2“Comincerò con il funerale, signor Ribò. Come, il funerale di chi? Non le ho già detto mille volte che stiamo parlando della signora Manassero? Lei è davvero un bel tipettino, sa? Ma certo, il funerale della signora Manassero. È morta un mese fa. Proprio un mese fa, un mese oggi, e io non sono nemmeno andata alla messa di trigesimo, per venire da lei. Non sa che cos’è la messa di trigesimo? Lei mi sembra proprio irrecuperabile, sa? Ma lasciamo perdere il trigesimo. Stavo parlando del funerale. Dunque, arrivo al Lingotto dieci minuti prima che cominci il funerale, e mi avvicino alla chiesa. Avevo avuto la notizia il giorno prima, da don Luigi, il parroco di San Giuseppe... Come? No, no, dica, dica pure... Ma no, ma no. Signor Ribò, andiamo: San Giuseppe è il santo a cui è intitolata la chiesa. Non significa che i santi sono dotati di un parroco. Mi lasci parlare, dunque. Dove ero arrivata? Ah, sì, don Luigi. Mi aveva telefonato il giorno precedente il funerale, per darmi la triste nuova. La signora Manassero?, dico, ma come? Non voglio credere alle sue parole. Non ci credo, ma intanto sento la cornetta diventare pesante pesante. Chiedo a don Luigi di ripetere, e lui ripete. Don Luigi, io lo conosco bene, non è il tipo che fa scherzi, fosse don Renato, il curato, quello si che è una lenza, ma don Luigi no. Ascolto, ma non riesco davvero a credere alle sue parole, non riesco a immaginare il corpo senza vita della signora Manassero. Io insisto, non può essere, mi dica che non è vero, Don Luigi, ma lui, con la sua vocina, continua a ripetere che devo farmi forza, farmi coraggio, che è stata accolta da Dio, fra i suoi santi. Io, le dico la verità, signor Ribò, mi sono sentita mancare, ho balbettato qualche frase, ho chiesto come e quando si sono svolti i fatti, mi sono fatta dire la data del funerale e, tremando come un passerottino, mi sono seduta sulla sedia di velluto, lì vicino al telefono. Ho cominciato a piangere, e ho continuato a tremare. Anche la mia cagnetta, Zora, piangeva vicino a me, loro sentono, sa, se qualcuno soffre. È successo davvero, mi sono detta, è successo davvero... La signora Manassero allora non stava esagerando... Aveva ragione lei... La testa mi ronzava come cento aerei in volo sulla mia casa. Su che cosa avrebbe avuto ragione la signora Manassero? Non abbia fretta, signor Ribò. Devo dire tutte le cose con calma, una per una, perché se no faccio confusione e lei poi non ci capisce più niente. Adesso arrivo al punto. È morta, continuavo a ripetere fra me, e non riuscivo a staccare gli occhi dal telefono. Ma certo, signor Ribò, dice bene, sono proprio le parole giuste: la mia angoscia non era motivata unicamente dalla perdita di quella cara donna – oh, lei non può nemmeno immaginare le sue virtù, una santa, mi creda, una santa, e non la sto facendo più grossa di quel che è – no, come lei ha già capito, c’era di più. Già, perché da un lato piangevo, incredula, per la scomparsa della signora Manassero, ma dall’altro tremavo al ricordo di ciò che mi aveva detto, in maniera così enigmatica, qualche settimana prima. E sentivo il cuore scoppiarmi nelle tempie al pensiero che io avevo in mano quella chiave... Non le dico, signor Ribò. Ho pianto per tutta la notte. Non ero capace di pensare ad altro. Quelle parole, e quella chiave... Stia calmo, che adesso le dico tutto, sono qui per questo, no? E allora, non mi sproni, che sono già tanto agitata, è un mese che sono agitata, non dormo più, non mangio più, ho già perso dieci chili... Che fa? Sorride? Ah, capisco, un piccolo tic al muscolo mimico... Succede. Si faccia vedere, però, tante volte il trigemino comincia così. Non sa cos’è il trigemino? Nemmeno questo? Ma lei è veramente strano, sa? Ma andiamo avanti. Come è morta? Infarto, secondo i medici. Hanno parlato chiaro. Infarto. La signora Manassero soffriva da anni di angina pectoris. Mai sentita, nemmeno questa, signor Ribò? Sì? Bene, allora saprà che questa malattia è subdola, talvolta fatale. Prende così, di colpo. Le coronarie si restringono, si restringono, si ha una crisi cardiaca, e poi, tac, o tutto passa ed è come se niente fosse stato, oppure, zac, si rimane lì come un pipì. Un pipì? Un pulcino, no? Il medico l’ha visitata, ha controllato le cartelle, ha fatto un paio di domande ai presenti e ha compilato il certificato di morte. Infarto. In casa? Ma che in casa. Ma no che non è morta in casa. Non glielo ho ancora detto? Se lei non mi facesse perdere il filo con tutte le sue domande... Allora, era il trenta luglio. Una domenica. La signora Manassero era in chiesa. Era in corso la messa delle nove. La chiesa non è come la può immaginare lei, no, è una di quelle chiese moderne, in cemento a vista, con l’altare spoglio e i banchi di legno chiaro. Al fondo della chiesa, vicino alla porta di uscita, è sistemato il bancone per la vendita delle “Famiglie Cristiane” e del giornalino della parrocchia. La “Famiglia Cristiana” è una rivista, signor Ribò, un settimanale... Questa poi... Dunque, la signora Manassero era dietro il bancone. Che ci faceva? Ciò che faceva tutte le domeniche durante le messe delle otto e delle nove, dava una mano al parroco... distribuire il “Bollettino Parrocchiale”, vendere “Famiglia Cristiana”... Se ne stava lì, dietro il banco... mi sembra ancora di vederla, piccola, rotondetta, pareggiare con due mani i bordi delle riviste dopo avere lisciato con il palmo, per la centesima volta, il telo di lino che ricopre il bancone. Perché, vede, signor Ribò, a me capitava spesso di andare a messa a San Giuseppe. Partivo da corso Vittorio e andavo lì. E mica soltanto per parlare con la signora Manassero. C’era un secondo motivo, glielo dico in confidenza. Andavo per sentire cantare il marito della signora Manassero, il signor Ottavio. Che voce, signor Ribò, che voce. Faceva venire le lacrime agli occhi, quando intonava le lodi. Lui le prendeva più alte per potersi spingere fino al la o addirittura al si. Nessuno, e dico nessuno, lo seguiva fino lassù, e allora lui restava solo, a cantare, con quella voce che costringe alla fede, mentre tutti sentivano un brivido lungo la schiena, e tutti avevano la pelle d’oca, un po’ come accade quando si sentono certe arie di Puccini... Non ne sa niente, lei, di Puccini? Male signor Ribò, male. Ma torniamo al trenta luglio, alla messa delle nove. Io non c’ero, quel mattino. Sono andata a messa ai Santissimi Angeli, dietro casa mia, quel mattino. Queste cose me le ha raccontate la perpetua, che quel mattino, a quell’ora, è sgattaiolata in chiesa, dal retro, proprio per sentire la voce del signor Ottavio. Si è messa in disparte, dice, timida e modesta come sempre, e se ne sta lì, in piedi, cavando di tanto in tanto il fazzoletto che tiene appallottolato nella manica della camicetta per asciugare l’umore degli occhi. La perpetua se ne sta in piedi, dicevo, ma non proprio in un angolo. Ha trovato un posticino tranquillo davanti al banco delle riviste, davanti alla signora Manassero. E intanto il signor Ottavio canta. E sa qual è il bello, signor Ribò? Che sta cantando la lode di chiusura. Il celebrante infatti ha già formulato l’ite missa est, ma si figuri che lui stesso, il celebrante, anziché avviarsi, preceduto dai chierichetti, verso la sagrestia, se ne rimane lì all’altare, fermo, immobile, rapito in estasi dalla voce vibrante del signor Ottavio, ancora mista al coro, ma ben isolata e distinta. E quando anche i più dotati fra i cantori si arrendono, lasciando al solo signor Ottavio il privilegio di rendere omaggio a Dio con le note che soltanto agli angeli sono concesse, la perpetua volta la testa, e con le gote solcate dalle lacrime sorride alla signora Manassero, la cui testa spunta da dietro la pila di riviste. Le sorride guardandola con tenerezza, con dolce e amorosa invidia, come si guarda la fortunata compagna di un uomo capace di commuovere le folle. A quello sguardo, la signora Manassero abbassa gli occhi, per modestia, incatenando l’orgoglio a un furtivo sorriso compiaciuto che solo Dio può aver notato. Ma intanto il canto procede, il signor Ottavio distende la sua voce con facilità, mentre quelle note sembrano costringere il cemento delle pareti e il legno dei banchi a dotarsi di orecchie, ad animarsi per non dovere essere esclusi da quel banchetto sonoro... da quel... non so nemmeno io come esprimermi. Poi, lentamente, a testa bassa, come a voler rendere omaggio sia a Dio sia a chi così degnamente lo onora, ecco che il celebrante discende i gradini procedendo verso la sagrestia. Lui non può fare altro, in fondo. La messa è finita, e deve tornare in sagrestia. Ma i fedeli non sono tenuti a fare altrettanto. E infatti nessuno trova la forza di lasciare il proprio posto. Se ne restano tutti lì, fermi, per essere inondati da quel canto che ormai è musica, è pura musica, perché la voce si è fatta strumento, e sale come se si nutrisse della sua stessa eco. Alcuni cadono in ginocchio, altri ripetono il segno della croce sul petto, e la perpetua si gira ancora una volta verso il banco delle riviste, verso la signora Manassero, non sa nemmeno lei perché, vuole sorriderle ancora, forse vuole testimoniarle la stima per il signor Ottavio, vai a sapere, ma insomma, si volta verso il banco delle riviste, sorride intenerita, ma sorride a qualche pila di riviste. Già, perché la signora Manassero è a terra, stesa dietro il bancone, con il cuore spaccato a metà”.
È il momento delle lacrime.
Ernestina officia il rito privato del cordoglio svuotando di fronte a me le cisterne lacrimali. Mi viene voglia di cacciarla fuori a spinte. Mi trattengo. Abbasso lo sguardo, poso gli occhi sull’assegno e subito mi calmo.
Prosciugato il Titicaca, biascica un paio di convenevoli che interpreto come scuse per lo spettacolo offerto. Per calmarmi, tengo le pupille ancorate agli zeri. Lei si svita dalla sedia e si avvicina alla finestra.
“Le ho già detto che da qui si gode una vista davvero incantevole?”, pigola poi, tirando su col naso. E torna a sedere di fronte a me. Tampona la base degli occhi con un fazzoletto ripiegato al punto di risultare non più grande di una carta di credito.
La lascio sola e vado di là a farmi un bicchiere di Sauvignon fresco. Poggio un fianco sul bordo del tavolo e butto giù un sorso. Butto giù un secondo sorso. Non è poi tanto fresco, questo vino. E il termostato del frigo è al massimo.
E bravo il Cardo, penso, gettando un occhio al camaleonte che mi ha dipinto nella strombatura della finestra. E bravo il Cardo, ripeto... Il grande artista... E l’immenso chiacchierone. Mi chiedo che cosa avrai mai dipinto in casa del figlio di questa balena. Una finestra aperta sul Calvario, immagino. O uno scorcio con Lazzaro che balla il cha cha cha.
Intanto ricapitolo il tutto mentalmente. È morta una brava donna, devota e generosa. È morta di infarto, a sentire i medici. Ma qualche giorno prima di morire ha detto qualcosa alla mia cliente. Qualcosa che – se ho capito il succo – rende sospetta quella morte. E ha anche consegnato alla mia cliente una chiave.
Torno al lavoro.
Siedo al tavolo e aspetto il seguito, mansueto come un porcellino di terra. Potenza della grana.
“Le voglio dire due cose del funerale, signor Ribò, giusto per farle capire che persona fosse la signora Manassero. No, aspetti, aspetti. Due parole soltanto. E poi le dirò esattamente ciò che mi aspetto da lei. O meglio, le esporrò le mie perplessità su questa faccenda, così decideremo insieme il da farsi. Ma prima voglio che lei abbia un’idea precisa della signora Manassero. È molto importante, mi creda. Ecco... Da dove attacco? Sì, ecco. Siamo al giorno del funerale. Io arrivo in taxi con dieci minuti di anticipo. Mi avvicino alla chiesa e quasi mi viene un colpo nel vedere la massa di persone che si dirige, come me, alla casa di Dio. È come se la chiesa fosse un immenso magnete, capace di attirare le persone da ogni direzione e di farle assiepare ai suoi bordi. Guardi, signor Ribò, io non ho il senso dei numeri, ma ci saranno state due o tremila persone, là fuori. Persone di ogni tipo, giovani e vecchi, bambini, gruppi di donne, pensionati, e tutti, dico tutti, con gli occhi rossi, con lo sguardo incredulo, con il fazzoletto in mano. Mi faccio largo cercando la via fra i gruppi meno fitti. Ma di raggiungere il sagrato, proprio non se ne parla. Non le dico il pigia pigia. Non sarebbe filtrato uno spillo, fra quei corpi schiacciati, fra quegli individui commossi e determinati che sembravano fare a gara per poter entrare in chiesa, per prendere parte alle esequie, per rendere omaggio alla signora Manassero. Ho dato qualche cortese spinta, ma niente da fare, ormai. Non avrei potuto guadagnare un solo centimetro, anche se fossi stata magra come un’acciuga. Ma non demordo. Ci riprovo. Un po’ agitata a causa di tutta quella folla, tento di avvicinarmi al portale, chiedo permesso, torco il collo cercando di guardare dentro, chiedo garbatamente informazioni, ma tutto è vano. La chiesa è gremita. Il sagrato, nel raggio di trenta metri è stabilmente occupato dalla massa compatta, che per di più va gonfiandosi di nuovi arrivi, e nessuno ha l’intenzione di lasciare la sua postazione. Stanno tutti lì, pressati, accalcati, ma stanno lì. È il funerale della signora Manassero, e sentono di dover essere presenti. E intanto arriva altra gente. Io comincio a sudare. Tutti, a dire il vero, stanno sudando, vedo le fronti luccicare, le camicie inumidirsi alle ascelle, ma nessuno pare averne fastidio... Io, sa con il mio peso, e con la mia pressione... già mi sento male. Non posso restare in quella situazione. Lascio il mio posto in cerca di aria, mi stacco dalla folla e mi ritrovo, due metri più indietro, nel cuore di un capannello intento a commentare l’evento. Erano tutti ragazzi, signor Ribò, ma di quelli che non avevano certo l’aspetto di devoti frequentatori della parrocchia. Non per volere a tutti i costi giudicare dalle apparenze, ma quelli, mi creda, con quelle canottiere scure, i tatuaggi, le bottiglie di birra in mano, e che era mattina, non avevano l’aria di conoscere il Padre Nostro. E nemmeno l’Ave Maria. Eppure, sa qual è il bello? Anche loro parevano commossi. Guardavano verso il portale, uno aveva gli occhi rossi... Ma via. Zigzago ancora un po’ tra i crocchi, costeggio il muro esterno, faccio il giro della chiesa ed entro in canonica dall’ingresso di servizio, passando per l’ufficio parrocchiale. Io li conosco, sa, quei posti. Di lì, attraverso un corridoio buio dalle cui pareti pendono pianete e tonache che, se devo dire la verità, mandano un certo qual odore di urina, che il Signore mi perdoni, arrivo alla saletta di vestizione. No, non è propriamente la sagrestia, perché nelle chiese moderne, guardi, è tutto a rovescio, ma è più o meno la stessa cosa. Ma quel che conta è che quella stanza dà accesso diretto alla chiesa. Apro la porta e mi trovo proprio dietro l’ambone. Il profumo dei fiori mi fa l’effetto di un vuoto d’aria in aereo, sento la testa girare, temo di svenire. Quante rose, signor Ribò, quante rose... Ma mi riprendo, mi sposto un po’ sulla destra. Stia certo che nessuno mi nota, in quella schiera, mentre sguscio lungo la parete. Mi rincantuccio in disparte e prendo parte al rito. Sì, era don Luigi l’officiante, sì, don Luigi, il prete che mi aveva dato la notizia, il giorno prima, ma era come se tutti i presenti fossero fusi in lui. Erano tutti in piedi, una sola espressione in mille facce diverse. Mi levo sulle punte e riesco a scorgere il banco dei familiari, intravedo la figura eretta del signor Garello, il marito della signora Manassero, sì, lui, quello che canta bene, e al suo fianco riesco a distinguere uno dei figli, Paolo... Come dice? I figli? Quanti sono i figli della signora Manassero e del signor Garello? Si capisce che lo so, signor Ribò. Sono quattro, due femmine e due maschi. Oh, sì, sono tutti fuori casa, ormai, sono tutti sposati. I nomi? Sì, sì, dopo le dico tutti i nomi, ma prima deve sapere che cosa è successo durante il funerale. Lei sa che adesso c’è questa moda nuova, ai funerali... Non sa nulla dei funerali? Come è possibile? Lei non vi partecipa mai? Questa è bella. Questa sì che è grossa. Questa non l’avevo proprio mai sentita. Comunque sia, gliela racconto io, questa nuova moda. A un certo punto, il sacerdote chiede se c’è qualcuno fra i fedeli che vuole ricordare con due parole il defunto. Allora, chi sente di poter formulare un pensiero, un ricordo, che onori il morto, si reca presso il pulpito e pronuncia la sua breve rievocazione. Siamo a quel punto, signor Ribò, e comincia la processione. Il primo a lasciare il suo posto per recarsi al pergamo... Ma che Bergamo, signor Ribò, insomma. Le sembra il caso di scherzare? Ma si figuri se il marito della signora Manassero va a Bergamo a metà del funerale di sua moglie. L’ho detto io? Lei è matto, caro mio. Io ho detto pergamo. Non sa che cosa è il pergamo? Ah, andiamo bene, andiamo bene... Pergamo, pulpito, la stessa cosa, caro signor Ribò. Cosa mi tocca sentire... Bergamo... Dunque, il primo a raggiungere il pulpito è il signor Garello. Avrebbe dovuto sentirlo, signor Ribò. Che parole... E dopo di lui si fa avanti una delle figlie, poi è il turno di qualche membro del consiglio pastorale, e poi, uno dopo l’altro, si presentano alcuni vicini di casa, e poi ancora prende la parola la sorella della signora Manassero, e quindi due o tre signore del quartiere, e fin qui tutto bene. Si sentono parole profonde, pensieri alti, qualcuno non riesce a terminare, soffocato dalle lacrime, ma in tutti i casi la stima, l’affetto, l’abnegazione della signora Manassero trovano il più ampio risalto. Ed ecco, tutto all’improvviso, sento un brusio giungere dalla zona del portale, e avverto non so come che l’attenzione di tutti si va spostando all’indietro. Alcune teste si girano, qualcuno invita al silenzio. Mi sposto di qualche metro, guardo verso il portale, e capisco. È partito dal fondo della chiesa. Via via che lui avanza, la barriera umana, così impenetrabile fino a un minuto prima, si fende come un fico maturo fra le dita, per rifondersi subito dopo in un ammasso indistinto. Pareva di assistere al passaggio di Mosè nel Mar Rosso. E in comune con Mosè ha la barba bianca, ma a differenza di Mosè, lui guarda in basso, tiene il mento poggiato contro lo sterno e trascina lentamente i piedi, senza sollevarli da terra. E indossa un cappotto spigato, con quel caldo, signor Ribò, un cappotto pesante, e lurido da non dire. Come ha fatto a capirlo, signor Ribò? Sì, ha ragione, ha indovinato. Era un barbone, un clochard, come dicono adesso, e io penso che abbia potuto farsi largo indisturbato per la puzza che... Che dice? A lei piace l’odore dei clochard? Ma è un puzzo insopportabile... A lei ricorda l’odore delle stazioni? A me pare il contrario, ma non insisto. Insomma, il barbone riesce ad arrivare al pulpito. Nessuno sa che fare. Due ragazzi lo avvicinano con l’intenzione evidente di accompagnarlo fuori, ma don Luigi li blocca con un gesto della mano, sicché lui, il barbone, si avvicina al microfono e parla. Ma parla a mezza voce, tenendo la testa tanto piegata in avanti da parere un impiccato. Tutta la chiesa tace, e finalmente riusciamo a intuire ciò che dice. È un sussurro, poche parole ripetute, come se avesse voluto imparare a parlare soltanto per questa occasione: ‘Tutti... i gior-ni... mi portava qualcosa... da man-giare’. E poi ancora, dopo una pausa, con una voce che era più simile a un soffio, a un rantolo: ‘Tutti... i gior-ni... mi portava qualcosa... da man-giare’. E ancora. E ancora. Uguale. ‘Tutti... i gior-ni... mi portava...’. Don Luigi a quel punto nasconde il volto fra le mani, mentre le spalle prendono ad andargli su e giù ripetutamente, poi si avvicina al barbone, lo attira a sé e lo abbraccia, lo stringe, ma tanto forte che sembra soffocarlo. Il barbone non si muove, tiene le braccia penzoloni, fino a che don Luigi, staccandosi da lui, rosso in volto, non fa un segno ai due giovanotti. E con mille cautele il vecchio viene scortato in sagrestia. E lei crede che questo sia stato un caso isolato? No, caro il mio signor Ribò. Perché dopo il clochard è venuto avanti un ragazzo, avrà avuto venti anni, ma mi creda, al posto delle guance aveva due canyon, lei sa cosa voglio dire, vero? Bene, il ragazzo afferra il microfono e dice: ‘Io... io... A me mi veniva... A me se non c’era lei, diofà, mi ammazzavo, in galera... Mi portava i giornalini... le banane...’ e scoppia a piangere. Don Luigi abbraccia anche lui, nonostante quella mezza bestemmia... Quale mezza bestemmia? Ma quella del ragazzo, l’ho appena detta, e faccio fatica a ripeterla... Quell’orribile intercalare dei ragazzi di strada, quel – il Signore mi perdoni – quel ‘diofà’ che mi viene la pelle a grani ogni volta che li sento. Bene, don Luigi sta ancora stringendo a sé il giovane, quando arriva una ragazza, conciata peggio del precedente, ed è la stessa storia. E sa per quanto è durata questa processione, signor Ribò? Quaranta minuti. Si rende conto? Quaranta minuti. Ne sono passati di tutti i tipi, su quel pulpito. Io non so cosa pensare. A me non aveva mai detto niente, la signora Manassero, di questi suoi protetti. Allora prendo coraggio, mi muovo lateralmente portandomi verso le prime file di banchi, mi avvicino al signor Garello, riesco a ottenere la sua attenzione, mentre suo figlio Paolo, riconoscendomi, si sfila dal suo posto e mi dà così agio di affiancare suo padre. Gli stringo le mani, gli porgo le mie condoglianze, e poi butto la domanda che più mi preme, gli chiedo quanto ne sapesse lui della rete di attenzioni imbastita da sua moglie fra i reietti del quartiere. Lui mi guarda da dietro le lenti bifocali bagnate di lacrime, allarga le braccia e scuote la testa. Io gli stringo più forte le mani, e lui mi dice a bassa voce: ‘Sì, sapevo che, come fiduciaria, stava seguendo i casi di due o tre famiglie del quartiere, ma questo... questo no. Qui c’è mille volte di più... No, non ne sapevo niente... nessuno ne sapeva niente... Era così riservata, così riservata. Mai una parola che riguardasse sé, mai una...’ e tace, e si soffia il naso. ‘Però guardi, tutto il quartiere è qui, tutti la conoscevano’ dico. E il signor Garello, allora, mi spiega: ‘Era riservata, molto riservata, per quanto riguardava i fatti suoi, ma era anche tanto conosciuta, sa? Era una figura fissa per il quartiere. Andava avanti e indietro con la sua bicicletta, e appendeva al manubrio le borse della spesa, quelle borse a rete di una volta, sa... con i sedani che spuntavano... A volte vedevi soltanto la bicicletta, appoggiata contro un muro, sapesse quante gliene hanno rubate, vedevi la bici, e capivi che era andata a parlare con qualcuno...’. Il signor Garello non è il tipo che piange, signor Ribò, ma al pensiero di quei sedani, e della bici appoggiata vicino ai portoni, eh sì, ha stretto i denti. Ha capito, signor Ribò? Ha capito che donna era la signora Manassero? Che ne dice?”.
Dico a me stesso che la storia della signora Manassero comincia a scocciarmi. Comincio a pensare che i soldi stampati sull’assegno siano appena sufficienti per darmi la forza di sopportare per altri cinque minuti la pratica di beatificazione imbastita a mio uso personale dalla signora Della Valle.
“Se ho capito bene, lei pensa che la signora Manassero sia stata uccisa, vero?”.
L’ho lasciata di stucco.
Spalanca la bocca, ma ne cava soltanto un suono rauco. Ha gli occhi spalancati, cerca di parlare, ma dalla sua bocca escono solo due o tre suoni aspirati.
“Respiri con calma”, le intimo alzandomi, “torno subito”.
Trenta secondi dopo le infilo in mano un bicchiere di Sauvignon. Lo butta giù come trangugiasse un’aspirina.
“Io...”, riprende, con una vocina secca secca, “io non ho detto questo...”.
“Lei invece ha proprio detto questo, se pure con altre parole. Quindi è di questo che parleremo. Mi racconti di quelle frasi sibilline, dette dalla signora Manassero qualche tempo prima di morire e mi dica di quella benedetta chiave”.
“Signor Ribò, la prego, lei mi sta torturando...”.
“Le sto soltanto svelando uno dei molti significati della parola ‘sintesi’, signora Della Valle. Per alcuni la sintesi è un dono, per altri un obiettivo, per altri ancora un miraggio. Credo che per lei, invece, la sintesi sia qualche cosa a mezza strada fra l’utopia e l’insulto”.
“N... N... Nessuno mi aveva mai parlato così”, balbetta.
“La smetta di pensare a sé, e si dedichi un po’ alla signora Manassero. Avanti, sputi. Cominci con le frasi che le sono parse enigmatiche. Poi passeremo alla chiave”.
“Non me la sento, non me la sento... Mi gira la testa... Mi sento male, signor Ribò... La prego, la smetta di torturarmi... Mi lasci andare a casa. Mi sento molto debole, molto debole...”.
Sta mollando, la codarda. La parola omicidio le fa venire la tremarella.
Vedo volare via i bigliettoni.
“Ho capito”, concludo, sbrigativo, “non se la sente più. È comprensibile. Basta dare un nome alle cose, per vederne il profilo esatto, sa? Prima di dare loro un nome, vede, è come se le cose non esistessero. Ma appena se ne pronuncia il nome, eccola lì, la cosa, nitida, come se avesse il contorno. Dunque, se vuole, parliamo dell’omicidio, signora della Valle. No, anzi, adesso ascolti me, signora Della Valle. Si riprenda il suo assegno, torni a casa, e ci dorma su. Vedrà che domani tutto le apparirà più semplice”.
“Sì, sì”, dice lei, “forse ha ragione, forse ha ragione. Ora sono troppo stanca, troppo spaventata. Ma vorrei dirle... Vorrei che... Voglio che tenga lei l’assegno, signor Ribò... Io... Sì, lo so, lo so, ci devo pensare su un po’... Tornerò domattina alle nove, quando sarò più calma. Cercherò di raccontarle quelle due cose...” e intanto ghermisce la borsetta, si erge in piedi, trae un respiro lungo come il fischio di un treno, arretra e scantona nell’ingresso. Non ho il tempo di fare il giro del tavolo. È già fuori. C’è di buono che ha aperto la porta ed è uscita senza fare danni. Piombo sul corrimano, mi affaccio, ma vedo soltanto dardeggiare per un istante, prima di essere risucchiato dai nascondigli prospettici delle scale, un lembo di seta blu, mentre il ticchettio dei suoi passi si affievolisce.
Poco male mi dico. La grana, per il momento, è in mano mia. E domani, se torna, arriveremo al succo.
Do forza a questo pensiero affondando le mani nelle tasche. Entro e chiudo la porta alle mie spalle con un colpo di tallone. Ma non sento lo schiocco secco. Non sento alcun rumore.
Eppure io so di avere spinto all’indietro con decisione.
Mi volto e me lo trovo davanti.
È alto e magro. Ha circa venticinque anni, ha un ghigno idiota, ha soltanto due o tre denti, davanti. E ha una pistola. Me la spinge contro una narice.
“Quella cicciona non è mai esistita, per te”, bofonchia, sputazzando.
“Ricevuto”, rispondo. Mi hanno insegnato che non è educato dare sulla voce a una canna di pistola.
“Ti teniamo d’occhio. Se ti salta di girare intorno a questa storia sei morto”, peta.
“Ricevuto”, bisso.
“Morto, hai capito? Tu e la cicciona. Morti. Dimentica tutto quello che la cicciona ti ha detto, hai capito?” insiste.
“Ho capito”.
Mi punta la pistola contro un occhio e fa:
“Bum bum”, poi sghignazza e se ne va camminando all’indietro.
“Bum bum”, ripete lungo le scale.
Io chiudo la porta e torno al mio tavolo.
La signora Della Valle aveva ragione.