CAPITOLO 2: ASCENSORE 2

621 Parole
EMMA Il rossetto. È il mio unico pensiero quando la cabina si ferma. Ho passato il dito sulle labbra in un gesto nervoso, cancellando il colore, lasciando una traccia sbavata, indecente. Sono in ritardo. Ancora. E ora sono prigioniera. Con un uomo. Lo vedo nello specchio, prima ancora di guardarlo davvero. Alto, spalle larghe, viso chiuso. Poi vedo le sue mani. Mani rovinate. Segnate dalla violenza di qualcosa, un incidente, una caduta, un combattimento. Le cicatrici sono recenti, la pelle ancora in ricostruzione. Mi affascinano. Raccontano una storia di dolore e sopravvivenza. Lui bestemmia. La sua voce è grave, raschiata dal fastidio o dalla paura. L'aria diventa irrespirabile. Mi appoggio allo specchio freddo, cercando un po' di freschezza, ma la mia schiena brucia. L'elettricità statica fa crepitare il suo maglione. Il suono sfreccia nel silenzio come una scintilla. E poi... la svolta. Non è uno sguardo. È una presa. Quando i nostri occhi finalmente si incontrano, nella luce livida, è un abbraccio visivo. Mi spoglia, lentamente, metodicamente. Nei suoi occhi non c'è desiderio educato. C'è fame. Fame e una rabbia sorda. Guarda le mie labbra, il mio collo, la base della gola dove sento il mio sangue pulsare sotto la pelle. Guarda come si rivendica. Un calore liquido e pesante si diffonde nel mio ventre. La mia stessa paura si trasforma, si tinge di qualcosa di molto più pericoloso. L'anticipazione. Il mio cuore batte a colpi disordinati. Dovrei distogliere lo sguardo, fare la vittima spaventata. Invece, guardo le sue mani. Penso a quelle mani segnate sulla mia pelle. Che pressione eserciterebbero. Che impronta lascerebbero. Lo spazio non esiste più. C'è solo il calore del suo corpo, a due passi da me. Il suono del suo respiro, più veloce. Il suo odore, il cuoio, il sapone, un accenno di sudore. Un odore maschile, semplice, che mi fa girare la testa. La luce si spegne. Il nero è una liberazione. In quel nero, non devo più nascondere ciò che si legge sul mio viso. L'attrazione. Irrazionale, totale. È una vertigine. È cadere senza rete. Un gemito sfugge dalle mie labbra. «Mio Dio.» Mi muovo. Non so perché. Per avvicinarmi? Per fuggire? I miei piedi scivolano sul pavimento. Sento il calore del suo corpo prima di toccarlo. Irradia, mi risucchia. Quando la luce rossa torna, siamo a un soffio l'uno dall'altra. Il suo alito sulla mia tempia è un incendio. Vedo le sue pupille, dilatate, nere. Vedo la tensione nella sua mascella, il desiderio grezzo, non filtrato. È la cosa più vera che abbia mai visto. Ogni pensiero vola via. Non c'è più un matrimonio che mi aspetta al piano. Non ci sono più vite parallele. Non ci sono più cicatrici. C'è solo questo bisogno, acuto, insopportabile, di dimostrare che sono viva. Che questa carne, questa pelle, questi nervi possono ancora incendiarsi. Si getta su di me. Non è un approccio. È una presa. Le sue mani – quelle mani segnate – si abbattono sui miei fianchi, mi schiacciano contro di lui. Il contatto è una scossa elettrica. Un grido soffocato, che viene da lui o da me, non so. Poi la sua bocca trova la mia. È un bacio che non ha niente di un bacio. È una collisione. Una divorazione. Le sue labbra sono dure, impazienti. Sente il rossetto imperfetto, il sale della mia pelle. Rispondo con la stessa urgenza, le mie dita che si infilano nei suoi capelli, attirandolo più vicino, sempre più vicino. Mordo il suo labbro inferiore, una punteggiatura selvaggia. Lui grugnisce, un suono che viene dal profondo del suo petto, e la sua mano risale lungo la mia schiena, strappando il tessuto del mio vestito, cercando la pelle. L'attrazione ha parlato. Ci ha gettati l'uno sull'altra. Ora bruciamo.
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