Capitolo I-4

1996 Parole
Erano le undici e mezzo passate quando si sentì qualcuno per le scale. K., che tutto immerso nei suoi pensieri camminava rumorosamente su e giù per l’anticamera come se fosse in camera sua, se la filò dietro la sua porta. Era la signorina Bürstner che rientrava. Mentre chiudeva con il chiavistello la porta, si tirò rabbrividendo uno scialle di seta intorno alle esili spalle. Un istante dopo sarebbe entrata in camera sua, dove K., a mezzanotte, non avrebbe certo potuto introdursi; doveva dunque rivolgerle la parola adesso, ma sfortunatamente aveva dimenticato di accendere la luce elettrica in camera sua, e il venir fuori dalla camera buia sarebbe parso un’aggressione, quanto meno l’avrebbe spaventata molto. Non sapendo che partito prendere, e poiché non c’era tempo da perdere, sussurrò dallo spiraglio della porta: «Signorina Bürstner». Suonava come una preghiera, non un richiamo. «Chi c’è?», chiese la signorina Bürstner guardandosi attorno con gli occhi spalancati. «Sono io», disse K. facendosi avanti. «Ah, signor K.!», disse la signorina Bürstner sorridendo. «Buona sera», e gli porse la mano. «Volevo scambiare due parole con lei adesso, me lo permette?». «Adesso?» chiese la signorina Bürstner, «proprio adesso? È un po’ strano, non le pare?». «La sto aspettando dalle nove». «Beh, ero a teatro, non sapevo niente di lei». «Quanto intendo dirle è in relazione a qualcosa che è accaduto solo oggi». «Capisco, non ho niente in contrario, solo che crollo dalla stanchezza. Su, venga un minuto in camera mia. Qui non potremmo in ogni caso parlare, sveglieremmo tutti e mi spiacerebbe più per noi che per loro. Aspetti qui finché ho acceso in camera mia, poi spenga la luce qui». K. obbedì, ma attese poi che la signorina Bürstner, dalla sua camera, lo invitasse ancora una volta, sottovoce, a entrare. «Si sieda», disse indicandogli l’ottomana, lei però rimase in piedi appoggiata alla testiera del letto, malgrado la stanchezza di cui aveva parlato; e nemmeno si tolse il cappello, piccolo ma ornato da una quantità di fiori. «Allora, che cosa voleva? Sono veramente curiosa». Incrociò appena le gambe. «Lei mi dirà forse», incominciò K., «che la cosa non era poi così urgente, ma...». «Io non bado mai ai preamboli», disse la signorina Bürstner. «Questo mi facilita il compito», disse K. «Stamattina la sua camera, in certo modo per colpa mia, è stata messa un po’ in disordine, sono stati degli estranei, contro la mia volontà e tuttavia, come ho detto, per colpa mia; volevo chiederle scusa di questo». «La mia camera?», chiese la signorina Bürstner, esaminando con lo sguardo K. invece della stanza. «Proprio così», disse K., e per la prima volta ora si guardarono negli occhi, «di come sono andate le cose non vale la pena parlare». «Ma se è la cosa più interessante», disse la signorina Bürstner. «No», disse K. «Bene», fece la signorina Bürstner, «non voglio immischiarmi in segreti, dal momento che lei insiste a dire che la cosa non è interessante, non sarò io a fare obiezioni. La scuso volentieri, visto che è questo che chiede, tanto più che non vedo traccia di disordine». Fece un giro per la stanza, le mani piatte sui fianchi. Arrivata alla stuoia con le fotografie si fermò. «Eh no, guardi!», esclamò. «Le mie fotografie sono state davvero buttate all’aria. Che cosa spiacevole. Dunque qualcuno è entrato in camera senza averne il permesso». K. annuì, maledicendo in silenzio l’impiegato Kaminer, che non era mai capace di tenere a bada la sua fastidiosa, stupida esuberanza. «È strano poi», disse la signorina Bürstner, «che mi veda costretta a proibirle qualcosa che lei dovrebbe impedirsi da sé, entrare cioè in camera mia durante la mia assenza». «Le stavo appunto spiegando, signorina», disse K., avvicinandosi anche lui alle fotografie, «che non sono stato io a toccare le sue fotografie; ma visto che lei non mi crede, devo ammettere che la commissione d’inchiesta ha portato con sé tre impiegati della banca; è stato probabilmente uno di loro, che alla prima occasione caccerò via dalla banca, a prendere in mano le sue fotografie. Già, è stata qui una commissione d’inchiesta», aggiunse K., a un’occhiata interrogativa della signorina. «Per lei?», chiese la signorina. «Sì», rispose K. «No!», esclamò la signorina ridendo. «Sì, le dico», fece K., «lei crede che sono innocente?». «Beh, innocente...», disse la signorina, «non voglio esprimere subito un giudizio che potrebbe avere gravi conseguenze, e poi io non la conosco, ma uno dev’essere un gran delinquente se gli mettono subito alle calcagna una commissione d’inchiesta. Ma visto che lei è libero - deduco almeno dalla sua calma che non è scappato dalla prigione - non può certo aver commesso un gran delitto». «Sì», disse K., «ma la commissione d’inchiesta può aver riconosciuto che sono innocente, o almeno non così colpevole come si era creduto». «È possibile, certo», disse la signorina Bürstner molto attenta. «Vede», disse K., «lei non ha molta esperienza in materia giudiziaria». «No, non ne ho», disse la signorina Bürstner, «e me ne sono spesso dispiaciuta, perché vorrei sapere tutto, e proprio la materia giudiziaria mi interessa enormemente. Il tribunale ha un fascino singolare, vero? Ma completerò senz’altro le mie cognizioni in questo campo, perché il mese prossimo entrerò nella segreteria di uno studio legale». «Benissimo», disse K, «così mi potrà aiutare un po’ nel mio processo». «Può darsi», disse la signorina Bürstner, «perché no? Mi fa piacere mettere in pratica le mie cognizioni». «Dico sul serio», fece K., «o almeno, come lei, a metà sul serio. Per consultare un avvocato, è cosa troppo da poco, ma potrei aver bisogno di qualcuno che mi consigliasse». «Sì, ma se devo essere io a consigliarla, dovrei sapere di che si tratta», disse la signorina Bürstner. «Questo è il guaio», disse K., «non lo so nemmeno io». «Ma allora lei mi ha preso in giro», disse la signorina Bürstner, profondamente delusa, «non c’era proprio bisogno di scegliere quest’ora della notte per farlo». E si allontanò dalle fotografie davanti alle quali erano rimasti in piedi tutto il tempo, vicini. «Ma no, signorina», disse K., «non scherzo. Perché non vuole credermi? Quel che so gliel’ho già detto. Persino più di quel che so, dal momento che non era affatto una commissione d’inchiesta, la chiamo io così, perché non so che altro nome darle. Non c’è stata nessuna inchiesta, sono stato solo arrestato, comunque da una commissione». La signorina Bürstner, ora seduta sull’ottomana, rise di nuovo. «Com’è stato?», chiese. «Terribile», disse K., ma ora non ci pensava più, tutto preso com’era dalla vista della signorina Bürstner, che appoggiava il viso su una mano - il gomito era puntato sul cuscino dell’ottomana - mentre con l’altra si accarezzava lentamente il fianco. «Troppo vago», disse la signorina Bürstner. «Che cosa è troppo vago?» chiese K. Poi si ricordò e chiese: «Devo farle vedere come è andata?». Voleva muoversi, ma non andarsene via. «Sono stanca», disse la signorina Bürstner. «È rientrata così tardi», disse K. «Adesso va a finire che mi prendo dei rimproveri, e mi sta bene, perché non avrei più dovuto farla entrare. Del resto si è visto, non era nemmeno necessario». «Era necessario, lo vedrà adesso», disse K. «Posso spostare il suo comodino dal letto?». «Che cosa le salta in mente?» disse la signorina Bürstner. «No che non può!». «Allora non posso farle vedere», disse K. risentito come se gli avessero inflitto un danno incalcolabile. «E va bene, se ne ha bisogno per la sua rappresentazione, sposti pure tranquillamente il comodino», disse la signorina Bürstner, aggiungendo dopo un istante con voce più fievole: «Sono così stanca che permetto più di quanto dovrei». K. portò il comodino in mezzo alla stanza e si sedette dietro. «Lei deve immaginarsi con esattezza com’erano distribuiti i personaggi: io sono l’ispettore, là sul baule sono sedute due guardie, vicino alle fotografie stanno tre giovani. Alla maniglia della finestra è appesa, lo dico per inciso, una camicetta bianca. E adesso comincia. Ah, dimenticavo me stesso. Il personaggio più importante, cioè io, sto qui davanti al comodino. L’ispettore è seduto molto comodamente, le gambe accavallate, il braccio penzoloni qui dalla spalliera, uno zotico unico. E adesso comincia davvero. L’ispettore chiama come se mi dovesse svegliare, grida addirittura, purtroppo devo gridare a mia volta se voglio far capire anche a lei, del resto è solo il mio nome che lui grida così». La signorina Bürstner, che ascoltava ridendo, portò l’indice alla bocca per impedire a K. di gridare, ma era troppo tardi. K. era troppo compreso nella parte, gridò lentamente: «Josef K.!», non così forte come aveva minacciato, tuttavia in modo tale che il grido, una volta emesso d’improvviso, parve diffondersi solo a poco a poco nella stanza. A quel punto si sentì picchiare alla porta della stanza accanto, colpi forti, brevi e regolari. La signorina Bürstner impallidì portandosi la mano al cuore. K. si prese uno spavento tanto più forte in quanto per un poco era stato incapace di pensare ad altro che agli avvenimenti del mattino e alla ragazza a cui li stava rappresentando. Appena si fu ripreso, balzò verso la signorina e le prese la mano. «Non abbia paura», sussurrò, «metterò a posto ogni cosa. Ma chi può essere? Qui accanto c’è il soggiorno, e non ci dorme nessuno». «Sì, invece», sussurrò la signorina Bürstner all’orecchio di K., «da ieri ci dorme un nipote della signora Grubach, un capitano. Non c’è nessun’altra stanza libera. L’avevo dimenticato anch’io. Doveva proprio gridare così! Quanto mi secca». «Non ce n’è motivo», disse K., e quando lei si lasciò ricadere sui cuscini, le baciò la fronte. «Via, via», disse lei rialzandosi in fretta, «vada via, vada via, ma cosa vuole, quello sta origliando alla porta, sente tutto. Non mi tormenti così!». «Non me ne vado», disse K., «se lei prima non si è calmata un po’. Venga nell’altro angolo della stanza, lì quello non ci potrà sentire». Lei si lasciò condurre. «Ci rifletta», disse K. «Questo per lei può essere una seccatura, ma certo non un pericolo. In queste cose chi decide è la signora Grubach, e lei sa che per me ha una sorta di venerazione e crede assolutamente a tutto quello che dico. Per di più, mi è molto obbligata, anche perché le ho prestato una discreta somma. Accetto ogni sua proposta per spiegare il nostro incontro, basta che abbia un minimo di pertinenza, e garantisco di convincere la signora Grubach a credere a questa spiegazione non solo davanti agli altri, ma veramente e con sincerità. Per me non deve avere alcun riguardo. Se vuole che si creda in giro che l’ho aggredita, parlerò alla signora Grubach in tal senso e lei lo crederà senza perdere la fiducia in me, tanto mi è affezionata». La signorina Bürstner guardava in terra davanti a sé, in silenzio e un po’ abbattuta. «Perché la signora Grubach non dovrebbe credere che l’ho aggredita?», aggiunse K. Vedeva davanti a sé i suoi capelli rossicci, divisi da una scriminatura, gonfi in basso e raccolti ben stretti. Credeva che avrebbe rivolto lo sguardo verso di lui, invece, senza cambiare posizione, disse: «Mi scusi, sono stati i colpi improvvisi alla porta che mi hanno così spaventata, non tanto le conseguenze che potrebbe avere la presenza del capitano. C’era un tale silenzio dopo il suo grido, poi subito hanno bussato, ecco perché mi sono spaventata tanto, e poi ero vicino alla porta, hanno bussato quasi accanto a me. La ringrazio per le sue proposte, ma non le accetto. Posso assumere la responsabilità, di fronte a chiunque, di tutto quello che succede nella mia stanza. Mi meraviglio che non si accorga di quanto ci sia d’offensivo per me nelle sue proposte, a parte naturalmente le buone intenzioni, che le riconosco senz’altro. Ma ora vada, mi lasci sola, adesso ne ho ancora più bisogno di prima. I pochi minuti che lei mi ha chiesto, sono diventati mezz’ora e più». K. le prese la mano e poi il polso: «Però non è arrabbiata con me?», disse. Lei si liberò della sua mano e rispose: «No, non mi arrabbio mai, con nessuno». Lui la prese di nuovo per il polso, lei lo lasciò fare e lo condusse così alla porta. Era fermamente deciso ad andarsene. Ma davanti alla porta, come se non si fosse aspettato di trovare qui una porta, si arrestò, la signorina Bürstner approfittò del momento per svincolarsi, aprire la porta, scivolare in anticamera e da lì dire sottovoce a K.: «Su, venga, per favore. Vede», e indicò la porta del capitano, da sotto la quale usciva uno spiraglio di luce, «ha acceso e adesso si diverte alle nostre spalle». «Vengo», disse K., corse avanti, l’afferrò, la baciò sulla bocca e poi su tutto il viso, come un animale assetato che si getta con la lingua sulla sorgente finalmente scovata. Alla fine la baciò sul collo, alla gola, e lì tenne a lungo le labbra. Un rumore dalla stanza del capitano gli fece alzare gli occhi. «Ora vado», disse, volle chiamare la signorina Bürstner con il nome di battesimo, ma non lo sapeva. Lei annuì stanca, già a metà voltata gli lasciò la mano da baciare, come se non ne sapesse nulla, ed entrò curva in camera sua. Poco dopo K. era a letto. Si addormentò quasi subito, prima di addormentarsi ripensò ancora un momento a come si era comportato, ne fu soddisfatto, ma si meravigliò di non essere ancora più soddisfatto; a causa del capitano era seriamente preoccupato per la signorina Bürstner.
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