MIRKO GLOSSI – novembre 2014

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MIRKO GLOSSI – novembre 2014 Aronne raggiunse casa, accogliente appartamento sul lungo Po dalle parti di ponte Isabella. Si era addormentato in treno e adesso era decisamente più padrone di sé. Lungo il tragitto aveva lasciato cadere una serie di sacchetti di plastica neri in diversi cassonetti dei rifiuti e un ultimo oggetto lo aveva fatto scivolare con noncuranza nel Po dal parapetto del ponte vicino alla sua dimora. Il mal di testa se ne era andato, ma la sensazione di aver commesso un qualcosa di irreparabile no, quella continuava a perseguitarlo. Si era preso un giorno di permesso dall’ospedale. In realtà da se stesso. Aveva trentun anni e, dopo aver conseguito la laurea in medicina, stava concludendo la specialità in anestesia e rianimazione. Il praticantato lo impegnava parecchio, ma poteva comunque assentarsi di tanto in tanto. E poi, col suo problema di salute, non gli stavano troppo col fiato sul collo. O forse perché suo padre era stato il primario di chirurgia nello stesso ospedale. Quale che fosse il motivo, poteva permettersi senza problemi di prendersi qualche licenza senza chiedere niente a nessuno. Trovò il cellulare e le carte di credito sul tavolo, dove le aveva lasciate prima di partire per Milano. Anche se non era pienamente consapevole di cosa avrebbe fatto, sapeva però che doveva far di tutto per non lasciar tracce dietro di sé. Un paio di chiamate non risposte, sua madre e un amico. Non avere una fidanzata fissa gli dava un serio vantaggio in certe cose. Libero, davvero libero. Oltre a questi effetti, c’era anche la sua carta di identità, quella vera. In albergo aveva esibito quella fasulla che aveva ottenuto un paio d’anni prima cogliendo al volo una rara occasione e che ora andò a riporre in cassaforte. Mentre dormiva sul treno e mentre varcava la soglia della sua dimora io ero lì con lui, a breve distanza ma per conto mio, sempre in attesa di un suo riaccogliermi. Quando ciò avverrà potrei ricordargli cosa ha fatto. Questa e le altre due volte precedenti. Ma se non sarà lui a volerlo allora non lo potrò fare. Io c’ero, in ogni occasione, c’ero e ho visto cosa ha fatto. Certo se mi avesse tenuto con sé glielo avrei impedito, ma non ho potuto. Il suo vantaggio consiste nel sapere in anticipo chi dovrà colpire e una serie di dettagli di circostanza che gli consentono di organizzarsi al meglio. E ormai sono certa di aver capito come funzioni la cosa, ma penso che nessuno ci crederebbe. Probabilmente nemmeno lui. A meno che ci arrivi da solo. Magari prima o poi, prima che sia troppo tardi. Anche se è già troppo tardi, tre vite son già troppe. Lo sarebbe anche una sola. Però ho come l’impressione che non sia finita. Lui sa che troverà Mirko nel sottopassaggio, pur non sapendo chi sia Mirko. Lo sa perché lo ha visto durante una delle sue crisi. Sa com’è fatto e sa dove e quando incontrarlo, così come sa che in quel periodo sarebbe stato più facile trovarlo a casa da solo. Non sa invece che Mirko ha ventinove anni e che si è trasferito a Milano circa tre anni prima per accasarsi con Serena, conosciuta l’estate precedente in una discoteca della riviera romagnola. Da quando ha terminato l’istituto professionale a indirizzo forestale si è arrabattato in una serie di umili mestieri. Nel milanese ha trovato un posto come guardia al cancello di una delle tante industrie che costellano questa parte di pianura padana. Otto ore al giorno in un gabbiotto a guardare facce e targhe e premere il pulsante per sollevare la sbarra. Giornale, panino, bibita gasata e zuccherata, smartphone, questi i suoi compagni quotidiani. Due chiacchiere col collega che gli dà il cambio o una battuta al volo con il guidatore del momento. Più o meno le sue giornate passano così. Poi alle cinque di pomeriggio esatte timbra il cartellino, si toglie la divisa e porta il suo pingue ventre verso la fermata dell’autobus. Scende a pochi isolati da casa in via Palmanova e attraversa il sottopasso buio, umido e puzzolente di piscio per proseguire in via Rubino. Sale quattro piani sperando che l’ascensore funzioni e, varcata la soglia, lancia uno sguardo all’orologio realizzando ogni santa volta che non riuscirà mai a impiegare meno di un’ora per rientrare dal lavoro, forse correndo, ma il suo giro vita si opporrebbe strenuamente già a un passo rapido, figurarsi a una corsa. Va in bagno e piscia in piedi con scarsa mira, spargendo in giro abbondanti tracce di urina che non ripulisce mai. A volte si ricorda di tirare l’acqua. Raramente defeca, quello di solito lo fa al lavoro, sostenendo con se stesso che la sua occupazione lo stimola in tal senso. Verso le sette, cena con quel che la moglie gli ha lasciato in frigo o sul tavolo e poi si arena sul divano davanti a mamma tv, di solito addormentandosi lì dopo averlo riempito di briciole di patatine o di merendine. Niente figli. Quando Serena fa il secondo turno praticamente non si vedono quasi mai, eccetto il weekend. Lei esce di casa più o meno all’ora in cui lui esce dal lavoro, guida per un’ora fino alla fabbrica e rientra all’incirca verso le tre del mattino, mentre lui dorme profondamente. Non si sveglia quasi mai. Alle sette è lei nel pieno del sonno e lui evita di svegliarla sapendo quanto si incazzerebbe. Si scrivono qualche svogliato messaggio di circostanza o lei lo chiama per affibbiargli qualche commissione che lui svolge di malavoglia imprecando non appena chiude la comunicazione. A fine mese, tra l’affitto e le spese correnti, se sono fortunati riescono a chiudere in pareggio o in attivo di una cinquantina di euro, non di più. Anche quella piovosa sera di novembre fa lo stesso identico percorso. Nel sottopasso non c’è quasi mai nessuno oltre lui, quelli che scendono alla sua fermata e che fanno il suo tragitto sopravanzano rapidamente il suo lento incedere. Mancano non più di venti passi all’uscita quando un uomo gli viene incontro, anche lui ha un ombrello. Quando gli è di fianco, nota che ha il volto coperto da un passamontagna. Tempo di realizzare l’anomalia, si ritrova spinto e pressato contro il muro e con una sensazione metallica sul collo. «I soldi! Subito!» gli intima una voce roca e sibilante. Lascia cadere l’ombrello e armeggia nella tasca posteriore finché riesce ad estrarre il portafoglio in finta pelle comprato pochi giorni prima dai cinesi. Pensa che il suo rapinatore si arrabbierà quando avrà scoperto che contiene solo dieci euro e nessuna carta di credito. È perciò grato al cielo quando si rende conto, gambe tremanti, che l’altro uomo è corso via subito senza controllarne il contenuto. Si affretta al massimo delle sue possibilità atletiche a raggiungere l’uscita temendo che l’altro possa tornare indietro. In cima alle scale deve appoggiarsi al parapetto in cemento e riprendere fiato per un tempo che sembra non finire più, sempre tenendo sott’occhio le scale. Sente la pioggia su di sé e realizza di aver lasciato l’ombrello là sotto. Pace. Là sotto non ci tornerà per nessuna ragione. Un po’ alla volta, voltandosi indietro ogni quattro passi e facendo un giro un po’ più lungo con la folle idea di depistare il suo ipotetico inseguitore, raggiunge casa. Grazie a dio l’ascensore funziona. L’orologio segna quasi le diciotto e trenta, praticamente mezz’ora in più rispetto al solito. Impreca. Va a pisciare, stavolta si siede, trema ancora così tanto che non centrerebbe la tazza del cesso nemmeno con una goccia. In via del tutto eccezionale si concede una doccia, di solito la fa solo la domenica, ma in questo momento un po’ d’acqua calda che gli lavi via la paura è proprio quel che ci vuole. Mentre l’acqua gli scorre sulla pelle considera l’inutilità di denunciare la rapina. Andrà in caserma domani, ma solo per dichiarare la perdita dei documenti. Minestrone e una cotoletta da riscaldare sono la sua cena. Verso le nove qualcuno suona il campanello. Lascia fare, nessun postino o testimone di Geova riuscirà a schiodarlo dal suo divano, pensa convinto senza considerare il fatto che a quell’ora della sera né i postini né i testimoni vanno a suonare a casa della gente. Ma quello insiste, maledizione, lo farà impazzire. Si alza a fatica. «Chi è?» chiede scocciato. «Buonasera, signor Glossi, scusi il disturbo e scusi l’ora, mi chiamo Filippo Mercanti, abito qualche palazzo più in là del suo e vicino al cassonetto dei rifiuti ho appena ritrovato il suo portafoglio. Cioè, credo sia il suo visto che dentro ci sono i suoi documenti e il suo indirizzo e il cognome sul campanello coincidono. È un po’ bagnato ma ho pensato che le avrebbe fatto piacere riaverlo. Se mi apre glielo sporgo, a che piano sta?» Toh, guarda che culo!, per una volta nella vita! pensa Mirko prima di dire «al quarto, grazie». Mentre Mirko Glossi si sistema un po’ meglio la vestaglia a righe marroni e si infila un paio di pantofole, Aronne, con un paio di guanti in pelle nera, preme il tasto 4 sulla tastiera dell’ascensore e richiude l’ombrello nascondendo all’interno un oggetto che solo all’apparenza assomiglia a un piccolo bastone. Porta uno zaino a spalle. Sul pianerottolo quattro porte, una mezza aperta con uno squallido uomo in vestaglia e ciabatte ad attenderlo. È almeno venti centimetri più basso di lui. Per quanto abbia tentato di stringere la cintura, la sua pancia rigonfia allontana i lembi superiori dell’abito domestico lasciando un ampio scorcio a V sul petto da cui fuoriesce una selva di peli neri e arruffati. Testa pelata ma capelli residui allungati a formare un orrido riporto. Se gli scattassero una foto in questo istante potrebbero esporla in una galleria d’arte kitsch e intitolarla “Come avere trent’anni e dimostrarne cinquanta”. «Grazie signor…» esordisce l’uomo in vestaglia esibendo un sorriso a denti storti. «Mercanti. Si figuri, per quel che mi costa. Immagino lei avrebbe fatto lo stesso con me. Mi spiace ma temo che se c’erano dei soldi, dovrà farsene una ragione… se non altro hanno lasciato i documenti. I soliti ladri, che mondo di merda.» «Sì, davvero uno schifo. Devo averlo perso o me lo avranno fregato sul pullman, ’sti stronzi. Tanto c’erano solo dieci euro, almeno non devo andare a far denuncia dai carabinieri che poi si mettono a fare mille domande anche quelli. Posso offrirle qualcosa per ringraziarla? Un caffè?» «È molto gentile, accetto volentieri, poi le prometto che levo il disturbo in fretta, non vorrei disturbarvi.» «Non si preoccupi, è raro oggi trovare una persona gentile e poi sono da solo, questo mese mia moglie fa il turno di notte» gli dice il padrone di casa mentre chiude la porta. Aronne sente che la televisione è ad alto volume, buon per lui, per non parlare dell’assenza della moglie. Appena Mirko gli passa davanti, estrae l’oggetto dall’ombrello e glielo appoggia sul collo premendo il piccolo bottone rosso. Un discreto ma efficacissimo dissuasore elettrico portatile, lo ha provato qualche settimana prima su quel rompicoglioni del bassotto dei vicini, ha funzionato alla perfezione, non gli ha mai più abbaiato contro. Mirko sussulta violentemente e cade a terra contorcendosi. Riesce ad emettere delle grida strozzate. Aronne si sposta e gli assesta un paio di calci alla bocca dello stomaco. Non grida più. Boccheggia. Gli dà un’altra scossa. Si guarda intorno e vede il cesto della frutta, la mela gialla andrà benissimo. Si sfila il lungo impermeabile e lo lascia scivolare a terra. «Se gridi ti ammazzo all’istante» gli dice. Dopo qualche secondo torna col frutto, l’uomo è ancora a terra. «Apri la bocca.» Non lo fa. Gli piazza il taser sulla pancia e gli dà un’altra scarica. «La prossima volta te lo infilo nel culo e ti friggo l’intestino. Apri la bocca.» La apre. La mela è un po’ grande, ma con una bella spinta entra. Forse sono saltati un paio di denti. Amen. Prende la cintura della vestaglia e gliela gira intorno alla nuca per fissare la mela, onde evitare che per qualche miracolo o convulsione riesca a sputarla. Bocca dilatata allo spasmo, un tondo giallo tra le labbra spalancate tagliato a metà dalla striscia marrone della cintura. Un artista del grottesco non avrebbe saputo far di meglio. «Adesso fai quello che ti dico oppure ti apro la gola» gli intima facendogli balenare davanti agli occhi la lama del coltello che teneva in tasca. Lo fa sdraiare sul tavolo e gli ordina di mettere gli arti giù di lato. «Dovrò legarti. Se ti agiti ti recido la giugulare, ricordalo. Quando ti avrò legato potremo parlare. Ok?» Annuisce. Si infila sotto il tavolo e gli lega gli arti con le corde in nylon verde che si è portato nello zaino. Inizia dalle braccia, una con l’altra. Poi le due gambe. Infine gamba destra con braccio sinistro e viceversa. «Bene. Ora possiamo procedere» dice al suo prigioniero avvicinandogli la lama al corpo. Quello si agita subito cercando di divincolarsi, ma non ci riesce. Cerca di gridare ma non esce che un mugolio strozzato. «Stai immobile. Devo solo svestirti. Se ti muovi ti affetto.» Col coltello incide la vestaglia in più punti fino a lacerarla a sufficienza per riuscire a levarla. «Tu resta qui e non ti muovere» gli dice sorridendo e riproducendo la stessa voce roca e sibilante che ha usato nel sottopasso poche ore prima, quindi riunisce i lembi di stoffa e li getta sul divano. Trova quel che cercava, uno stereo. Accende la radio, cerca una stazione rock e alza il volume, meglio non correre rischi, anche i mugolii possono essere sentiti se i muri non sono abbastanza spessi. Abbassa invece il volume della TV, lo infastidisce. Dal pensile sopra al lavello della cucina prende un bicchiere. Quando torna alla propria postazione, l’uomo sul tavolo, vestito dei soli boxer, sta piangendo. «Le lacrime non ti salveranno, lo sai, vero? Non hanno mai salvato nessuno. Ti ho detto che avremmo parlato. O meglio: io parlerò e tu ascolterai. Inteso?» Mirko annuisce, sentendosi più stupido del solito, gli ha aperto lui, è stato gabbato con uno stratagemma quasi infantile. «Respira col naso, lentamente, o finirai per strozzarti da solo. Buffo, vero? Si dice che una mela al giorno levi il medico di torno. Nel tuo caso mi sembra proprio l’opposto. Già, tu non puoi saperlo, io sono un medico. Sono qui per curarti, curarti dalle tue colpe. In realtà non ho molta voglia di parlarti. Scava nel tuo fetido passato e capirai da solo il perché di tutto questo. Ma devo essere sicuro che tu veda quello succede a quelli come te, non vorrei che tu tenessi gli occhi chiusi quindi questa me la prendo io.» Ciò detto, gli solleva di forza una palpebra e la recide con un rapido colpo di lama. Si agita più di prima, il tavolo si muove di qualche centimetro. Fa cadere la palpebra recisa nel bicchiere. Il lavoro di pugnale inizia. Senza fretta. Quando si agita troppo gli colpisce zone più dolorose. Il prigioniero si orina e defeca addosso in pochi minuti. Ogni tanto usa la lama come scalpello e scava via un brano di cute che ripone nel bicchiere. Oppure con la punta incide dei tracciati arabeggianti, lo affascina vedere i sottili rivoli di sangue che seguono la lama. Quando si accorge che le forze lo stanno abbandonando inizia a perforargli la pancia fino a completare le quattro cifre. Quindi gli pugnala gran parte degli organi vitali lasciando intatto il cuore per prolungargli l’agonia. Quando gli separa le guance seguendo l’incavo delle labbra il prigioniero ha già perso i sensi da un po’. Recide qualche grossa vena e si siede. Ogni volta che finisce una canzone si alza a tastargli il polso. Dopo aver ascoltato i Muse, i Kasabian e gli Editors, sulle note di un classico del passato, Man on the moon dei R.E.M., il cuore di Mirko Glossi cessa di battere. Ora che è sicuro che rimarrà immobile, infila la lama nell’incavo dell’occhio, quello che ha ancora la palpebra, e lavorando con perizia estrae l’intero bulbo oculare per poi farlo rotolare pian piano nell’ombelico, in una macabra versione del gioco del golf in versione anatomica. Slega le corde e le mette da parte. Va in bagno e si guarda allo specchio: i capelli impomatati di gel sono ancora perfettamente in ordine, li ha conciati così per ridurre al minimo il rischio che qualcuno si stacchi e resti sulla scena del crimine. Il volto è screziato di sangue, così come la maglia e il colletto della camicia, che scioccamente ha indossato di colore chiaro. Si lava con calma senza togliersi i guanti e, dopo essersi asciugato le mani inguantate, torna di là. Le corde finiscono in un sacchetto nero di plastica e vengono infilate nello zaino, insieme a taser e coltello. I guanti li eliminerà solo più tardi. Indossa il soprabito e lo chiude stretto fino al mento per occultare il colletto della camicia. Prima di uscire abbassa il volume dello stereo, coi vicini rompipalle non si scherza. Abbandona lo stabile scendendo dalle scale e con una camminata quasi romantica sotto la pioggia raggiunge il suo scadente hotel, non prima però di aver fatto tappa in un emporio ad acquistare una bottiglia di whiskey, sa dentro di sé che da lì a breve ne avrà bisogno. Il portiere gli allunga la chiave senza nemmeno guardarlo in faccia. Va in camera, getta le scarpe e il soprabito da parte e poco dopo inizia a piangere e a bere. Vorrei consolarlo, son stata con lui tutto il tempo, so cosa ha fatto, ma non mi vuole. Resto lì in disparte a osservarlo naufragare nel suo incomprensibile dolore e senso di colpa. Al mattino, appena sveglio, il suo sguardo si focalizza sull’armadio con un’anta sbilenca che non vuole saperne di restare chiusa. Aprendola del tutto trova il cambio d’abiti che si è portato dietro per l’occasione, quelli sporchi di sangue li infila in una serie di sacchetti di plastica neri. Si sciacqua il volto, paga la notte a un usciere sbadigliante e se ne va.
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