1. La 90 fantasma

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1. La 90 fantasma Armanda Floris in Fiore ha 85 anni. Oltre alla sua età possiede un trilocale in via Botticelli che quasi s’affaccia su viale Romagna, un conto in banca non particolarmente entusiasmante, la pensione minima più quella di reversibilità del defunto marito, fu Oreste Fiore, due figli ormai sposati che vede la domenica a pranzo, quando si ricordano di lei, e soprattutto dopo che lei ha inforcato gli occhiali, dato che è presbite e da vicino non riconoscerebbe se stessa davanti allo specchio, e un cane di nome Lothar. Un cane. Lei lo chiama così. Nel quartiere invece lo chiamano in altri modi: ratto, microbo, pulce, brutto mostro schifoso. Quest’ultimo epiteto, coniato dal panettiere, deriva dall’insana quanto radicata abitudine da parte di Lothar di espletare i propri minuscoli bisogni in prossimità dell’ingresso della rivendita dell’uomo. Non è tanto l’effetto, pressoché invisibile, prodotto dal quattro zampe in miniatura, quanto il fatto che, si sa, i cani fra loro hanno l’abitudine di ripercorrere a tappe, una pista olfattiva comune. E nel quartiere girano alani, pastori tedeschi e altre razze con dimensioni ben più impegnative di quella di Lothar, così che davanti al negozio del panettiere si forma una specie di campo minato accompagnato da una certa aria insalubre. È martedì 2 marzo del 1976, primo giorno del Carnevale Ambrosiano. Fa freddo e c’è buio e un po’ di nebbia, né troppa né poca. È sera, il quadrante illuminato dell’orologio elettrico sul marciapiede suggerisce che sono da poco passate le ventuno. Armanda Floris in Fiore ha appena finito di fare il giretto con il suo amato Lothar, fra l’erba spelacchiata e ghiacciata delle aiuole alloggiate nel controviale di viale Romagna, un’arteria che sembra importata dall’America, tanto è larga, che unisce piazza Piola a viale Campania che poi diventa viale Molise e poi ancora viale Puglie. Questo mini tour delle regioni italiane identifica la circonvallazione cosiddetta esterna, che serve a diversificarla dall’altra, quella interna, più breve, con cui forma due cerchi concentrici il cui centro è piazza Duomo. Milano, insomma, è rotonda, a poterla osservare dall’alto, una specie di macchia scura caduta dal cielo proprio in mezzo alla pianura Padana. Armanda Floris in Fiore invece è impaziente, a guardarla sia dall’alto che dal basso. Lo sceneggiato alla televisione tra poco comincia o, come teme, è già cominciato. “Dai Lothar, è tardi!” dice al suo beneamato, ma appena lo ha detto risolleva lo sguardo e qualcosa ne attira subito l’attenzione. Qualcosa di strano. Un filobus. Di quelli lunghi, verdi, con il pantografo sollevato a toccare i fili della linea elettrica aerea. Un filobus della linea 90, che percorre la circonvallazione. Quel che vede è proprio una 90, appena oltre l’incrocio, che arriva nella sua direzione. Ma. C’è un ma. Questa viaggia veloce, a fari spenti, tutta spenta, anche all’interno, e soprattutto non c’è nessuno a condurla: non c’è il guidatore! L’anziana strabuzza gli occhi, perché per essere presbite è presbite forte, ma a distanze superiori ai tre/quattro metri ci vede come un’aquila e ha visto chiaramente che nella cabina di guida non c’è nessuno. La 90 le sfreccia davanti al naso senza che nessuno la guidi! Lo spostamento d’aria, gelida, le mette un brivido nella schiena e lì lo lascia. “Andiamo Lothar!” dice lei preoccupata. A Lothar non importa di andare con lei, comincia ad abbaiare e si mette a tirare quella specie di guinzaglio che ha legato al collo. “Lothar! Non tirare che soffochi! Lothar!” Ma Lothar non soffoca, anzi, tira così forte che il guinzaglio sfugge di mano alla sua padrona e lui si mette a zampettare nel controviale. “Lothar! Fermati! Dove vai? Qui Lothar! Qui!” Il cane in miniatura si ferma soltanto quando ha deciso che è sia il momento che il posto giusto in cui fermarsi, tra due delle tante macchine in sosta parcheggiate nel controviale. La signora Armanda cammina più rapidamente che può dietro al suo Lothar. Arriva, con il fiatone, tra le due auto in sosta. “Lothar! Ma che…” Quel che vede è ben peggiore della 90 fantasma. Il piccolo Lothar sta leccando con la sua minuscola lingua il volto di una donna stesa sull’asfalto freddo. Per capirlo l’anziana si è infilata gli occhiali che porta sempre con sé nella tasca di qualunque cosa indossi, in questo caso un vecchio paletot color cammello. “Ah!” grida. Poi, appena dietro a Lothar e alla donna stesa a terra, vede un’ombra scura che non riconosce subito. Strizza gli occhi, affila lo sguardo. “Non è come crede!” dice la voce di un uomo, con attaccato un uomo. È inginocchiato a terra, e sarebbe meglio se ci fosse rimasto. Invece si solleva e la luce di un lampione lo illumina. È vestito di nero. La faccia bianca, cerea, da morto. Occhiaie nere, fonde. Labbra rosse, troppo rosse, dalle cui estremità colano due rivoli rossi. Sangue! Un vampiro! Dracula! Questa è l’ultima cosa che pensa Armanda Floris in Fiore. Poi sviene. Dracula riesce a sorreggerla in qualche modo prima che l’anziana stramazzi sull’asfalto. Lothar abbaia a più non posso. E comincia un’altra storia.
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