Eros-2

2061 Parole
«E un bel giovane» disse costei. «Aveva il sigaro in bocca, hai visto?» «Non è elegante, ma ha un'aria distinta. È marchese, non è vero?» «Sí, a momenti sarà qui.» Velleda rizzò il capo con un movimento impercettibilmente altero, civettuolo e grazioso al tempo istesso, e si mise a frustare i ramoscelli piú bassi con una bacchetta che aveva in mano. «Se fossi bella come te!» esclamò ingenuamente l'Adele, forse colpita da quel rapido corruscare della vanità, o forse rispondendo ai pensieri che le si affollavano in mente. La sua amica era infatti una magnifica bionda, aristocratica e delicata beltà, modellata come una Venere, e leggiadra come un figurino di mode, dalle folte e morbide chiome cinerine, dai grand'occhi azzurri e dalle labbra rugiadose; sotto i suoi guanti grigi celava unghie d'acciaio, colorate di rosa; il suo stivalino sembrava animato da fremiti impazienti, e con quel suo tacco alto, con quella sua curva elegante, avea l'aria di gentile arroganza, come se sentisse di render beata l'erba che calpestava; il sorriso di lei era affascinante, lo sguardo profondo ed un po' altero, l'accento carezzevole, il vestito avea artificiose semplicità, e la blonda pudiche civetterie - ecco che cosa era quella fanciulla che frustava i ramoscelli con un virgulto di salcio, e che si chiamava Velleda, al modo stesso che era bionda, che era capricciosa, che era elegante, e che un bel fiore da stufa ha un bel nome straniero. Ella sembrava sopraffare la verginale leggiadria della sua amica col semplice portamento superbo del capo, o con un solo de' suoi sorrisi affascinanti. Adele era magrina, delicata, pallidetta, cosí bianca che sembrava diafana, e che le piú piccole vene trasparivano con vaga sfumatura azzurrina; avea grand'occhi turchini, folte trecce nere, mani candide e un po' troppo affusolate; il vento, innamorato, modellava le vesti sul suo corpiccino svelto e gentile come una statua d'Ebe; i movimenti di lei avevano certa elasticità carezzevole e felina; - accanto a ciò una timidità quasi selvaggia, un sorriso spensierato, e dei rossori improvvisi. Un conoscitore avrebbe indovinato nella leggiadria modesta e quasi infantile della fanciulla il prossimo sbocciare di una bellezza tale da rivaleggiare con quella della superba bionda; ma Alberto non era conoscitore, e allorché la cuginetta gli corse incontro stendendogli le mani e salutandolo col suo grazioso rossore, i capelli biondi, la veste di seta, e lo sguardo da regina dell'altra gli si gettarono, direi, alla testa, in un lampo. Povera Adele! se avesse potuto udire il ronzío di tutti quei calabroni inquieti che si destavano nella mente di Alberto, mentre ella credeva di fare una presentazione in regola, dicendo: «Mio cugino!» «La signorina Velleda!» La signorina Velleda fece una bella riverenza da ballo, ed Alberto se ne rammentò scrivendo il giorno stesso all'amico Gemmati: "Se avessi visto con quanta grazia inchinandosi spingeva indietro il suo vestito!". Velleda andava innanzi, giocherellando sempre colla sua bacchettina a mo' di frustino, un po' da bambina capricciosa, un po' da leggiadra civettuola. Allo svoltar d'un viale scomparve. Adele, che chiacchierava col cugino, tutta giuliva, arrossí improvvisamente, ed Alberto se ne avvide. «Che hai?» le domandò. «Il babbo non sa nulla del tuo arrivo... cerco di vederlo.» Il babbo li vedeva benissimo dalla sua finestra, e si fregava le mani. Al rammentarsi dello zio il giovane si fe' scuro in viso, e pensò agli esami andati a monte. Ma lo zio, ch'era il miglior zio del mondo, abbracciò teneramente il nipote, come se costui non avesse delle palle nere sulla coscienza; anzi a tavola comparve un certo fiasco di vecchio chianti, di quel delle grandi occasioni, e se l'avessero lasciato fare, lo zio avrebbe fatto crepare il nipote di indigestione, per provargli la sua tenerezza. L'Adele fu ciarliera e taciturna a sproposito, la signorina Manfredini disinvolta e piena di brio, Alberto un po' imbarazzato, un po' distratto, e di quando in quando aveva certi assalti di allegria che gli montavano al viso, gli luccicavano negli occhi e si risolvevano in bizzarre effusioni di affetto per lo zio Bartolomeo. «La bella luna!» esclamò Adele affacciandosi alla finestra. «O che non si va in giardino?» Velleda, interrogata a quel modo, si mise a ridere. «Vacci anche tu» disse lo zio ad Alberto, che non faceva le viste di muoversi. «E lei, zio?» «O cosa vuoi che venga a farci io? Ci ho il mio giornale da digerire. Vai pure.» IV Le due ragazze irruppero in giardino allegre e chiassose; la luna sembrava inondarle di un pallido chiarore, traeva dei riflessi turchinicci dai capelli di Adele, dava un che di vaporoso a quelli di Velleda, luccicava sulla seta, giocava colle ombre, frastagliavasi fra i cespugli, disegnava nettamente in bianco i viali; il cielo era terso, leggermente azzurro; le gaie voci e gli allegri scrosci di risa avevano cristalline sonorità. «Sono stanca!» disse Adele lasciandosi andare su di un sedile, e raccolse la sua vesticciuola volgendosi verso di Alberto con un tacito invito; costui che chiacchierava spensieratamente tacque all'improvviso. «Ho dimenticato il mio scialletto» disse Velleda con singolare vivacità. «Andrò a prenderlo» rispose premuroso Alberto. La ragazza non poté dissimulare un sorriso maliziosetto. «Grazie, non s'incomodi» rispose, e partí correndo. Adele s'era ritirata in là per far posto al cugino accanto a lei; ma egli si mise a passeggiare innanzi e indietro, gettando di tempo in tempo sguardi avidi e imbarazzati sul sedile. «Vuoi metterti a sedere?» diss'ella. «No... grazie... non ti comoda?» «Che!» Ella si mise a strappare le foglie del rosaio. Alberto accavallava ora una gamba ora l'altra, guardava gli alberi, il viale, la punta dei suoi stivali, e non sapeva che farsene delle mani. «Mi permetti di fumare?» disse dopo un lungo silenzio, e come se avesse fatto una grande scoperta. «Fai pure.» Egli trionfante accese un sigaro, e si diede a buffare il fumo con enfasi. «Ti dà noia il fumo?» le domandò. «No» rispose Adele tossendo e fregandosi gli occhi. E tacquero di nuovo. «Bella sera!» esclamò finalmente Alberto col naso in aria. «Bellissima.» «E punta fredda!» «Punta.» «È un pezzo che non ci vediamo, sai!» «Due anni.» «È vero.» Ella lo stava a guardare seria seria. «Hai imparato a fumare!» gli disse finalmente con un sorriso, e come se gli confidasse un segreto che nascondeva da qualche tempo. «Cosa vuoi, i vizi si imparano facilmente!» rispose Alberto con gravità. «Però il sigaro ti sta bene!» Ei la guardò nei grand'occhi turchini che luccicavano al chiaro di luna, chinò i suoi prestamente, e si soffiò il naso. Adele riduceva in pezzi minutissimi le foglie che avea strappato dal rosaio. «Ma il tuo giardino è molto bello!» disse finalmente Alberto. La giovanetta guardò attorno, come se vedesse quegli alberi per la prima volta, e rispose: «Sí, molto bello.» «Una delizia!» «Una vera delizia. Quella fontana lí ce l'ho voluta io.» «Davvero?» «Sí, non è bellina?» «Bellina tanto!» «È tutta di marmo, sai!» «Oh!» «Il babbo non voleva, per via della spesa...» «Deve aver costato parecchio!» «Altro! Ma il babbo mi vuol tanto bene!» «Oh! (in un altro tono).» «E anche te, sai, ti vuol bene!» Il dialogo che si reggeva sui trampoli, minacciò d'inciampare in quel sassolino. «Ha detto che ti terrà qui sino a novembre» soggiunse Adele vedendo che il cugino stava zitto. «Ma...» «Ti rincresce?» «No!... no...!» «Non ti annoierai?» Egli si volse, la guardò, poi si mise a scuotere col mignolo la cenere del sigaro Adele rimase alquanto pensierosa, la povera bambina, e soggiunse, un po' trepidante: «Ci starai volentieri?» «Figurati!» «Anche Velleda ci starà sino a novembre. Che festa!» Il cugino si senti maledettamente ridicolo per non sapere metter fuori il piú meschino complimento. «Ti piace la mia Velleda?» riprese Adele. «A me?...» «Non è bella?» «Oh sí!» «Anch'essa ha detto che sei un bel giovanotto.» A quelle parole parve ad Alberto che la luna irradiasse di un'aureola l'Adelina. «Anche te ti sei fatta bella!...» disse col coraggio della gratitudine. «Davvero?» «Davvero.» Ella sorrise, chinò il capo, incrociò le pallide manine sulle ginocchia, e il raggio della luna sembrò farsi vermiglio sulle sue guance. L'usignuolo cantava: passò un alito di venticello che fece stormire lievemente le foglie. Essi si sentivano l'uno accanto l'altra. Tutt'a un tratto la fanciulla scoppiò a ridere. «Oggi volevo darti del lei, vedi!» «O perché?» «Perché ti sei fatto grande: avevo suggezione di te... ecco!» «Oh!» Ella si volse verso di lui, con un improvviso movimento d'espansione e d'abbandono - i sentimenti puri e le anime vergini hanno di codeste arditezze innocenti - ed egli si tirò in là modestamente. «Ma se tu m'avessi dato del lei non te l'avrei perdonato mai!» «Perché?» «Perché... perché... non lo so il perché.» Tacquero entrambi, e sentivano che quel silenzio li dominava. Alberto era tutto intento a fumare, e l'Adele a pungersi le mani sul rosaio. Si udiva il fruscío della sua veste ad ogni movimento di lei. «L'ultima volta che partisti pel collegio pioveva, ti rammenti ?» «Sí, tu mi scrivesti per domandarmi come fossi arrivato.» «Ti rammenti anche di codesto?» «Ho ancora la lettera.» «Davvero?» arrossí e volse il capo. «E Velleda che non ritorna!» «Mi par di vederla laggiú.» «Velleda!» «Oh, siete ancora costà?» gridò Velleda da lontano. «Parlavamo di te, sai!» esclamò Adele correndole incontro, e buttandole le braccia al collo le sussurrò qualcosa all'orecchio. «Cattiva!» mormorò Velleda chinando il capo e facendosi rossa. «Grulla!» borbottò il signor Bartolomeo quando lo seppe. Alle undici tutti i lumi della villa erano, o sembravano, spenti. Alberto che stava alla finestra, come uno che abbia bisogno di mettersi in cuore tutta la serena bellezza di una notte estiva, credette di scorgere un fil di luce che trapelava fra le stecche della persiana di una finestra al pianterreno, di faccia alla sua. E si sporse in fuori per meglio vedere; ma la luce si fece all'improvviso piú viva, come pel dileguarsi di un'ombra frapposta, e si spense quasi subito. V Il domani, appena Alberto aprí la finestra e appoggiò i gomiti al davanzale, colla sua bella pipa di schiuma in bocca, udí chiamarsi per nome. Volse gli occhi sotto il pergolato, e vide un fresco visetto e due begli occhi che gli sorridevano; la cuginetta stava cogliendo dei fiori da un arbusto alquanto piú alto di lei, e rizzavasi sulla punta dei piedi per far piegare i ramoscelli restii; le maniche del vestito le cadevano lungo le braccia un po' troppo delicate, ma bianche come alabastro; il piú gaio raggio di sole indorava quelle braccia e quel viso gentile. «Buon dí, cugino!» «Buon dí, cuginetta!» «Son le nove, sa?» «Lo so.» «E non si vergogna?» «O che fa lei costà, cosí mattiniera?» «Lo vede, faccio dei mazzolini.» «Per chi?» «Pel babbo.» «E poi?» «Per Velleda.» «E poi?» «E poi... per chi se li merita.» Egli alzò il naso in aria, mandò un grosso buffo di fumo, e disse: «È una bella giornata.» «Sí» rispose la fanciulla asciutto asciutto. Adele andava e veniva fra gli alberi, chinandosi ad ogni istante sulle aiuole con una vivacità infantile e graziosa che era tutta sua. Alberto la guardava in silenzio. Di tanto in tanto ella pure guardava lui, cercando di non farsi scorgere, con una tal cera dispettosetta. «Ha dormito bene?» domandò finalmente. «Benissimo, grazie.» «E vuol dormire ancora? «No... perché?» «Vieni ad aiutarmi dunque!» «Vengo subito, cuginetta.» Vedendolo venire ella si diede un gran da fare per assortire i fiori, e il giovane sentí sfumare in un attimo la grande audacia con la quale le avea quasi chiesto un mazzolino. «Il babbo è andato lassú, alla Sassosa, alla vigna.» «Oh davvero?» «Quest'anno avremo una famosa vendemmia!» «Sí?» «L'ha detto il fattore!» «Lui può saperlo.» «E il babbo è contento. Ti piace codesto fiore?» riprese poscia l'Adele saltando da un discorso ad un altro. «Bellino! come si chiama?» «Non rammento; è un nome forestiero.» «Dev'esser un fior raro.» Ella stava per rispondere, ma vide che il cugino guardava piú la mano che il fior raro, e arrossí. «Che bella aiuola!» diss'egli per non farsi scorgere. «Sai cosa c'era qui prima? la piazzetta dove noi si giocava a volano! Ti ricordi?» «Com'è cambiato!» «Anche tu sei cambiato!» rispose ella senza alzare gli occhi. Ei rispose dopo un istante: «E anche tu!». E sorrisero entrambi. «Andiamo a svegliare Velleda, la pigra!» disse Adele tutta rossa in viso. Le finestre del pianterreno non erano molto alte dal suolo, ma la povera fanciulla si rizzò invano sulla punta dei suoi piedini: «Bussa tu» disse ad Alberto. Egli picchiò due colpetti timidi. «Chi è?» si udí rispondere da una voce la quale aveva tuttora alcunché d'addormentato e di voluttuoso. «Sono i miei fiori, che vengono a darti il buon giorno, dormigliona!» Le stecche della persiana si schiusero alquanto; i raggi del sole vi s'insinuarono con una certa avidità e si disegnarono in strisce luminose su di una bella figura bianca, sul braccio roseo che si appoggiava al davanzale, sui capelli color d'oro, leggermente ondati, che cadevano mollemente sull'accappatoio. Velleda accostò il viso alla persiana, e si videro luccicare i suoi begli occhi; ma scorgendo Alberto, si tirò indietro bruscamente, e chiuse del tutto, dicendo: «Vengo subito». «Non lo vuoi?» domandò un po' crucciata l'Adele ad Alberto che rimaneva cogli occhi fissi sulla persiana chiusa, senza accorgersi del mazzolino che gli dava la cugina «Dunque me lo merito anch'io?» diss'egli sorridendo. «Presuntuoso!» Passando sotto la finestra del cugino, Adele alzò gli occhi e stette a guardarla. «Vedi com'è bello quel gelsomino che s'arrampica sino al tuo davanzale?» «Perché fai cosí tardi alla sera?» riprese dopo breve pausa. «Come lo sai?» Ella arrossí. «...Me l'hanno detto» rispose. Quel rossore fece dileguare in un lampo dalla mente di Alberto la leggiadra apparizione ch'egli avea scorto dietro la persiana e che luccicava ancora nel suo pensiero, come un raggio di sole irradiasi, anche dopo chiusa, nella pupilla che abbagliò. Egli levò gli occhi a quella finestra di faccia alla sua, dove la sera innanzi gli era sembrato veder del lume, esitò un istante, ma non aprí bocca. Sembravagli sentire tremare il braccio di lei, e che vaghi rossori fuggitivi le passassero con una trasparenza alabastrina, sul bel viso che teneva chino, e sul collo delicato.
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