Mi lancia una lunga occhiata e soggiunge: – Una cosa davvero interessante – e poi riprende: – È strano, però. Non avete per nulla l’aspetto di un commesso viaggiatore.
— Be’, si vede che sono un tipo fuori del comune, ma rispondete alla mia domanda: che ne dite del mio invito?
Carlette scrolla il capo.
— Niente da fare – e alza la manina per dirmi di non interromperla. – Ora vi spiegherò il motivo e voi siete libero di credermi o di non credermi. Non ci tengo a rivedervi perché sento che finirei per innamorarmi e, almeno per ora, non voglio attaccarmi a nessuno. Ciò potrebbe interferire...
— Con che cosa? – la interrompo.
— Ecco; questo non posso dirvelo.
— Sapete che siete un tipo singolare, Carlette? – osservo. – Ora mi dite che non volete più vedermi perché avete paura del mio fascino, e durante la traversata non avete fatto altro che stare alla larga da me!
— Certo – conferma la bella – ma c’era un motivo. Nessuno che abbia un po’ di buon senso pensa di scherzare col fuoco, nevvero? Il fatto si è che ricorderò sempre questa notte. Ricorderò sempre che vi devo la vita perché mi avete salvata dalle acque gelide. Vorrei che ci separassimo cosí con questo bel ricordo.
— Capisco – dico e la guardo a lungo in silenzio. Poi continuo: – È una cosa davvero bizzarra, sapete, ma ho la netta impressione di avervi già vista in qualche altro posto. E dire che io sono fisionomista! Come mai ho potuto dimenticarvi? La cosa mi lascia davvero perplesso!
Sorride e cerca di spiegare:
— Suppongo che si tratti di un’altra. Immagino che di donne ne abbiate conosciute parecchie, nella vostra vita.
Abbasso gli occhi modestamente.
— No – mormoro – dovete credermi, non sono fortunato con le donne.
Non mi crede. Accendo una sigaretta e la prego di scusarmi per qualche minuto. Mi alzo e giro per il corridoio finché non trovo l’uomo addetto ai bagagli. Gli dico di chiedere al facchino che le porterà le valige, quale è l’indirizzo di Carlette. Gli mollo una sterlina. – Questo è per compensarvi del disturbo – spiego. L’amico ringrazia e promette che farà il possibile.
Ritorno da Carlette e dopo cinque o sei minuti arriviamo alla stazione di Waterloo. Saluto la mia compagna di viaggio. Ho con me solo una valigetta perché il resto del bagaglio è già partito con il treno delle nove e mezzo. Come arrivo, all’uscita vedo un signore di media altezza con impermeabile e bombetta che si guarda in giro. Non appena mi vede si avvicina.
— Il signor Thaxby? – fa a bassa voce. – Anzi, il ben noto Lemmy Caution dell’Ufficio Federale Investigativo?
Rispondo che sono proprio io. Allora mi stringe la mano e aggiunge:
— Mi chiamo Grant. Mi ha mandato l’ispettore Herrick. È spiacente di non essere qui a ricevervi; ha dovuto recarsi in Scozia per tre o quattro giorni, per motivi professionali. Non mancherà di mettersi in contatto con voi al suo ritorno. Consideratemi a vostra disposizione.
— È una bella cosa – rispondo.
Gli chiedo come ha fatto a riconoscermi. Grant cava di tasca una foto dove c’è la figura del sottoscritto e allora mi dico che, in fin dei conti, i poliziotti inglesi conoscono bene il loro mestiere.
Guido il mio compagno fino al buffet dove prendiamo una tazza di caffè. – Adesso – spiego – andremo in Jermyn Street, al solito albergo, dove ho già prenotato una stanza, e parleremo con calma.
Mentre aspettavamo il caffè, gli dico di scusarmi un minuto. Vado fuori e dopo un attimo un portabagagli mi avvicina e mi domanda se sono il signor Thaxby. Gli rispondo di sí e lui mi rifila un foglietto.
— Ecco l’indirizzo della signora che v’interessa – dice ridacchiando.
Lo ringrazio e ritorno al buffet. Quando abbiamo sorbito il caffè prendiamo un tassí senza dover aspettare troppo e ce n’andiamo in Jermyn Street. In verità ho a mia disposizione un piccolo appartamentino al primo piano. Faccio gli onori di casa a Grant offrendogli una sigaretta e due dita di whisky e quindi attacco:
— Che cosa sapete da Herrick, circa questa inchiesta?
— Mica molto – risponde. – Mi ha detto che mi avreste dato voi le istruzioni del caso.
— Ebbene – spiego – la faccenda sta cosí – Sei mesi fa un certo Whitaker, residente a Kansas City, ha inventato un nuovo bombardiere. Un apparecchio magnifico con un mucchio di congegni che si aprono e si chiudono. Ma Whitaker è un tipo originale e non ne ha consegnato i disegni nel tempo dovuto. Ora il Ministero della Marina, che s’interessa particolarmente si è spazientito per il ritardo. Cominciano a chiedersi che cosa passa mai essere accaduto all’inventore. Poi qualcuno più furbo degli altri si mette in mente che Whitaker possa essere stato ucciso o quanto meno rapito da quei tipi spinti della Quinta Colonna, e allora incaricano un agente federale di tener d’occhio l’inventore. Cosí si viene a scoprire che Whitaker è innamorato cotto di una ragazza... una cosa dell e pi ú banali, insomma.
Grant annuisce. – Forse... ma non potrebbero essere stati i tedeschi a mettergli la donna fra i piedi?
— Sí, l’ipotesi potrebbe anche essere giusta – ammetto – tanto più che Whitaker ha piantato la fidanzata per spassarsela con l’altra. Tre o quattro giorni alla settimana se ne va in giro su una macchina sontuosa. Il buffo però è questo: che il nostro agente federale non riesce a vedere la maliarda. Non sa neanche chi sia, capite? Cosí almeno riferisce ai superiori di Washington. Washington non se la prende calda perché nello stesso giorno riceve una telefonata da parte di Whitaker dall’Arkansas; l’inventore annuncia che i progetti sono terminati e che tutto è a posto, circa l’apparecchio, di modo che possono cominciare la produzione in serie.
Bevo un bel sorso di whisky e guardo Grant al di sopra dell’orlo del bicchiere.
— Quest’apparecchio ha una grande importanza per voi, qui – spiego – perché il governo degli S. U. deve produrne in gran numero per mandarli in Inghilterra. Ebbene, il giorno dopo Whitaker non si vede. Scompare dalla circolazione come se fosse una moneta d’oro, capite? Nessuno sa dire dove diavolo si sia cacciato e, cosa peggiore, nessuno sa dire dove siano andati a finire i progetti del nuovo aeroplano.
«A questo punto mi affidano l’incarico di indagare su tutta la faccenda. Mi reco perciò a Kansas City e cerco di mettermi in contatto con l’inventore. Passa un un giorno, passa l’altro e infine scopro che Whitaker, dieci giorni prima della sua telefonata a Washington, aveva prenotato un posto su una motonave diretta in Inghilterra».
Grant è stupito. – Perché mai dovrebbe venire qui?
— Non lo so – rispondo. – Ma perché non dovrebbe venirci? Questo è un posto come un altro e, a ogni modo, è qui che ora dovremo ricercare il nostro inventore.
Grant obietta: – Be’, signor Caution, se devo essere sincero mi sembra un’impresa da pazzi. Ci vuole un bel coraggio a cercare un uomo in Inghilterra mentre piovono bombe da tutte le parti. Senza contare che noi abbiamo già altre gatte da pelare. Ad ogni modo faremo tutto il possibile per aiutarvi.
— Già, a dire il vero m’aspettavo che Herrick avesse qualche notizia, o qualche informazione sul caso Whitaker. Vedete. il comando di Washington si era messo in contatto con lui già da diversi giorni, tanto piú che non è facile di questi tempi, per uno straniero, entrare in Inghilterra senza che la cosa salti all’occhio. Sí, credevo proprio che Herrick ne sapesse qualcosa.
Grant riflette un minuto. Poi confessa:
— Non so nulla in proposito. So soltanto che l’ispettore Herrick doveva occuparsi della cosa personalmente. Contava di vedervi oggi ma è stato chiamato all’ultimo momento per occuparsi di un caso importante. Perciò ha incaricato me di ricevervi. Chissà che al momento non ci siano delle notizie su Whitaker. – Cosí dicendo Grant si è alzato. – Ora torno laggiú e se ci fossero delle novità ve le comunicherò. Domani, ad ogni modo, passate da Scotland Yard cosí ci metteremo al lavoro.
— Benone. Intanto avrò tempo di far asciugare i miei vestiti perché l’abito che indosso mi è stato gentilmente prestato dopo un bagno involontario. Sono caduto in mare a Southampton, a causa dell’oscuramento.
Ci stringiamo la mano ed egli se la batte.
Mi spoglio e passo nel bagno. Faccio una bella doccia calda e intanto penso che forse Grant ha ragione d’affermare che cercare Whitaker qui è come cercare il classico ago nel pagliaio.
Indosso il pigiama e torno nella stanza dove ho lasciato il soprabito. Infilo la mano nella tasca interna per pescar fuori il portafoglio coi documenti piú importanti. Mi venga un accidente: è sparito.
Capisco quello che è accaduto e comincio a dir parolacce peggio d’ un turco.
Proprio in quel frattempo squilla il telefono. Prendo il microfono. È Grant che ha qualcosa da dirmi.
— Sentite, Caution. Dopo avervi lasciato sono passato da Scotland Yard ed ho dato un’occhiata alla scrivania dell’ispettore Herrick, per vedere se avesse lasciato qualche istruzione per voi. Ho trovato un messaggio in cui dice che sarà di ritorno domani e che vi aspetta senz’altro. Inoltre – e credo che questo sia il punto piú importante – sul foglio è segnato il nome di una donna, certa Geralda Varney. C’è uno strano segno a fianco del nome e una annotazione secondo cui la sconosciuta Geralda sarebbe sbarcata in Inghilterra una settimana fa. Mi sto chiedendo...
— Dite pure, Che cosa avete in mente? – domando.
— Non potrebbe darsi che costei sia la donna per cui Whitaker ha abbandonato la fidanzata...
— Sicuro che può essere – esclamo. – Whitaker deve essere sciocco abbastanza da essersela portata dietro. Del resto Herrick avrà avuto i suoi buoni motivi per far quell’annotazione. C’è anche l’indirizzo? – domando.
— Sí. Sta a Laurel Lawn, nei dintorni di Hampstead.
— Bene – faccio. – Restate un momento all’apparecchio.
Per un buon minuto rifletto e faccio lavorare le meningi.
— Sentite, Grant – gli dico poi – lasciate che alla ragazza ci pensi io. Forse andrò a darle un’occhiata. Non preoccupatevi però se domani non mi vedrete. Verrò non appena Herrick sarà di ritorno. Va bene cosi?
Egli approva senz’altro la mia idea. Allora lo saluto e riattacco.
Mi rivesto, indosso il soprabito ed esco. Sono contento di sentire la pistola nella fondina appena sotto l’ascel la sinistra. Da Jermyn. Street filo per Piccadilly, mentre le sirene danno il segnale di cessato allarme. È ancora buio pesto, ma ho la vaga impressione che la mia inchiesta riuscirà molto interessante e non priva di emozioni.
Cammino ma non trovo quello che cerco. Solo quando giungo in Berkeley Square m capita l’occasione che sto aspettando. Giunge infatti una bella macchina e si ferma davanti ad un portone. Lo sportello si apre e ne scende una signora in abito da sera. La sventatella ha lasciato al suo posto la chiave d’accensione, ragion per cui salgo in macchina e parto; dopo cinque secondi filo per il parco, verso Knightsbridge. Frugo nella tasca laterale della macchina e vi trovo una guida delle vie. Proprio quello che mi ci vuole! Mi auguro soltanto che qualche poliziotto non mi fermi perché, assieme al portafoglio, ho perduto tutti i documenti!
3Sono le cinque del mattino quando giungo a Southampton. Fermo la macchina e m’informo dov’è la centrale di polizia. Ci vado di filato e chiedo di parlare col sergente Rapps, quello che mi è venuto incontro quando sono sbarcato. Dico di chiamarmi Thaxby.
Il funzionario di turno mi risponde garbatamente che Rapps è a casa che dorme, ma, dato che si tratta di cosa urgente, acconsente di telefonargli. Quando Rapps risponde dico:
— Sentite, Rapps; qui parla Thaxby, il rappresentante della fabbrica di serrature. Stanotte ho avuto un incidente ed ho perduto i miei documenti. Inoltre vorrei farvi qualche domanda.