muovendosi sul focolare, accese una scheggia di pino spalmata di resina – specie di economica candela adoperata dai poveri contadini – e si mosse precedendo il giovin signore; Mirello e Belzebú si unirono al corteggio: i bagliori fumosi della torcia facevano oscillare sui muri della scala gli affreschi stinti e davano un’apparenza di vita ai ritratti affumicati della sala da pranzo; e i loro occhi neri e fissi parevan gettare sul loro discendente uno sguardo di dolorosa pietà. Giunto in quella fantastica camera che già abbiamo descritta, il vecchio servo accese una lucerna di rame a un solo becco, il cui stoppino si arrotolava nell’olio come una tenia nell’alcool nella vetrina di uno speziale, e si ritirò seguito da Mirello. Belzebú, che aveva diritto di accesso, si accomodò su una poltrona; sull’altra si lasciò cadere il Barone, oppresso dall’ozio, dalla noia, e dalla solitudine. Se di giorno la camera aveva un aspetto spettrale, era ben peggio la sera al dubbio chiarore della lucerna. Gli arazzi prendevan toni lividi, e il cacciatore sullo sfondo cupo di verzura diventava quasi in quella luce una creatura viva. Somigliava, con l’archibugio pronto a tirare, un assassino in agguato, e le labbra rosse risaltavano ancora piú strane sul suo volto pallido, come la bocca di un vampiro purpurea di sangue. La lucerna nell’aria umida crepitava e mandava bagliori intermittenti; il vento sospirava come un organo nei corridoi, e strepiti paurosi e strani venivano dalle camere deserte. Il tempo s’era fatto brutto, e larghi goccioloni, spinti dalla raffica, tintinnavano sui vetri scossi nelle guaine di piombo. Talora la vetriata sembrava vicina a cadere e ad aprirsi, come se uno spingesse di fuori: era il ginocchio della tempesta che si appoggiava sull’ostacolo fragile. Altre volte per aggiungere alla sinfonia una nota di piú, un gufo di quelli annidati sotto il tetto esalava un gemito simile al grido di un fanciullo sgozzato, oppure, contrariato dalla luce, si veniva a sbattere alla finestra con gran fracasso di ali. Il castellano di quel triste maniero, avvezzo a quelle lugubri sinfonie, non ci faceva caso. Solo Belzebú, inquieto come tutti gli animali della sua razza, scoteva ad ogni rumore le radici degli orecchi tagliati e guardava fisso negli angoli oscuri, come se avesse potuto scorgervi, con le sue pupille nittàlope, qualche cosa invisibile ad occhio umano. Quel gatto visionario, dal nome e dall’aspetto diabolico, avrebbe preoccupato uno meno coraggioso del Barone, perché doveva saper molte cose imparate nelle corse notturne attraverso i solai e le stanze disabitate del castello; piú volte gli erano toccati, in cima a un corridoio, certi incontri che avrebbero incanutiti i capelli di un uomo. Sigognac prese di sulla tavola un volumetto che sulla rilegatura scolorita recava impresso il blasone della famiglia, e cominciò a volger le pagine con mano distratta. Ma se gli occhi seguivano le linee, il pensiero era altrove o si fermava ben poco sulle odicine e sui sonetti amorosi di Ronsard, nonostante le belle rime e le dotte invenzioni rinnovellate dai Greci. Presto gettò via il libro, e cominciò a sbottonarsi lentamente la giubba, come un uomo che non ha voglia di dormire e che si corica tanto per fare, perché vuol cercare di annegar la noia nel sonno. I granelli di sabbia cadono cosí tristi nella clessidra, in una notte cupa e piovosa, in fondo a un castello in rovina circondato da un oceano di brughiere, senz’esservi a dieci leghe intorno una creatura viva! Il giovin Barone, unico superstite della famiglia Sigognac, aveva veramente molti motivi di malinconia. I suoi antenati s’eran rovinati in vari modi, col gioco, con la guerra, o col vano desiderio di far figura; talché ogni generazione aveva lasciato all’altra un patrimonio sempre piú scarso. I fondi, i poderi, le fattorie e le terre dipendenti dal castello, se n’erano andati uno dopo l’altro, e l’ultimo Sigognac, dopo aver fatto sforzi inauditi per rialzar la fortuna della famiglia, sforzi inutili, perché tardi si tappano le falle di una nave quando affonda, aveva lasciato a suo figlio niente altro che questo castello screpolato e i pochi arpenti di terra sterile che lo circondavano; il resto era rimasto ai creditori e agli ebrei. La miseria aveva dunque cullato con le magre mani il fanciullo, e le sue labbra s’erano sospese a una mammella esausta. Orfano giovanissimo della madre, morta di malinconia in quel castello minato, pensosa della miseria che doveva pesar sull’avvenire del figlio e chiudergli ogni carriera, egli non conosceva le dolci carezze e le tenere cure che circondano la giovinezza pur nelle case meno fortunate. L’affetto del padre, ch’egli rimpiangeva tuttavia, s’era manifestato soltanto con qualche calcio nel didietro, e con l’ordine di frustarlo. In quel momento si annoiava cosí terribilmente, che sarebbe stato felice di uno di quei paterni ammonimenti il cui ricordo gli faceva venir le lagrime agli occhi; perché un calcio del padre al figlio resta sempre una relazione fra uomini; mentre egli, da quando il Barone dormiva da quattro anni disteso sotto la sua pietra nella tomba di famiglia dei Sigognac, viveva in una solitudine profonda. Alla sua giovanile fierezza ripugnava comparire fra la nobiltà della provincia alle feste e alle cacce senza un corredo adatto alla sua condizione. Che avrebbe detto la gente, vedendo il barone di Sigognac parato come un pitocco dell’Hostière o come un coglitore di mele del Perche? Solo per questo, egli non si era offerto come domestico a un qualche principe; talché molti credevano che i Sigognac si fossero spenti: e l’oblio, che sui morti cresce piú presto dell’erba, cancellava via questa famiglia un tempo importante e ricca, e pochi ormai sapevano che viveva ancora un rampollo di questa stirpe decaduta. Da un poco Belzebú sembrava inquieto; alzava il capo come subodorando qualche novità; si rizzava contro la finestra e si appoggiava con le zampe ai vetri, cercando di penetrar nel cupo buio della notte rigato dai fili fitti della pioggia; raggrinzava e agitava il muso. Un lungo latrato di Mirello s’alzò nel silenzio a confermare la pantomima del gatto; certo, qualche cosa di straordinario succedeva attorno al castello di solito tranquillo. Mirello continuava ad abbaiare con quanta forza gli lasciava la raucedine, cronica ormai. Il Barone, per esser pronto a tutto, si riabbottonò la giubba che stava per levarsi, e si alzò. «Che ha dunque Mirello, che dopo il tramonto russa come il cane dei Sette Dormienti sulla sua cuccia, da far tanto baccano? Forse un lupo vaga attorno al muro?» disse il giovane cingendosi una spada dalla grossa coccia di ferro ch’egli staccò dal muro stringendosi il cinturone all’ultimo buco, perché la fascia di cuoio tagliata per la vita del vecchio Barone sarebbe girata due volte attorno a quella del figlio. Due colpi battuti vigorosamente alla porta del castello risonarono ad intervalli uguali e fecero gemere gli echi delle camere vuote. Chi poteva venire a quell’ora a turbare la solitudine del maniero e il silenzio della notte? Qual viaggiatore mal consigliato batteva a una porta che da tanto non si era aperta ad un ospite, non per poca cortesia del signore ma per mancanza di visitatori? Chi chiedeva di esser ricevuto in quell’albergo della fame, in questa corte plenaria della Quaresima, in quest’ostello della lesina e della miseria?
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