CAPITOLO 3

955 Parole
Capitolo 3: La prima crepa Calano le sere. Léa è sdraiata sul letto, il telefono incollato alla mano. Aspetta. Non vuole scrivere per prima, allora fissa lo schermo, il ventilatore, il soffitto. Il suo cuore pompa piano. La vibrazione arriva alle ventidue e dodici. «Sono libero. Anche tu?» Lei sorride nel buio. «Sì. Ti aspettavo.» «Mi aspettavi? È pericoloso aspettare qualcuno che non si conosce.» «Corro il rischio.» «A quanto pare anch'io.» La conversazione riprende come un meccanismo ben oliato. Parlano della loro giornata. Lui ha riletto delle poesie per preparare le sue future lezioni. Lei ha guardato una serie tv stupida. Niente di straordinario. Ma ogni parola ha un doppio senso, una leggerezza sospesa. Léa si sente spuntare le ali. Osare chiedere: «R, a cosa stai pensando, proprio adesso?» «Ai tuoi capelli. Hai detto che sono lunghi e scuri. Immagino come ti cadono sul viso.» Lei si raddrizza. Nessuno le ha mai parlato così. Con questa precisione, questa lentezza. «E poi?» scrive. «Poi penso alla tua nuca. La parte che nascondi. Quella che mostri quando raccogli i capelli.» Le sue dita toccano istintivamente la nuca. La pelle lì è calda. «Stasera sei poeta.» «No. Solo onesto.» Silenzio. Poi un nuovo messaggio. Più breve. Più tagliente. «Che tipo di corpo hai, Léa?» Lei sussulta. È la prima volta che usa il suo nome. Léa. Non tu, non bellezza mia, niente. Il suo vero nome. Rende la domanda più intima. Più vulnerabile. Lei esita. Dovrebbe cambiare discorso, mettere una barriera. Ma le sue dita si muovono da sole. «Perché vuoi saperlo?» «Perché ho bisogno di immaginarti. Perché sia reale.» «Non è reale, appunto. Siamo dietro a degli schermi.» «Se per te non è reale, smetti di rispondermi.» Lui segna un punto. Lei non può smettere. Non vuole. Lei scrive, lentamente: «Sono magra. Non molto muscolosa. Fianchi un po' larghi. E tu?» «Magro. Spalle larghe. Delle mani.» «Delle mani?» «Sì. Mani da uomo che scrive. Lunghe, sottili.» «Ti trovi bello?» «Abbastanza perché le ragazze mi guardino. Non abbastanza per essere presuntuoso. E tu, sei bella?» «Abbastanza perché mi guardino. Non abbastanza perché si fermino.» Lui risponde: «Io mi sarei fermato.» Lei sente le guance bruciare. Lui non si ferma, del resto. Le parole diventano più pesanti. Lui parla della sua bocca, delle sue labbra, di quello che vorrebbe dirle dal vivo. Lei legge, rilegge, non risponde subito. A volte posa il telefono sulla pancia, respira, riprende. Lui scrive: «Mi piace quando non rispondi. Vuol dire che ti ho toccata.» «Queste sono parole. Non dita.» «Le parole sono le mie dita. Per ora.» Lei morde il pugno. Lui va troppo oltre. Eppure non vuole che si fermi. Una parte di lei, la più oscura, la più affamata, chiede di più. Lei osa: «E cosa toccano le tue parole in me?» «Il tuo orgoglio. Il tuo desiderio.» Non parla ancora di sesso. Non direttamente. Ma tutto ci porta. Poi il messaggio che cambia tutto. «Immagino i tuoi fianchi. Quelli che hai detto. Larghi. Mi piacerebbe posare le mie mani sopra. Solo posarle. Prima.» Léa espira forte. È il primo commento apertamente fisico. Non vago. Non poetico. Reale. Dovrebbe interrompere. È uno sconosciuto. Potrebbe essere chiunque. Lei ha diciassette anni. Lui ventitré. Ma lei continua. «E poi?» «Poi li risalirei lungo le tue costole. Lentamente. Per contare quanti secondi ci metti a fremere.» «Sei arrogante.» «Non hai detto di no.» Non ha detto di no. È vero. Lei cambia angolo, si protegge con la provocazione. «Lo fai con tutte le ragazze che ti scrivono a caso?» «Sei la prima. E tu, scrivi a caso a tutti i ragazzi?» «No. Tu sei un errore.» «Un bell'errore.» Lei ride nervosamente. Non controlla più niente. Lui rincara: «Sai cosa mi piace di te? Il tuo modo di crederti forte. Come se queste parole non ti facessero niente. Ma invece sì. Lo sento.» Il telefono diventa rovente nella sua mano. Lei risponde, con le dita tremanti: «Ti credi un dio.» «No. Solo un uomo che legge tra le righe.» La notte si fa più fitta. La camera è buia tranne che per il bagliore dello schermo. Léa ha caldo. Un capogiro. Non è più sicura di dove stia andando. Lui scrive: «Io vado a letto.» «Già?» «Vuoi che rimanga?» «…» «Questo punto e virgola è un sì o un no?» «È un non lo so.» «Bene. Allora ti lascio riflettere. Ma prima di andare, rispondimi sinceramente. Quando pensi a me, cosa provi?» Lei si alza, fa su e giù per la camera. Quel tipo la mette a nudo. Potrebbe mentire. Ma è stanca di mentire. «Disordine.» «Disordine in che senso?» «Nella testa. Nella pancia. Ho la sensazione di fare qualcosa di sbagliato. Ma non ho voglia di smettere.» Lungo silenzio. Poi: «Neanch'io, Léa. Neanch'io.» Lui aggiunge: «Buonanotte.» «Aspetta.» «Cosa?» «Hai detto che mi avresti chiamato, un giorno.» «Presto. Promesso.» «R.» «Sì?» «Grazie di non essere un vecchio schifoso.» «Posso esserlo se vuoi.» Lei sorride nel buio. «Buonanotte, R.» Lei spegne lo schermo. Buio totale. Nel letto si gira e rigira. Il commento sui suoi fianchi le gira in testa a ripetizione. Le sue dita, le sue mani, le sue costole. Per la prima volta si tocca la pancia pensando a lui. Non è più un gioco. Il suo telefono vibra un'ultima volta. Un messaggio che lui ha inviato nello stesso momento in cui lei spegneva. «Avevo dimenticato di dirti: mi piace la tua cicatrice. Quella sul mento. Ti rende unica. Dormi bene, mio errore.» Lei riaccende, legge, spegne, riaccende ancora. Non risponde. Non ha le parole. Stringe il telefono contro il petto, chiude gli occhi, e la sua ultima parola della notte è la stessa del suo primo pensiero del mattino, silenziosa, divorante: R.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI