CAPITOLO 22-1

2146 Parole
CAPITOLO 22 A Lissia-Gori, la proprietà del principe Nikolàj Andréevic’ Bolkonskij, si attendeva da un giorno all’altro l’arrivo del giovane principe Andréj e della principessa; ma l’attesa non turbava affatto l’ordine rigoroso secondo il quale si svolgeva la vita del vecchio principe. Il generale in capo, principe Nikolàj Andréevic’, soprannominato in società “le roi de Prusse” , dal tempo in cui, sotto Paolo Primo , era stato relegato in campagna, non aveva più abbandonato la sua proprietà, dove viveva, senza mai allontanarsene, con la figliuola principessa Maria e la damigella di compagnia di lei, “mademoiselle” Bourienne. Sebbene, con l’inizio del nuovo regno, gli fosse stato concesso il permesso di rientrare nella capitale, egli continuò ugualmente a vivere in campagna, dicendo che, se qualcuno avesse avuto bisogno di lui, poteva benissimo percorrere le centocinquanta miglia per raggiungerlo e che, per conto suo, non aveva bisogno di nulla e di nessuno. Asseriva che i vizi umani avevano soltanto due fonti: l’ozio e la superstizione e che due sole erano le virtù: l’attività e l’intelligenza. Si occupava personalmente dell’educazione della figlia e, per sviluppare in lei quelle due importanti virtù, le impartiva lezioni di algebra e di geometria e le regolava la vita con una serie di continue occupazioni. Egli stesso, del resto, non stava mai in ozio: ora scriveva le sue memorie, ora risolveva problemi di matematica trascendentale, ora faceva tabacchiere al tornio, ora si occupava del giardino e sorvegliava affinché i lavori nella sua proprietà non subissero interruzioni. Poiché riteneva che la condizione principale di ogni attività è l’ordine, quest’ordine, nella sua vita, era spinto sino all’estremo. I pasti si svolgevano sempre con il medesimo cerimoniale e avevano luogo non solo alla stessa ora, ma addirittura allo stesso minuto. Con le persone che lo circondavano, da sua figlia ai domestici, il principe era rigido ed esigentissimo e così, pur non essendo cattivo, suscitava un rispetto pieno di paura, quale non avrebbe suscitato il più crudele degli uomini. Sebbene fosse a riposo e non avesse ormai più alcuna autorità negli affari dello stato, ogni governatore della provincia in cui si trovava la sua proprietà riteneva suo dovere recarsi a fargli visita e, come l’architetto, il giardiniere o la principessina Maria, doveva aspettare nella grande sala di servizio l’ora in cui il principe usciva. E tutti coloro che aspettavano in quella sala provavano lo stesso sentimento di rispetto e di timore allorché si apriva l’alta, massiccia porta dello studio e compariva sulla soglia, in parrucca incipriata, la piccola figura del vecchio, dalle mani secche e minute, dalle sopracciglia grigie e cadenti che, quando egli si aggrottava, velavano il bagliore dello sguardo intelligente, vivido, giovanile. Nel giorno dell’arrivo degli sposi, la principessina Maria entrò come al solito nella vasta sala di servizio all’ora fissata per il saluto mattutino al padre; si fece il segno della croce e recitò mentalmente la preghiera consueta. Ogni mattina ella entrava in quella stanza e ogni mattina ella pregava affinché il quotidiano incontro con il principe avvenisse senza incidenti. Il vecchio domestico in parrucca, che stava seduto nella stanza, si alzò lentamente e a voce bassa annunziò: - Potete favorire. Di là dall’uscio si udiva il rumore ritmico del tornio in funzione. La principessina spinse la porta che si aprì silenziosamente e si fermò sulla soglia. Il principe stava lavorando al tornio e dopo aver rivolto uno sguardo alla figlia, proseguì nella sua occupazione. La vastissima stanza era piena di oggetti che, evidentemente, venivano usati di continuo. L’ampio tavolo sul quale erano posati libri e disegni, il grande scaffale a vetri con le chiavi agli sportelli, l’alto leggìo per scrivere in piedi e sul quale si scorgeva un quaderno aperto, il tornio attorno al quale erano ammucchiati utensili e i trucioli sparsi qua e là, tutto stava a dimostrare una continua varia e intelligente attività. I movimenti del piccolo piede calzato di uno stivaletto tartaro ricamato d’argento, la pressione della mano magra, dalle vene sporgenti, rivelavano che il principe conservava la forza di una vecchiaia sana e robusta. Dopo aver fatto compiere alla ruota alcuni giri, egli sollevò il piede dal pedale, pulì accuratamente la lama e la ripose in una custodia di cuoio appesa al tornio e, avvicinatosi al tavolo, chiamò a sé la figlia. Non aveva l’abitudine di benedire i suoi figli, sicché, offrendo alla principessina Maria la guancia ispida, non ancora rasata, le disse in tono severo, ma nello stesso tempo premuroso e tenero: - Stai bene? Allora vieni e siediti. Prese il quaderno di geometria, scritto di suo pugno e, con un piede, avvicinò al tavolo la sua poltrona. - Per domani! - disse, cercando rapidamente una pagina e facendo con l’unghia un segno da un paragrafo all’altro. La principessina si chinò verso il tavolo e guardò il quaderno. - Aspetta, c’è una lettera per te - disse a un tratto il vecchio, traendo dalla tasca appesa al tavolo una busta vergata da una mano femminile e gettandola davanti alla figlia. Il viso della principessina, alla vista della lettera, si coprì di chiazze rosse. La prese in fretta e si accinse ad aprirla. - E’ di Eloisa? - chiese il vecchio con un freddo sorriso che scoprì la dentatura giallastra, ma ancora robusta. - Sì, è di Julie - rispose la figlia, guardando la lettera e sorridendo timidamente. - Lascerò passare altre due lettere, ma leggerò la terza - dichiarò il vecchio. - Temo che vi scriviate molte sciocchezze. - Leggete anche questa, “mon père” - rispose la principessina, arrossendo ancora di più e porgendogli la lettera. - La terza, ho detto la terza! - replicò il principe, respingendo la busta e posando sul tavolo il quaderno pieno di figure geometriche. - Dunque, signorina... - cominciò il vecchio, curvandosi verso la figlia e appoggiando una mano sulla spalliera della sedia da lei occupata, cosicché ella si sentì avvolta da ogni parte da quell’odore acuto di vecchio e di tabacco, particolare a suo padre, e a lei ben noto da molto tempo. - Dunque, signorina: questi triangoli sono simili: osserva l’angolo A B C... La principessina guardava con sgomento gli occhi scintillanti del padre; le chiazze rosse si diffondevano sul viso; si vedeva che non capiva nulla e che il timore le avrebbe impedito di seguire le ulteriori spiegazioni del padre, per quanto chiare potessero essere. Era colpa del maestro oppure dell’alunna? Fatto si è che ogni giorno si ripeteva la stessa cosa: le si intorbidiva la vista, non riusciva più né a vedere né a sentire, si sentiva soltanto addosso il viso asciutto del padre severo, ne avvertiva il respiro e l’odore, e pensava soltanto al momento di poter uscire dallo studio per ritornarsene in camera sua a risolvere in libertà il problema. Il vecchio andava in collera, moveva avanti e indietro, facendo un gran rumore, la poltrona su cui stava seduto, cercava inutilmente di non riscaldarsi troppo ma, quasi ogni volta, prorompeva in ingiurie e sbatteva via il quaderno. La principessina sbagliò la risposta. - Ecco, sei proprio una stupida! - gridò il principe, respingendo il quaderno e voltandosi rapidamente; ma subito dopo si alzò, camminò su e giù per la stanza, passò una mano sui capelli della figlia e si rimise a sedere riprendendo la lezione. - Così non va, principessina, non va! - disse allorché la figliuola, dopo aver chiuso e preso il quaderno con la lezione assegnata, si preparava a uscire. - La matematica è una grande cosa, signorina mia. E io non voglio che tu sia simile alle nostre stupide signore. Abbi pazienza, e la matematica ti piacerà. Allora non sarai più una scioccherella... - E le accarezzò il viso. La fanciulla fece per avviarsi verso la porta, ma egli la fermò con un gesto e prese dallo scrittoio un libro nuovo, ancora intonso. - Eccoti ancora non so che “Chiave del mistero” : te lo manda la tua Eloisa. E’ un libro religioso, e io non mi occupo della religione degli altri. Gli ho dato una occhiata. Prendilo... E ora va’, va’ pure. Le batté una mano sulla spalla e chiuse egli stesso la porta dietro di lei. La principessina Maria tornò nella sua stanza con quell’espressione triste e spaventata che di rado abbandonava il suo viso sparuto e privo di grazia, rendendolo ancora più brutto. Sedette davanti allo scrittoio su cui erano sparsi ritratti in miniatura, quaderni e libri. La principessina era tanto disordinata quanto il padre era ordinato e preciso. Depose il quaderno di geometria e con impazienza dissuggellò la lettera. Era della sua più cara amica d’infanzia, quella Julie Karagina che abbiamo conosciuto alla festa in casa Rostòv. Ecco che cosa scriveva Julie: “Chère et excellente amie, quelle chose terrible et effrayante que l’absence! J’ai beau me dire que la moitié de mon existence et de mon bonheur est en vous, que malgré la distance qui nous sépare, nos coeurs sont unis par des liens indissolubles; le mien se révolte contre la destinée, et je ne puis, malgré les plaisirs et les distractions qui m’entourent, vaincre une certaine tristesse cachée que je ressens au fond du coeur depuis notre séparation. Pourquoi ne sommes-nous pas réunies, comme cet été, dans votre grand cabinet sur le canapé bleu, le canapé a confidences? Pourquot ne puis-je, comme il y a trois mois, puiser de nouvelles forces morales dans votre regard si doux, si calme et si pénétrant, regard que j’aimais tant et que je crois voir devant moi, quand je vous écris?” . ["Mia cara, ottima amica, quale cosa terribile e spaventosa è la lontananza! Per quanto io mi dica che la metà della mia vita e della mia felicità sono in voi, che malgrado la distanza che ci separa i nostri cuori sono uniti da legami indissolubili, il mio si ribella contro il destino e, pur vivendo tra mille divertimenti, non posso vincere una vaga tristezza che avverto in fondo al cuore da quando ci siamo separate. Perché non siamo ancora insieme, come la scorsa estate, nel vostro vasto studio, sul divano azzurro, il divano delle confidenze? Perché non mi è dato, come tre mesi or sono, di attingere nuove forze morali nel vostro sguardo così dolce, così tranquillo e penetrante, uno sguardo che amavo profondamente e che mi sembra di vedere mentre vi scrivo?"] Letta la lettera sino a questo punto, la principessina Maria sospirò e si guardò nello specchio di un “armoire” che si trovava alla sua destra. Lo specchio le rimandò l’immagine di un corpo sgraziato e mingherlino e di un viso smunto e non bello. Gli occhi, sempre tristi, guardavano ora con espressione particolarmente sconsolata la sua immagine nello specchio. “Julie mi adula”, pensò la principessina e, voltatasi, riprese la lettura. Julie, però, non adulava l’amica: gli occhi della principessina Maria, grandi, profondi, luminosi, che pareva talvolta mandassero raggi di una calda luce, erano così belli che molto spesso, nonostante la bruttezza del viso, erano più affascinanti di qualunque bellezza. Ma la principessina non aveva mai veduto la espressione dei propri occhi, quell’espressione che essi assumevano allorché ella non pensava a se stessa. Come accade a tutti, non appena essa si guardava in uno specchio, il suo volto appariva brutto e teso in modo innaturale. Continuò a leggere: “ Tout Moscou ne parle que guerre. L’un de mes deux frères est déjà à l’étranger, l’autre est avec la Garde qui se met en marche vers la frontière. Notre cher empereur a quitté Pétersbourg et, à ce qu’on prétend, compte lui-même exposer sa précieuse existence aux chances de la guerre. Dieu veuille que le monstre corsicain, qui détruit le repos de l’Europe, soit terrassé par l’ange que le Tout-Puissant, dans Sa miséricorde, nous a donné pour souverain. Sans parler de mes frères, cette guerre m’a privé d’une relation des plus chères à mon coeur. Je parle du jeune Nicolas Rostov, qui avec son enthousiasme n’a pu supporter l’inaction et a quitté l’université pour aller s’enrôler dans l’armée. Eh bien, chère Marie, je vous avouerai que, malgré son extrême jeunesse, son départ pour l’armée a été un grand chagrin pour moi. Le jeune homme, dont je vous parlais cet été, a tant de noblesse, de véritable jeunesse, qu’on rencontre si rarement dans le siècle où nous vivons parmi nos vieillards de vingt ans. Il a surtout tant de franchise et de coeur. Il est tellement pur et poétique que mes relations avec lui, quelque passagères qu’elles fussent, ont été l’une des plus douces jouissances de mon pauvre coeur, qui a déjà tant souffert! Je vous raconterai un jour nos adieux et tout ce qui s’est dit en partant. Tout cela est encore trop frais. Ah! chère amie, vous êtes heureuse de ne pas connaître ces jouissances et ces peines si poignantes. Vous êtes heureuse, puisque les dernières sont ordinairement les plus fortes! Je sais fort bien que le comte Nicolas est trop jeune pour pouvoir jamais devenir pour moi quelque chose de plus qu’un ami, mais cette douce amitié, ces relations si poétiques et si pures ont été un besoin pour mon coeur. Mais n’en parlons plus. La grande nouvelle du jour qui occupe tout Moscou est la mort du vieux comte Bezouchoff, et son héritage. Figurez-vous que les trois princesses n’ont recu que très peu de chose, le prince Basile rien, et que c’est M. Pierre qui a tout hérité et qui par-dessus le marché a été reconnu pour fils légitime, par conséquent comte Bezouchoff et possesseur de la plus belle fortune de la Russie. On prétend que le prince Basile a joué un très vilain rôle dans toute cette histoire et qu’il est reparti tout penaud pour Pétersbourg.
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