Capitolo 1-1

2058 Parole
Capitolo 1Longarino, dicembre 2014 Era la tarda serata di un venerdì freddo e umidiccio, quando Luigi Cattelan rientrò a casa dopo una settimana di lavoro. Non riusciva a schiodare i suoi pensieri sull’ultimo cliente che aveva visitato solo poche ore prima. Era tormentato dalla frustrazione e si stava chiedendo cosa mai avesse sbagliato nel proporgli quell’affare visto che alla fine si era tirato indietro. Eppure era sicuramente un buon affare. «Sarà che sta sperando in un’offerta al ribasso? Eh sì che manca poco a Natale. Vuoi vedere che ha ancora tanta merce in casa da…» si era chiesto, ben sapendo che nessuno gli avrebbe potuto fare un’offerta migliore… sempre che fosse onesta. Ma poi aveva cominciato a prendere in considerazione il fatto che il cliente, semplicemente non avesse soldi da investire o ancor peggio fosse al limite del credito con le banche. Era un periodaccio quello. L’oro era schizzato alle stelle ed erano in pochi a comprare. Eppure, con la crisi qualcuno riusciva ad arricchirsi, ma era un’eccezione. Nonostante tutti simulassero un’inesistente prosperità, dietro le apparenze la maggior parte sguazzava nella merda. Soprattutto nel suo settore, dove il lusso era appannaggio di una clientela sempre più ristretta ed esclusiva. Era comunque gioco forza tirarsela in quel modo, se si volevano tener lontani gli avvoltoi, pronti a rilevarti l’azienda per due soldi, ancora meglio se a prezzo di fallimento. Arrivato ormai a pochi metri da casa, allungò la mano nel portaoggetti, prese il telecomando e aprì il cancello. Benché distratto dai pensieri, la sensazione di aver intravisto qualcosa di anomalo lo fece trasalire e concentrare sul presente. La nebbia si era alzata e pur rimanendo una residua foschia, ci si vedeva abbastanza bene. L’abbondante illuminazione pubblica era garantita da potenti quanto ecologici faretti a led che aveva contribuito personalmente a fare installare nella via con un sostanzioso contributo alle casse comunali. Attivando l’apertura del cancello poi, sia la casa che il circostante giardino, vennero illuminati a giorno dai riflettori che si erano accesi simultaneamente, una chicca dell’installatore dell’impianto di sicurezza. Quella che arrivando gli era parsa un’ombra in movimento, era molto probabilmente dovuta all’effetto dei fari della sua stessa auto. Il pensiero corse al suo fidato Baloo, un dogo argentino che con la sua andatura ciondolante e l’ingombrante presenza, gli veniva incontro infondendo un impagabile senso di sicurezza. Da quando, tre settimane prima, era misteriosamente morto, la sua mancanza pesava ogni qual volta Cattelan si trovava a rientrare ad ora tarda, ma anche durante le lunghe assenze. Baloo da solo svolgeva egregiamente il lavoro di un impianto d’allarme e di una squadra di vigilantes messi insieme. Dopo aver fatto il suo ingresso nel vialetto, mentre aspettava al sicuro nell’abitacolo della sua berlina blindata che si aprisse il basculante del garage, scrutò con attenzione l’ambiente circostante, analizzando ogni particolare che gli permettesse di escludere un motivo per allarmarsi. Sto proprio diventando paranoico, pensò tra sé disinserendo l’antifurto, rasserenato dopo aver constatato che tutto sembrava in ordine. Per un riflesso condizionato accarezzò con la mano destra il calcio della vecchia Colt Python che riposava gelida e pronta all’uso nella sua fondina, sotto l’ascella sinistra. Il contatto con la pesante sagoma infondeva sicurezza. Era una due pollici e mezzo. Con una canna molto corta come quella avrebbe sbagliato un bersaglio fermo a dieci passi, ma a distanza ravvicinata la sua maneggevolezza era ineguagliabile per districarsi da qualsiasi situazione con estrema efficacia. Sua moglie, così come sua figlia, stavano dormendo beatamente. D’altronde non poteva nemmeno pretendere che rimanessero alzate fino a quell’ora per aspettarlo, gli avrebbero fatto le feste il mattino seguente. Appena dentro il garage spense il motore, azionò il comando che faceva alzare la seduta del passeggero, sotto la quale era ricavato un nascondiglio. Prese la valigetta del campionario che vi era riposta, mentre con la sinistra apriva la portiera per uscire. Fece appena in tempo a vedere una mano inguantata sbucare dal nulla afferrarlo per il bavero del cappotto. Venne tirato violentemente fuori, sbattuto contro il montante dell’auto e immobilizzato. Una gragnola di bastonate lo colpì ovunque, senza concedergli il tempo di ripararsi né il fiato per urlare, nemmeno una volta scivolato a terra. Rannicchiato in quella posizione arrivarono anche calci di pesanti scarponi anfibi. Pur nella concitazione del momento, aveva avuto la prontezza di girarsi dando la schiena ai suoi assalitori. Questo gli permise di allungare la mano sotto l’ascella. Riuscì ad afferrare il calcio del revolver e dopo aver freneticamente litigato con il fermo della fondina riuscì a disincagliarlo. Premette il grilletto senza nemmeno estrarlo del tutto, sparando attraverso il cappotto. Sapeva che, ovunque fosse andato a parare il proiettile, l’eco di quel colpo avrebbe rimestato il mazzo e la partita sarebbe proseguita con un'altra prospettiva. Le bastonate cessarono di colpo e ciò gli permise di alzare lo sguardo e focalizzare i suoi aggressori. Davanti a lui c’era un tipo vestito di scuro con una calza da donna calata sul volto. L’assalitore indietreggiò di un passo per la sorpresa, poi si predispose a cogliere l’attimo. Luigi stava cercando disperatamente di liberare il revolver ancora incastrato tra la giacca e la camicia. L’assalitore si stava abbattendo su di lui con un’ennesima randellata, stavolta diretta alla testa. Luigi riuscì a estrarre l’arma giusto in tempo per far fuoco ancora una volta, sparando d’istinto in direzione del bandito. L’aggressore, colpito al volto, capottò all’indietro descrivendo un mezzo arco. Atterrò scomposto e non si mosse più. Senza perdere tempo Luigi si guardò intorno, ancora in preda al panico. Intravide due sagome nere che avevano appena superato il basculante e si stavano dileguando urlando parole incomprensibili. Cautamente si alzò appoggiandosi all’auto. In preda a dolori lancinanti uscì barcollando dal garage brandendo la pistola. Aveva il terrore che si fossero acquattati dietro un cespuglio o un angolo buio della casa per riprendersi la rivincita, o peggio coglierlo di sorpresa per entrarvi: doveva scongiurare quell’eventualità. Uno lo vide in lontananza saltare come una cavalletta oltre la cancellata, dopo avere divelto il roseto che si trovava nella sua traiettoria. Lo osservò mentre piombava in strada. Una grossa berlina scura arrivò a fari spenti e si fermò con una brusca frenata. Il tipo ci si fiondò dentro, mentre l’altro – nella fuga si erano divisi – giungeva dall’altra parte imitandolo. Si sentirono altre urla concitate e l’auto ripartì sgommando, con il motore ululante come una bestia feroce. Notò che il primo teneva stretta in mano la sua valigetta, evidentemente sottratta mentre i compari lo tenevano occupato con le randellate. Puntò per un attimo la Python, ma con un moto di stizza desistette dalla tentazione di premere sul grilletto. Ormai erano troppo lontani e sapeva bene che non li avrebbe beccati nemmeno prendendo la mira. Ponti d’oro al nemico in fuga, si disse mentre recuperava un po’ di sangue freddo pensando al contenuto della valigetta. Si guardò ancora intorno, stavolta con la ritrovata padronanza di se stesso. Gettò uno sguardo all’interno del garage. Il suo assalitore era ancora a terra, immobile, vicino alla sua auto. Solo la pozza di sangue si era mossa, allargandosi sulle piastrelle beige. Dalle case vicine non proveniva segno di vita. Non una luce da far supporre che il baccano dei colpi sparati avesse svegliato qualcuno, solo i cani dei vicini che ormai stavano smettendo di abbaiare. L’unica che si era accesa era quella di camera sua. Debora si era svegliata. Il profilo della donna era lì che lo fissava dietro le fessure della tapparella blindata semichiusa. L’aprì del tutto e si affacciò, era in camicia da notte e pallida in volto per lo shock. «Tutto a posto, amore? Adesso chiamo i carabinieri, saranno qui in un attimo» chiese lei balbettando e con un filo di voce. «No, lascia stare» disse lui mostrando il telefonino. «Ci penso io.» «Ma…» Lui la mise a tacere, mostrando imperiosamente l’indice davanti al naso. Aveva ormai recuperato tutto il suo sangue freddo e con esso la consapevolezza di ciò che avrebbe dovuto fare nell’immediato. *** Qualcuno i botti li aveva sentiti eccome e pur non avendo realizzato con precisione l’evento, mantenendo premurosamente le luci spente, aveva telefonato alle forze dell’ordine. Dopo un quarto d’ora, le lame di luce azzurra delle ambulanze e delle gazzelle dei carabinieri accorse sul posto, sciabolarono nella via e l’echeggiare delle ricetrasmittenti di servizio gracchiarono messaggi in codice accentuando la drammaticità del momento. Di lì a poco, il posto era affollato come la piazza del mercato di fine settimana nella vicina Quattroville e, nonostante l’orario, vi era radunato mezzo paese. Anche i vicini, tirati giù dal letto dagli spari prima e dalle sirene dei mezzi di soccorso poi, erano scesi in strada. Altri curiosi, perlopiù nottambuli di rientro alle loro dimore, ingrossarono l’estemporaneo raduno chiedendo cosa fosse successo. Si erano assiepati intorno alla casa per curiosare e dopo qualche minuto ancora, chiamati da chissà chi, arrivarono in forze anche i giornalisti delle emittenti locali con le loro troupe al seguito. I carabinieri avevano dovuto tirare un nastro tutto intorno per isolare la scena del crimine, limitare l’invadenza della gente ed evitare che qualcuno inquinasse il quadro probatorio. Il maresciallo De Laurentis, della stazione dei carabinieri di Quattroville, coordinava le prime indagini ed era arrivato subito dietro la pattuglia di perlustrazione, che non era riuscita a intercettare i fuggitivi. La vittima dell’aggressione era appena partita a bordo di un’ambulanza e mentre i militari allestivano le fotoelettriche per illuminare a giorno la villa e le sue immediate vicinanze, al maresciallo non rimase che chiamare la squadra della scientifica e avvisare il magistrato di turno. Concluso il giro di telefonate, si avvicinò alla folla per sentire se ci fosse qualche testimone. Pur non sapendo ancora cosa fosse successo, il sospetto era nell’aria e tra la gente assiepata intorno alla villa di Cattelan, già qualcuno si sfogava. C’era chi si metteva davanti ai cameramen urlando: «È ora di finirla con quei bastardi». Oppure commenti rassegnati tipo: «Tanto se anche li beccano, staranno dentro un paio di giorni… al popolo li dovrebbero dare!». Nondimeno quando, terminati i rilievi, il magistrato diede ordine di portare il cadavere all’istituto di medicina legale, la calca di curiosi era ancora folta e sparsa la notizia che a rimanere steso era un bandito, impallinato dal signor Cattelan, i commenti cambiarono tono. «Bravo Cattelan, hai fatto bene!» o «Luigi sei un eroe» risuonavano tra la folla senza che nessuno si preoccupasse del dramma di un morto ammazzato. «Ma chi se ne frega» era il pensiero comune: se l’era cercata. Anzi, meglio così, un delinquente in meno a turbare la loro tranquillità. Se fosse andato a lavorare onestamente non gli sarebbe successo niente. Sabato mattina, solo poche ore dopo, l’evento era di pubblico dominio a livello nazionale. Alcuni telegiornali avevano aperto con quel fatto di cronaca in evidenza, già nella prima edizione. A fare particolarmente eco era la singolarità che la vittima designata avesse steso un rapinatore. Da subito, il popolo si era diviso in colpevolisti, che sostenevano vi fosse stato un eccesso di legittima difesa, e innocentisti che, al contrario, asserivano che Cattelan era stato coraggioso ad affrontarli e bravo a non lasciarsi sopraffare. Domenica sera, nel TG6 delle venti, in un’intervista strappata nell’ospedale dove era ricoverato, il commerciante, immortalato malconcio per le bastonate ricevute, aveva rimpolpato le fila degli innocentisti. Steso sul letto con il volto tumefatto, la testa fasciata e un braccio ingessato, Luigi, con difficoltà, aveva raccontato quanto successo, esprimendo il suo rammarico per l’epilogo dell’accaduto e concludendo con rassegnazione. «L’unica alternativa per non ammazzarlo sarebbe stata lasciare che loro ammazzassero me e la mia famiglia, e ciò mi dà la forza di non sentirmi in colpa, anche se…» singhiozzi di commozione gli impedirono di completare la frase. Questo ebbe l’effetto di amplificare il suo stato d’animo e coinvolgere emotivamente buona parte di quelli che ancora lo colpevolizzavano. L’unica persona che sembrava immune a quel sentimento era la dottoressa Biancardi, il magistrato che si occupava del caso e che già nella mattina del lunedì, lo iscrisse nel registro degli indagati per omicidio colposo ed eccesso di legittima difesa. «Un atto dovuto, per poter procedere ad alcuni rilievi e accertare definitivamente lo svolgimento dei fatti» asserì lei nel corso di un’intervista nel notiziario delle tredici, rispondendo seccamente alle critiche. Era necessario per escludere le responsabilità – nessuno capiva quali – del commerciante sull’epilogo dell’accaduto. La perquisizione dei carabinieri in un vicino accampamento di Rom all’alba dello stesso giorno, risolto con un nulla di fatto, anziché dare un senso di sicurezza alla popolazione, aveva esacerbato i sentimenti di intolleranza nei confronti dei nomadi.
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