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2021 Parole
Questi, commosso, la abbracciò e allungò la mano che reggeva il bicchiere verso Gus, includendolo nel cerchio ideale di fiducia e affetto che, insieme, avevano formato da mesi. Decise di brindare proprio all’amore: dopo mille traversie e dolori incommensurabili, aveva finalmente trovato con quelle persone il calore e il rispetto che tanto aveva desiderato. Poi passò il testimone al vicino, senza rendersi conto della misera gaffe, dal momento che si trattava di Tiberius. Per un lungo momento, il medico restò a fissare il calice con un sorriso amaro sulle labbra, che pian piano si spense. Le condizioni di Gina sembravano non mutare e l’ottimismo che lo aveva animato circa la sua guarigione ormai era un lontano ricordo. Ciononostante, trovò la forza di sottrarsi a quei cupi pensieri e brindò all’armonia familiare, rivolgendosi in modo diretto ad Alice, con cui si era appunto riappacificato da poche settimane. Lei, irruente come sempre, gli saltò al collo, facendo schizzare lo champagne di entrambi addosso al vicino Cédric, che però, non se ne lamentò. Da un’amica tanto cara avrebbe accettato qualsiasi cosa e anzi, fu contento di vederla di nuovo così affiatata con l’uomo che riteneva suo padre. Attese che finisse di sbaciucchiarsi il medico ma poi, per prenderla un po’ in giro, parlò di tranquillità e di pazienza, doti delle quali lei era priva. Sottolineò come gli ultimi mesi, quelli trascorsi dalla mancata cattura di Ben e Corvus, fossero stati contraddistinti da una serenità preziosa, di quelle da serbare nella memoria per i tempi a venire. Avevano cementato il loro legame, recuperato un po’ di sonno ed erano riusciti persino a ripristinare il buon nome della legione davanti a tutti, autorità comprese. Cos’altro si poteva desiderare? Tom, da buon centurione, colse l’assist e tessé le lodi di ciascun membro del suo assortito gruppo, senza tralasciare di fare un affettuoso riferimento a Gina e alla sua contagiosa effervescenza. Avevano una tremenda nostalgia di lei, ma scelse di parlarne al presente, non al passato, per sottolineare che nessuno dubitava di rivederla in salute, prima o poi. Spese anche molte parole per Theo, che si era rivelato un compagno degno di fiducia, al quale si erano affezionati e che, ormai, rappresentava un punto di riferimento quotidiano. “La vita dà, la vita toglie” concluse, “ma siamo legionari: lottiamo per i valori nei quali crediamo e ancora di più per le persone che amiamo.” Infine, toccò ad Amulio, che posò il calice mezzo vuoto sul tavolino per raggiungere il dipinto e si sfregò diabolicamente le mani. Stava per deliziarli con una spiritosa e piccante poesia in rima, il cui soggetto era nientedimeno che il fondoschiena di Luke, quando udirono tre colpi secchi alla porta d’ingresso. Deluso da quell’interruzione, lasciò i compagni, intenti a scherzare, e andò ad aprire. “Che c’è, ti sei dimenticato le chiavi?” ironizzò, ben sapendo che Luke non se le portava mai dietro. Tuttavia, quando si ritrovò davanti una giovane donna, infagottata fino all’inverosimile, con il capo quasi infossato nel cappuccio del suo parka, rimase alquanto interdetto. Con una mano stringeva la maniglia di un trolley, con l’altra un’ingombrante valigetta di tessuto e aveva davvero un’aria spaesata. “Salve. E… Be’, felice capodanno! Ha bisogno di aiuto?” le chiese, affabile ma decisamente meravigliato. Sulle prime ipotizzò che dovesse aver sbagliato indirizzo, sebbene una simile deviazione non potesse che essere voluta, considerando quanto ben protetta fosse la sua villa. Anzi, ritenne insolito che i sistemi di allarme perimetrali non avessero rilevato la sua presenza. Senza essere scortese, cercò di osservarla meglio per capire se rappresentasse una minaccia e se, sotto quel giubbotto così largo, nascondesse delle armi. L’idea che avesse con sé una bomba non era da scartare a priori. La tipa, una vampira che, a giudicare dalle profonde e violacee occhiaie, non si faceva una bella dormita da almeno mezzo secolo, aveva due gambe così secche che pareva strano potesse reggersi in piedi. E a proposito di scarpe, ne indossava un paio consunto, un vecchio modello di Converse con le stringhe di colore diverso. Erano sporche e scollate sulla punta. Quando le rivolse un altro sorriso, si accorse che lei stava fissando il vuoto, come se non avesse sentito una sola parola. Poi un lampo di delusione, mista a dolore, le attraversò lo sguardo spento. “Scusi, io cercavo… un’altra persona” balbettò. Aveva una voce talmente tenue e un tono così disperato che, gettando all’aria ogni precauzione, Amulio si fece da parte e la invitò a entrare. Suscitava in lui molte sensazioni, fuorché quella di pericolo. E il suo fiuto da lupo concordava, sebbene avesse percepito un odore che... Ma no! Non poteva essere quello! “Mi permetta di aiutarla comunque! Prima, però, perché non si unisce a noi? Stiamo festeggiando e fuori fa tanto freddo stanotte.” La sconosciuta lanciò una rapida occhiata all’interno ma, non appena si accorse di aver suscitato la curiosità dei presenti, arretrò velocemente, impaurita dalle numerose paia di occhi che, adesso, erano puntati su di lei. “Non importa, vedo che lui non c’è. Troverò la strada da sola.” Risollevò la maniglia dell’anonimo e ammaccato trolley che doveva trascinare, quindi si voltò, dette una sistematina al davanti del parka e si avviò. “Aspetti! Lasci almeno che l’aiuti a risalire in auto… Dov’è parcheggiata?” Amulio non la vedeva e di sicuro lei non poteva averla introdotta nella proprietà senza che Gus ne rilevasse la presenza. Sarebbe stata una violazione troppo evidente per non innescare neanche un allarme. Quasi fosse stato evocato dai suoi pensieri, il tecnopatico apparve sulla soglia. “Ehi, che succede? Abbiamo un’ospite a sorpresa?” Non era affatto agitato, ma era evidente che quella visita lo avesse insospettito. Amulio lo rassicurò con un solo cenno, poi ebbe un’intuizione. “La signora cerca qualcuno, ma sostiene che non è in casa al momento.” Gus socchiuse gli occhi mentre rifletteva. “Manca solo Luke. È lui che desidera incontrare?” “Io… Io vado. Scusatemi” farfugliò lei a testa bassa, sempre più agitata. Con due tonfi, le ruote del trolley superarono i gradini e lei poté accelerare il passo. La sua angoscia si percepiva nell’aria come fosse il tanfo di una malattia terminale. E non erano forse lacrime, quelle che entrambi avevano scorto agli angoli dei suoi occhi? Mentre già si apprestava ad attraversare l’area antistante, non in direzione di un’auto, ma del lungo e tortuoso viale che conduceva alla strada provinciale, Gus le sbarrò il passo. “Un attimo, se permette. Ho installato io stesso alcune telecamere di sicurezza, dotate di un particolare software di riconoscimento facciale, e solo noi abbiamo libero accesso alla proprietà. Per chiunque altro superi le recinzioni, si attiverebbero almeno una dozzina di allarmi, silenziosi e non. Quindi, può spiegarmi in quale modo è riuscita non solo a introdursi in quest’area protetta, ma addirittura ad arrivare fin sulla soglia di casa?” Era curioso più che preoccupato, perciò non ritenne necessario assumere un atteggiamento minaccioso. Eppure, lei reagì come se le avesse puntato contro una pistola e stesse per fare fuoco. Spalancò gli occhi, terrorizzata, e arretrando si strinse al petto il bagaglio a mano. “No, ti prego! Non volevo! Cioè… È il mio Dono o quel che ne resta. Ho finto di essere lui per precauzione, sperando di ingannare le telecamere. Sapevo che abitava qui. L’ho solo seguito!” Ad Amulio era già venuto in mente che potesse trattarsi di una ex di Luke. Forse aveva preso male la loro rottura, ma trovò insolito che si fosse spinta fin là. In genere, l’amico le liquidava con un discreto savoir faire e regali che, a suo dire, non lasciavano scontento nessuno. Stavolta, però, le cose potevano essere andate male e, sebbene non avesse l’impressione che lei volesse fare una scenata, le si avvicinò con le mani in vista e un sorriso cordiale. “Tranquilla, non vogliamo farle del male e questo non è un interrogatorio. Stava seguendo Luke, ho indovinato?” le chiese, per avere una conferma ai propri sospetti. “Sì, sì, però io non… Non voglio vederlo più. Ho cambiato idea” balbettò, prima di camminare a ritroso, mettere un piede in fallo sul ghiaccio e scivolare rovinosamente a terra. Atterrò di schiena e batté la testa su uno dei gradini, senza fare alcun tentativo per parare la caduta con le mani, ma tenendole ben strette al petto e perdendo la borsa di tessuto, che rotolò poco distante. Divenuta terrea e muta per via del violento impatto, per diversi secondi rimase impietrita dalla sofferenza a fissare il cielo nero, privo di stelle. Subito dopo, provò a voltarsi su un lato e a risollevarsi con mano tremante il largo cappuccio del parka, che le scese fin sugli occhi. Voleva forse evitare che si accorgessero di quanto stesse male, tuttavia l’espressione angosciata del suo viso era inequivocabile. Quando anche il bordo bianco di pelliccia finta iniziò a tingersi di rosso, i due legionari mormorarono delle scuse e si avvicinarono per aiutarla. In maniera inaspettata, la donna si sollevò sui gomiti quel tanto che bastava per iniziare a scivolare all’indietro, spingendosi quanto più possibile lontano da loro. Il cappuccio cadde di nuovo, rivelando il suo tremendo pallore e una chioma bionda, lunga e spenta. Come se la vita la stesse pian piano abbandonando. Intanto, gli altri decisero di affacciarsi per capire da cosa derivasse il tramestio che avevano udito. Tiberius si fece subito largo, spinto non solo dall’odore di sangue, ma anche dalla percezione netta che ci fosse qualcuno che stava lottando strenuamente per non cedere alla morte. “Cos’è successo?” esclamò, assestando la situazione con una rapida occhiata. “Ferma, lascia fare a me. Sono un medico” disse con tono pacato. Voleva rassicurare quella sconosciuta ma, prima che potesse anche solo sfiorarla, la parte frontale del giubbotto di lei iniziò a muoversi. E a piangere. I tre legionari arretrarono sbigottiti. Non perché il pianto di quello che, senza dubbio alcuno, era un bambino li intimorisse, quanto perché la madre, nel sentire destarsi il suo prezioso fagotto, aveva subito tirato in fuori i canini e assunto sia l’espressione che l’atteggiamento di una leonessa, pronta a difendere il suo cucciolo ad ogni costo. “Non mi toccate. Spostatevi, lasciatemi andare!” Malgrado fosse seria, la minaccia risuonò più che altro come una supplica. Per questo motivo, Tiberius provò a farla ragionare. “Ascoltami, chiunque tu sia: nessuno di noi ti farà del male, te lo prometto. Del resto, sei tu che sei venuta da noi, quindi suppongo tu sappia perfettamente chi siamo e che mai, in nessuna circostanza, aggrediremmo una madre e suo figlio. Per favore, lascia che mi avvicini. Stai perdendo parecchio sangue e devo assicurarmi che tu non abbia un trauma cranico. Il tuo bambino, invece…” Esitò, poi addolcì il tono. “Da come piange, direi che ha fame ed è molto spaventato.” Con evidente difficoltà, la donna si sforzò di focalizzare la vista appannata su di lui, ma si strinse più forte le mani al torace. “Come fai a saperlo?” mormorò, la voce a malapena udibile. “Merito del mio Dono, che mi fa percepire ogni tipo di dolore. Ecco la mia proposta: ti aiuto a rimetterti in piedi, entri, ti rifocilli e poi sarai libera di andartene. Siamo d’accordo?” Prima che potesse rispondere di no, il che non era da escludere a giudicare dal modo in cui scuoteva il capo, Alice e Brianna si presentarono e, grazie alla loro delicatezza, riuscirono a persuaderla. “Poggia il peso su di me” la pregò Brianna, notando quanto inferme fossero le sue gambe. La donna obbedì, ma senza molta presenza di spirito. Il trauma appena subìto doveva essere più grave del previsto. Alice scambiò uno sguardo di complicità con Tom che, sospettoso, se n’era rimasto sulla soglia insieme agli altri, a osservare quanto accadeva. “Libera il divano, ha bisogno di stendersi, prima che svenga” lo pregò. Poi, con maggiore dolcezza, riprese a parlare con lei. “Cara, che ne diresti di abbassare la cerniera? Il tuo piccolo starà soffocando, non credi?”
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