CAPITOLO XXVI. La scomparsa del mozzo. Una mischia terribile si era impegnata fra gli Eimuri ed i loro avversari. Quei selvaggi, che Alvaro aveva giustamente paragonati più a fiere che a esseri umani, combattevano con furore estremo scambiandosi colpi di mazza che di rado cadevano a vuoto. L'abilità con cui adoperavano quell'arma pericolosissima, preferita dai guerrieri alle gravatane dalla freccia mortale e anche alle scuri di conchiglia che d'altronde si spezzavano facilmente, era straordinaria. Quantunque quelle mazze, formate di legno del ferro, fossero pesantissime, tali anzi che gli Europei non riuscivano ad alzarle e farle girare con una sola mano e avessero sovente una lunghezza di due metri, le maneggiavano con destrezza facendole volteggiare in aria con velocità prodigiosa.

