Capitolo IV-1

2023 Parole
Capitolo IV Niente poté svegliarlo, né i colpi di fucile sparati vicinissimo, né il trotto del cavallo che la vivandiera frustava a tutta forza. Il reggimento, dopo aver creduto per tutto il giorno che la battaglia fosse vinta, era stato attaccato di sorpresa da nugoli di cavalleggeri prussiani, e stava ritirandosi, o meglio stava fuggendo verso la Francia. Il colonnello che aveva preso il posto di Macon, un bell'uomo giovane, elegante, era stato ucciso a sciabolate. Il comandante di battaglione che lo aveva sostituito, un vecchio dai capelli bianchi, ordinò l'alt. «Perdio!» disse ai soldati, «al tempo della repubblica, prima di tagliare la corda si aspettava di esserci costretti. Dovete difendere ogni metro, e fatevi ammazzare,» gridava, imprecando, «perché è la nostra terra, che i prussiani vogliono invadere!» Fabrizio si svegliò bruscamente. La carretta si era fermata. Il sole era tramontato da un pezzo. Gli parve molto strano che fosse già quasi notte. C'era una gran confusione, soldati che correvano da tutte le parti. Sembrava che si vergognassero di qualcosa. Fabrizio ne fu molto stupito. «Che cosa succede?» chiese alla vivandiera. «Proprio niente. Solo che ci han fatto fuori, ragazzo. Abbiamo addosso la cavalleria dei prussiani, ecco che cosa succede. Quell'idiota del generale credeva che fosse la nostra. Su’ sbrigati, dammi una mano, che si è rotto un attacco.» Stavano sparando, molto vicino. Il nostro eroe si sentiva fresco e riposato, pensava: «In fondo, per tutto il giorno, non mi sono battuto. Non ho fatto altro che scortare un generale.» Poi disse alla donna: «Devo battermi.» «Sta' tranquillo, ti batterai. Tra un po' ne avrai fin sopra i capelli, di batterti. Siamo spacciati.» Poi la donna gridò a un caporale che passava sulla strada: «Aubry, da' un'occhiata alla carretta, ogni tanto.» «Andate a combattere?» chiese Fabrizio a Aubry. «Io? Macché! Sto andando a ballare!» «Vengo anch'io.» «Senti, stagli attento, al piccolo ussaro!» gridò la donna. «È un bravo ragazzo.» Il caporale Aubry camminava senza aprir bocca. Otto o dieci soldati lo raggiunsero, di corsa. Aubry li condusse dietro una grossa quercia, tra cespugli di rovi, poi, sempre senza dire una parola, li dispose sul limitare del bosco, piuttosto distanti uno dall'altro. «Attenzione, ragazzi,» disse - e era la prima volta che parlava -, «non sparate se non ve lo dico io. Ricordatevi che avete soltanto tre cartucce.» «Ma che cosa succede?» pensava Fabrizio. Poi, quando fu solo con il caporale, gli disse: «Sono senza fucile.» «Per prima cosa, sta' zitto! Va' là, a una cinquantina di passi dal bosco. Troverai qualcuno di quei poveri ragazzi massacrati a sciabolate. Prendi fucile e giberne. E sta' attento che non sia un ferito, almeno. Prendi fucile e giberne a uno che sei sicuro che è morto, e fa' in fretta, prima che i nostri ti tirino addosso.» Fabrizio corse via, e tornò subito con un fucile e delle giberne. «Adesso caricalo e mettiti là, dietro quell'albero. Mi raccomando, non sparare se non lo ordino io... Ma per Dio, questo qui non sa neanche caricare un fucile!» e continuando, a parlare gli mostrò come si faceva. «Se ti viene addosso un cavalleggero, per sciabolarti, gira intorno all'albero e spara soltanto a colpo sicuro, quando ce l'hai a tre passi, quando a momenti lo tocchi con la baionetta.» Poi gridò: «E buttalo via, quello sciabolone! Vuoi che ti faccia inciampare, porca miseria? Che razza di soldati ci mandano!» e prese la sciabola e la buttò lontano, bruscamente. Poi disse: «Avanti, pulisci la pietra focaia con il fazzoletto. Ma l'hai mai tirato, un colpo di fucile?» «Andavo sempre a caccia.» «Meno male!» disse il caporale, sbuffando. «Ma ricordati, spara soltanto quando io do l'ordine.» Poi se ne andò. Fabrizio era tutto eccitato. «Adesso sì che potrò combattere davvero,» pensava. «Se potessi ucciderne uno! Stamattina ci sparavano addosso e io potevo soltanto star lì a espormi come uno scemo!» Si guardava intorno con estrema curiosità. Dopo un po' sentì sette o otto fucilate, vicinissime. Ma il caporale non aveva dato l'ordine di tirare e Fabrizio rimase tranquillo, dietro il suo albero. Era quasi notte. Era come quando stava alla posta, a caccia di orsi, sulle montagne di Tremezzina, sopra Griante. Poi fece una cosa da cacciatore: tolse la palla da una cartuccia e l'infilò nella canna del fucile già carico. «Se ne vedo uno non devo mancarlo,» pensò. Due fucilate esplosero proprio vicino al suo albero. E, di colpo, un cavalleggero in uniforme blu gli passò davanti al galoppo, da destra a sinistra. «Non sono tre passi,» pensò Fabrizio, «ma sono sicuro di prenderlo, così vicino.» Lo seguì bene con il mirino, schiacciò il grilletto. Caddero tutt'e due, uomo e cavallo. A Fabrizio sembrava di essere a caccia, era felice, si mise a correre verso la preda che aveva abbattuto. Stava già toccandolo, gli sembrava che stesse agonizzando. E vide due cavalleggeri prussiani che gli si precipitavano contro, le sciabole alzate. Corse affannosamente verso il bosco, lasciò cadere il fucile. Gli erano quasi addosso; ma giunse tra piccole querce dritte, grosse come un braccio, al margine del bosco. Per un momento i cavalleggeri rallentarono, poi furono di nuovo allo scoperto. Gli erano dietro, ancora, stavano per raggiungerlo. Si buttò nel bosco, tra grossi alberi. Cinque o sei fucilate gli esplosero davanti, tanto vicine che sentì sulla faccia il caldo delle fiammate. Abbassò la testa. Poi, alzandola, vide la faccia del caporale. «L'hai preso, il tuo?» «Sì. Ma ho perso il fucile.» «Non sono i fucili, che ci mancano. Sei in gamba. Con la tua aria da ragazzino te la sei guadagnata, la giornata. E questi, che fanno il soldato, non sono stati capaci di prendere quei due che ti correvano dietro. E li avevano a tiro, proprio di fronte. Io non potevo vederli. Adesso dobbiamo battercela, e alla svelta. Il reggimento deve essere piuttosto lontano, e oltre a tutto dobbiamo passare per un pezzo in mezzo ai campi, e corriamo il rischio che ci taglino fuori.» Mentre parlava, il caporale aveva incominciato a camminare in fretta, alla testa dei suoi dieci uomini. Poco lontano, sull'orlo del campo, incontrarono un generale ferito, portato a braccia dal suo aiutante di campo e da un domestico. «Voglio quattro uomini,» disse il generale con voce spenta. «Bisogna che mi portino a un'ambulanza. Ho una gamba fracassata.» «Va' a farti fottere,» rispose il caporale, «tu e tutti i generali! Avete tutti tradito l'Imperatore, oggi!» «Ma tu ti stai rifiutando di obbedire a un ordine!» gridò il generale, inviperito. «Sai che io sono il conte B., generale comandante la tua divisione...» Continuava a parlare, dandosi grandi arie. L'aiutante di campo si buttò contro i soldati. Il caporale gli diede un colpo di baionetta sul braccio e corse via con i suoi uomini. «Che vadano in malora tutti,» ripeteva, imprecando, «che si possano fracassare tutti gambe e braccia! Una massa di sbruffoni, ecco che cosa sono! Tutti venduti ai Borboni per tradire l'Imperatore!» Fabrizio era molto impressionato da questa terribile accusa. Verso le dieci di sera raggiunsero il reggimento alla periferia di un grosso villaggio percorso da tante piccole strade strettissime, ma Fabrizio notò che il caporale evitava di parlare agli ufficiali. Poi il caporale disse: «Di qua non si passa.» Per le strade si ammassavano uomini, cavalli, carri, cassoni dell'artiglieria. Arrivarono fino a un incrocio, ma dopo pochi passi dovettero fermarsi. Intorno imprecavano, litigavano. «Dev'essere qualche altro traditore, che comanda, qui!» gridò il caporale. «Se ai prussiani gli viene l'idea di circondare il villaggio, ci prendono come un mucchio di cani. Venite con me, voialtri.» Fabrizio si guardò intorno. C'erano solo sei soldati, con il caporale. Attraverso un portone spalancato entrarono in un vasto cortile, dal cortile passarono in una stalla e uscirono da una porta che dava su un giardino. Per un po' camminarono su e giù senza saper dove andare, poi scavalcarono una siepe e si trovarono in un gran campo di saggina. In meno di mezz'ora, seguendo il rumore e le grida, furono di nuovo sulla strada maestra, al di là del villaggio. Il fossato che correva lungo la strada era pieno di fucili abbandonati, e Fabrizio ne prese uno. La strada era molto larga, ma così ingombra di fuggiaschi e di carriaggi che in mezz'ora fu tanto se riuscirono a fare cinquecento passi. Dicevano che quella era la strada per Charleroi. Suonarono le undici. «Bisogna prendere ancora per i campi,» gridò il caporale. Erano rimasti in cinque - tre soldati, il caporale e Fabrizio. Quando arrivarono a un quarto di lega dalla strada maestra, uno dei soldati disse: «Non ce la faccio più.» «Neanch'io,» disse un altro. «Bella novità!» disse il caporale. «Come credete che stia, io? Ma se mi obbedite vi troverete bene.» C'erano cinque o sei alberi sul bordo di un fossatello, in mezzo a un immenso campo di grano. «Là, dove ci sono quegli alberi!» disse il caporale. Poi, quando furono arrivati agli alberi, disse: «Stendetevi là. E non fate rumore, mi raccomando. Ma prima di dormire, c'è qualcuno che ha un po' di pane?» «Io,» disse un soldato. «Da' qua,» disse il caporale, in tono deciso. Poi divise il pane in cinque pezzi e si tenne il più piccolo. «Un quarto d'ora prima che faccia giorno,» disse poi, mangiando, «avremo addosso la cavalleria nemica. Qui si tratta di non farsi sciabolare. Uno solo è spacciato, con la cavalleria addosso in una pianura come questa - ma in cinque ci si può salvare. Se state con me, e state uniti, e sparate solo a colpo sicuro, mi impegno a portarvi a Charleroi per domani sera.» Il caporale li svegliò un'ora prima dell'alba, gli fece ricaricare i fucili. Dalla strada maestra veniva ancora un gran rumore, era durato tutta notte. Era come un torrente in lontananza. «Scappano come tante pecore,» disse Fabrizio al caporale, ingenuamente. «Chiudi il becco, novellino!» disse il caporale, irritato, e i tre soldati che formavano tutto il suo esercito guardarono Fabrizio con aria molto severa, come se avesse detto una bestemmia. Aveva insultato la nazione. «È incredibile!» pensò Fabrizio. «L'ho già notato alla corte del viceré, a Milano. Loro non scappano, no! Con questi francesi non si può dire la verità, se ferisce la loro vanità. Ma della loro aria di rimprovero non me ne importa niente, e bisogna che glielo faccia capire.» Continuavano a camminare a qualche centinaio di passi da quel fiume di fuggiaschi che scorreva sulla strada maestra. A un certo punto attraversarono un sentiero che incrociava la strada maestra. C'erano molti soldati, buttati per terra. Fabrizio comprò per quaranta franchi un cavallo piuttosto buono, poi scelse con cura tra, i mucchi di armi abbandonate una grossa spada diritta. «Dato che dicono che bisogna lavorare di punta,» pensò, «questa è l'ideale.» Poi mise il cavallo al galoppo e raggiunse il caporale e gli altri soldati, che erano andati avanti. Assestò i piedi nelle staffe, pose la sinistra sul fodero della spada, e disse ai quattro francesi: «Quelli che scappano, sulla strada, hanno l'aria di un branco di pecore... camminano come tante pecore spaventate...» Ma aveva un bel calcare sulla parola pecore, i suoi compagni non si ricordavano neanche più di essersi offesi per quella parola soltanto un'ora prima. Un'altra differenza fra il carattere degli italiani e quello dei francesi: e è certo che un francese se la passa meglio, perché sorvola su quello che gli è capitato, senza serbare rancore. Bisogna dire che Fabrizio era molto soddisfatto di sé, dopo quella battuta sulle pecore. E continuarono ad andare avanti scambiando qualche parola. Dopo due leghe, il caporale, sempre molto stupito di non aver incontrato cavalleria nemica, disse a Fabrizio: «Senti, tu sei la nostra cavalleria. Vedi quel cascinale, sul dosso? Va' a domandare al contadino se vuol venderci da mangiare. E faglielo capire, che siamo solo in cinque. Se vedi che è incerto anticipagli cinque franchi dei tuoi. Ma sta' tranquillo, dopo mangiato glieli riprendiamo.» Fabrizio guardò il caporale. Aveva una faccia seria, imperturbabile, l'aria di chi non mette neanche in dubbio la propria superiorità morale. Obbedì. Andò tutto come aveva previsto il comandante in capo, solo che Fabrizio insistette perché non costringessero il contadino a restituire i soldi. «Sono soldi miei,» disse agli altri, «e non sto pagando per voi, pago per l'avena che ha dato al mio cavallo.» Fabrizio parlava il francese così male che i suoi compagni credettero di cogliere nelle sue parole un tono di superiorità, e ne furono molto irritati. Incominciavano a pensare che prima di sera sarebbero venuti alle mani. La cosa che li urtava di più era che lui sembrava molto diverso. Fabrizio, invece, incominciava a provare per loro una grande amicizia. Stavano camminando da due ore senza parlare, quando il caporale, guardando verso la strada maestra, gridò con entusiasmo: «Ecco il reggimento!» Corsero verso la strada. Ma intorno all'insegna con l'aquila c'erano meno di duecento uomini. Fabrizio trovò subito la vivandiera: era a piedi, aveva gli occhi rossi, e ogni tanto piangeva. Fabrizio si guardò intorno, cercando inutilmente la carretta e il cavallo. «Partiti, spariti, rubati!» gridò la donna, rispondendo allo sguardo di Fabrizio. Senza dire una parola, lui scese da cavallo, lo prese per la briglia e disse alla donna: «Salite.» Quella non se lo fece dire due volte.
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