II. IL CARRO DI TESPI-2

2053 Parole
Madama Leonarda, la madre nobile della compagnia, era vestita tutta di nero come una matrona spagnola, con una cuffia di filo che le incorniciava la faccia grassa e gozzuta fatta pallida e logora da quarant’anni di belletto. Toni d’arancio giallo e di cera vecchia si spegnevano sul suo grasso malsano, frutto non della salute ma dell’età. Gli occhi dalle palpebre molli e cascanti avevano un’aria astuta, simili a due macchie nere in quel volto sbiadito. Pochi peli le cominciavano a obumbrare le commessure delle labbra, benché se li strappasse accuratamente con le pinzette. Ogni femminilità era quasi sparita dal suo volto, nelle cui rughe avresti trovato chi sa quante istorie se avessi avuto voglia di cercarle. Attrice fin da bambina, madama Leonarda la sapeva lunga, dopo aver coperti successivamente nella sua carriera tutti i ruoli, fino a quello di matrona, ch’ella aveva accettato a malincuore, causa la civetteria che non vuol persuadersi dei danni dell’età. Leonarda aveva vocazione, e, benché vecchia, strappava l’applauso, anche a fianco delle colleghe giovani e graziose, tutte meravigliate dei “brava” lanciati a quella megera. Questo per le donne. V’erano rappresentati i ruoli principali della commedia, e, quando mancava un personaggio, bastava raccoglier per via qualche comico errante, o qualche dilettante, felice di recitare una particina e di avvicinarsi cosí alle Angeliche e alle Isabelle. La parte maschile si componeva del Pedante già descritto, e di cui non è necessario riparlare, del Leandro, dello Scapino, del Tiranno tragico e dello Spaccamontagne. Il Leandro, obbligato per mestiere a far dolci come pecore le ircanissime tigri, a gabbare i Truffaldini, ad allontanare gli Ergasti, e a passare attraverso i drammi ognora superbo e trionfante, era un giovanotto di trent’anni, molto piú giovane a vederlo per le cure estreme della persona. Non era facile rappresentare alle spettatrici l’innamorato, creatura misteriosa e perfetta che ognuno s’immagina a modo suo sulle orme dell’ Amadigi o dell’ Astrea. Cosí messer Leandro si ungeva il muso con grasso di balena e s’infarinava ogni sera col talco; e i suoi sopraccigli, a cui le pinzette strappavano i peli ribelli, sembravano una linea tirata con inchiostro di China e finivano a coda di topo. I suoi denti, stropicciati a fondo e lustrati con la crema, brillavan come perle nelle gengive purpuree ch’egli mostrava ogni momento, oblioso del proverbio greco secondo cui nulla è piú sciocco di uno sciocco sorriso. I suoi compagni insinuavano che anche in città si dava un po’ di rossetto per far l’occhio piú vivo. I capelli neri, arricciati con cura, si attorcevano lungo le gote a cerchi brillanti un po’ illanguiditi dalla pioggia; ond’egli ne profittava per aggiustarseli con le dita e mostrare cosí la mano bianchissima in cui scintillava un solitario che non poteva esser vero, tanto era grosso. La cravatta rovesciata metteva in mostra un collo tondo e bianco, cosí ben rasato che non vi pareva la barba. Un’onda di lino candidissimo scendeva a sbuffi e a pieghe tra la veste e i calzoni a cannoncini, con un mucchio di nastri ch’egli si affannava a mantenere a posto. Con gli occhi fissi alla parete, sembrava uno che morisse d’amore, e a chieder da bere pareva che svenisse. Punteggiava le frasi coi sospiri; e anche parlando di cose indifferenti, ammiccava con smancerie e smorfie da schiattar dalle risa; ma alle donne piaceva. Lo Scapino aveva una faccia volpina, astuta, aguzza, scaltrita; i sopraccigli gli sormontavan la fronte come due circonflessi, con sotto un occhio lesto mobilissimo, dalla pupilla gialla che tremolava come una moneta d’oro sull’argento vivo; rughe maligne a zampa di gallina si affondavano agli angoli delle palpebre piene di menzogna, di astuzia e di furfanteria; le labbra, sottili e flessibili, si muovevan di seguito, e lasciavan vedere tra un sorriso equivoco i canini aguzzi dall’aria feroce; e quando si toglieva il berretto a strisce bianche e rosse, i capelli a spazzola segnavano i contorni bizzarri di una testa gibbosa. E quei capelli erano fulvi, e di feltro, come pelo di lupo, a compiere l’aria di bestia nociva della fisonomia di lui. Veniva voglia di guardare a quel mariolo le mani, per trovarci i calli del remo; perché avresti detto, a vederle, che avesse passato qualche anno scrivendo le sue memorie sull’Oceano con una penna di quindici piedi. La voce scordata, or alta or bassa, mutava ogni momento a sbalzi di tono con mugolii bizzarri che colpivano, e facevan ridere senza averne voglia; le sue mosse inaspettate come per l’improvviso scatto di una molla nascosta, avevano un non so che illogico che turbava, e parevan servire piú a trattenere l’interlocutore che non ad esprimere un sentimento e un pensiero. Era la pantomima della volpe che rapida gira con mille gherminelle attorno alla pianta, da cui il dindo affascinato la guarda prima di lasciarsi cadere. Sopra il costume, di cui s’intravvedevano le strisce, portava una gabbana grigia; sia che non avesse avuto tempo di mutarsi dopo l’ultima rappresentazione, sia che il suo meschino corredo non gli concedesse d’avere intiero l’abito da teatro e l’abito da città. Il Tiranno poi era un brav’uomo a cui la natura aveva donato per gioco tutti i segni esteriori della crudeltà. Mai anima piú bonaria rivestí un piú arcigno aspetto. Grossi sopraccigli di carbone, larghi due dita, neri come pelle di talpa, congiunti alla radice del naso; capelli crespi, con una barba folta che gli arrivava agli occhi e ch’egli non si tagliava per non mettersene una posticcia quando rappresentava Erode o Polifonte; il colorito bruno come cuoio di Cordova; tutto gli componeva un volto truculento e formidabile, simile a quello che i pittori amano dare ai carnefici e ai loro garzoni in San Bartolomeo scorticato o in San Giovanni decollato. Una voce taurina, da far tremare i vetri e ballare i bicchieri sulla tavola, giovava assai al terrore ispirato da quella figura d’Orco rinforzata da una giubba di velluto nero fuori di moda; cosí aveva egli veri successi di terrore gridando i versi di Garnier e di Scudéry. Panciuto era a dovere, e adatto a ben riempire un trono. Lo Spaccamontagne, invece, era magro, macilento, nero, secco come un impiccato in tempo d’estate. Pareva la sua pelle una pergamena incollata sugli ossi; il naso grande, adunco, grifagno, dallo spigolo sottile, lucido come l’avorio, faceva come da tramezzo fra i due lati del volto aguzzo a spola, fatto ancora piú lungo da un pizzo a punta. Questi due profili appiccicati insieme, facevano gran fatica a formare una sola faccia; e gli occhi, per trovar posto, si giravano alla chinese verso le tempie. I sopraccigli rasi a metà giravano come una virgola nera sopra le pupille irrequiete, e i baffi di smisurata lunghezza, impeciati e appuntiti in cima col cosmetico, salivano in arco a pugnalare il cielo; le orecchie larghe ai lati del capo figuravan le due anse di un vaso, e invitavano la gente a tirarle. Queste linee stravaganti, proprie piú della caricatura che del vero, parevan scolpite da una fantasia scapigliata nel manico di una ribeca, o copiate da quei mascheroni e chimere pantagrueliche. che giran la sera attorno alle lanterne dei pasticcieri; le smorfie del Matamoro eran divenute, a lungo andare, il suo aspetto stesso; talché, anche fuori di scena, egli camminava spaccato come un compasso, con la testa indietro, un pugno sul fianco, e una mano sulla coccia della spada. Un giustacuore giallo, rigonfio come una corazza, guarnito di verde e frastagliato per il lungo alla spagnola; un collo anch’esso alla spagnola, insaldato e sorretto da fili di ferro e cartone, largo come la Tavola Rotonda, dove i dodici cavalieri avrebbero potuto sedersi a mensa; i calzoni a sbuffi con aghetti; gli stivali di cuoio bianco di Russia, in cui quelle sue zampe di gallina ballonzolavan come flauti nell’astuccio quando il sonatore se li porta via; uno spadone smisurato che non lo lasciava mai, e il cui pugno di ferro a trafori pesava almeno cinquanta libbre; ecco come era acconciato il birbante, che per di piú si drappeggiava, per maggior vanteria, in una coperta rialzata all’orlo dalla punta della spada. Aggiungiamo, per non omettere nulla, che due penne di gallo, biforcate come il cimiero di un becco, adornavano grottescamente il feltro grigio allungato come il sacco di un filtro. L’opera dello scrivere è in questo inferiore a quella del dipingere, ché lo scrittore non può mostrare gli oggetti se non uno dopo l’altro. Uno sguardo solo basterebbe ad afferrare, in un quadro in cui l’artista le avesse adunate attorno alla tavola, le diverse figure che vi abbiamo disegnate; le vedreste con le ombre, i lumi, gli atteggiamenti contrastanti, il colorito di ognuna, e una infinità di finiture che mancano a questa descrizione, pur già troppo lunga, benché si sia cercato di farla il piú possibile breve; ma bisognava farvi fare la conoscenza di questa compagnia piombata cosí inopinatamente nella solitudine del maniero di Sigognac. Gli inizi del pasto furon silenziosi, perché i grandi appetiti sono muti come i grandi dolori; ma, saziato l’impeto primo, si sciolsero le lingue. Il giovin Barone, che forse non s’era mai saziato dal giorno dello slattamento, benché avesse gran voglia di sembrar innamorato e romantico davanti alla Serafina e all’Isabella, mangiava, o meglio, inghiottiva con un ardore che non lasciava capire ch’egli aveva cenato di già. Il Pedante, che si divertiva di quel giovanile appetito, ammucchiava nel tondo del sire di Sigognac ali di pernice e fette di prosciutto, che sparivano subito, come fiocchi di neve sopra una pala infuocata. Belzebú, trascinato dalla gola, s’era risolto, malgrado il suo terrore, a lasciare il posto inattaccabile ch’esso occupava sulla cornice della credenza, con questo ragionamento trionfale, che difficilmente gli tirerebbero gli orecchi perché non li aveva, e che non gli farebbero lo scherzo volgare di legargli una casseruola al di dietro perché la mancanza della coda impediva una facezia degna piú di una comitiva di birbanti che non di persone educate, come parevano gli ospiti raccolti a questa tavola carica di pietanze succulente e odorose in modo inusitato. E s’era avvicinato nell’ombra, ventre a terra, cosí piatto che le giunture delle zampe s’appuntavano sopra il suo corpo, simile a una pantera all’agguato di una gazzella, senza che nessuno si accorgesse di lui. Giunto alla sedia del barone di Sigognac, s’era rialzato, e per attirar l’attenzione del padrone, gli suonava la chitarra sul ginocchio coi dieci unghielli. Sigognac, indulgente verso l’umile amico che aveva sofferto al suo servizio cosí lunghi digiuni, lo faceva partecipe della propria fortuna, allungandogli sotto la tavola ossi e avanzi, accolti con fremente entusiasmo. Mirello, che era riuscito a infilarsi dietro il servo nella sala del festino, ebbe anch’esso per sua parte piú di un buon boccone. La vita sembrava ritornata nella morta dimora: luce, calore, frastuono. Le attrici, dopo aver bevuto due dita di vino, strillavano come pappagalli sui trespoli, e si complimentavano dei loro reciproci successi. Il Pedante e il Tiranno discutevano sulla preminenza della poesia comica e della tragica; e mentre uno sosteneva che era piú difficile far ridere la gente che spaventarla con certe storie le quali non avevano altro merito che l’antichità, l’altro affermava che le scurrilità e le gagliofferie dei fabbricanti di commedie avvilivan troppo gli attori. Il Leandro, preso fuori di tasca uno specchietto, vi si mirava con la stessa compiacenza di Narciso alla fonte. Contro l’uso dei Leandri, non era innamorato dell’Isabella, ma le sue mire eran piú alte. Sperava, con le sue grazie e i suoi modi da gentiluomo, di dar nell’occhio a qualche focosa vedovella, la cui carrozza a quattro cavalli lo verrebbe a prendere dopo il teatro, per condurlo in qualche castello dove lo aspetterebbe la matura beltà, poco vestita e galante, davanti a una mensa delicata. S’era mai avverato questo sogno? Leandro diceva di sí, Scapino diceva di no, ed eran fra loro discussioni interminabili. Quel diavolo di valletto, piú malizioso di una scimmia, assicurava che il pover’uomo aveva voglia di girar gli occhi, di gettar sguardi assassini nei palchi, di ridere in modo da mostrar tutti e trentadue i denti, di tendere le gambe, di inarcar la figura, di passare il pettinino nei crini della parrucca, e di mostrar biancheria nuova ad ogni recita – magari digiunando per pagar la lavandaia –; ma che non era ancora riuscito a far desiderare i suoi vezzi all’ultima delle baronesse, magari quarantacinquenne, bitorzoluta e baffuta.
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