Capitolo quinto
Il mio senso di frustrazione, portato alla luce dal sogno, pone sotto l’influsso di cattive stelle questa giornata che inizia. So che oggi sarò goffa, noiosa e insicura come succede tutte le volte che sono costretta a misurarmi con la mia inadeguatezza al vivere. Per fortuna hanno inventato il caffè e anche se non mi aspetto niente di buono da me stessa, mi trascino fuori dal letto, mi infagotto in qualcosa di caldo e raggiungo la zia in cucina sperando che riesca a prepararmene uno.
Mentre la caffettiera si scalda sul fornello a gas, racconto alla zia la giornata appena trascorsa, omettendo ovviamente la parte finale, e le chiedo se sappia qualcosa dei fiori lasciati sulla tomba. Mi spiega che sono i fratelli di mia madre a mantenere vivo quel rito. Abitano a pochi chilometri da Monteripaldi e spesso in prossimità di qualche ricorrenza vanno a visitare il cimitero.
«Lo sai che per loro non era solo una sorella. Li aveva veramente cresciuti lei, quei ragazzi. Tua nonna poverina se l’era portata via un infarto all’improvviso, come è successo poi anche a tua madre, e tuo nonno sembrava rimbambito dal dispiacere. Se non fosse stato per Elena, non so come avrebbe fatto. Era solo una ragazzina ma gli teneva la casa e si prendeva cura dei due fratelli più piccoli come una grande. Lasciò la scuola d’arte per andare a bottega, non so se te lo abbia mai detto. Imparò a fare la sarta e diventò così brava che da lei andavano anche i signori a farsi fare gli abiti. Avessi visto che stoffe e che modelli, come noi in casa non ne avremmo mai avuti in tutta la nostra vita.
Era dovuta diventare grande presto, tua mamma. Ma non credere che se ne facesse un cruccio. Lei, quando c’era da aiutare qualcuno, non si accorgeva nemmeno dei sacrifici e della fatica, non aveva rimpianti, sorrideva e andava avanti con una forza che non ti potevi immaginare a vederla così piccina. Una bambolina da tenere sulla credenza, una bomboniera: questo avresti pensato a vederla. Ma bambolina era solo d’aspetto. Bellina e garbata come poche ma… due palle di marmo meglio di un uomo. E scusa se mi viene in mente solo questo modo becero per descriverla» mi spiega con un sorriso franco.
«Ma col babbo, come si erano conosciuti?»
«S’erano incontrati a Firenze, al tempo che tuo padre andava all’università. Come sia andata esattamente, questo non lo so.»
«Il babbo all’università?» ribatto scettica di fronte a questa spiegazione che mi sembra una enormità fuori da ogni logica. «Per fare la guardia forestale serviva l’università?» le chiedo ancora, ridendo.
«Oh Pallina!» La scelta dell’appellativo e la comparsa di un picco di cadenza toscana mi dà la misura dell’insofferenza con la quale la zia recepisce le mie obiezioni. «Tu sembri venuta fuori dall’uovo di Pasqua! Non ne sai proprio nulla di questo tuo babbo! Certo che lui non t’ha aiutata, perché a parlare pareva che facesse un sacrificio. Ma anche tu, piccina!» conclude spazientita accennando con la mano un contenuto moto di stizza.
«Andava all’università e poi?» le chiedo, quietamente, con sincera voglia di capire, sentendomi colpita nell’orgoglio dalle parole della zia che sembra imputarmi dichiaratamente un’eccessiva superficialità nei confronti di mio padre.
«Studiò e si prese la sua bella laurea. Poco tempo dopo la tua mamma rimase incinta e lui si dovette cercare un lavoro. E doveva anche far presto perché non c’era nessuno che li potesse aiutare. Tua madre poi iniziò quasi subito a dover stare a letto, perché stava male e rischiava di perderti. In quello stato non riusciva nemmeno a lavorare. Il tuo babbo allora accettò il primo impiego che gli capitò, quello di guardia forestale. Chiese a nostro padre di usare la casa che era stata del nonno, la rimise a posto alla buona e si trasferì lì con tua madre più presto che poté. Il resto della storia lo conosci anche tu.»
«Cosa studiava papà?»
«Architettura.»
Finisco il mio caffè riflettendo su mio padre e cercando nella memoria della nostra vita insieme qualche indizio che possa farmi intuire qualcosa, che riveli qualche traccia di quegli anni di studio dei quali non mi aveva mai parlato. Per quanto mi sforzi, non trovo nulla. Nel mio ricordo, rivedo sempre e soltanto un uomo molto silenzioso, intento in qualche lavoro manuale e che non lasciava mai trapelare alcun particolare interesse culturale.
«Non l’avrei mai immaginato. Lo vedevi anche tu: sembrava che per lui la massima realizzazione di sé fosse costruire qualcosa con il suo legno, tagliare, piallare e inchiodare. Da come me lo racconti tu, sembra che, dall’oggi al domani, si sia lasciato tutto alle spalle e si sia trasformato in qualcosa di diverso.»
«Sì, è proprio così. In quell’anno gli successero delle cose che misero una pietra tombale su tutto quello che tuo padre era stato fino ad allora: la gravidanza di tua madre, come ti ho appena spiegato, e la tragedia che lo colpì portandogli via il suo amico più caro. Era il 1971.»
«Il suo amico?»
«Nuto.» Si ferma un attimo contraendo le labbra e il mento in una smorfia di dispiacere, poi continua a voce piuttosto bassa, fissandosi un po’ le mani, un po’ il vuoto: «Ebbe una disgrazia, una notte mentre tornava a casa in moto. La polizia e il giornale locale dissero che era stato un incidente ma tra gli amici correva voce che se lo fosse cercato. Io mi ero già sposata ed ero venuta via da Firenze. Non lo avevo più rivisto da mesi e so solo quello che mi dissero gli amici comuni quando mi diedero la notizia: dissero che era cambiato, che si vedeva che non stava bene». Poi, fissandomi negli occhi con uno sguardo spento, conclude: «La verità, dopo tanti anni, credo possa saperla solo Dio… Mio fratello non fu mai più lo stesso dopo quel dolore e anche per tua madre fu un colpo terribile».
«Mi sembra di aver vissuto su un altro pianeta. È come sentire raccontare la storia di un’altra famiglia che non è la mia!» ammetto con imbarazzo.
Sono molto turbata. Ho un gran bisogno di stare da sola per prendere confidenza con la nuova versione della mia storia famigliare, così come la zia me l’ha prospettata, con i suoi ribaltamenti di prospettiva e dei colpi di scena degni di uno sceneggiato televisivo. Soprattutto, mi sento disorientata dall’essere costretta a reinterpretare mio padre. Non posso più liquidare la sua memoria pensandolo semplicemente come un uomo scostante, trincerato nel proprio egoismo. Devo per forza fare di nuovo i conti con lui così come mi appare adesso: impossibile da comprendere e, più che mai, impossibile da giustificare ma reinvestito della sua umanità, una umanità dolorante di creatura spezzata, ferita a morte.
«Sai zia, vorrei tornare a vedere la casa, oggi. Vorrei dare un’occhiata in giro e… insomma, mi fermo fuori fino a stasera. Non sono di grande conforto per te, mi dispiace. Ho bisogno di starmene un po’ lì da sola, per me è la cosa più necessaria, adesso. Non andrò alla tumulazione, tanto non hanno bisogno di me né mio padre né i becchini.»
Mi preparo in gran fretta perché voglio avere più tempo possibile da dedicare alla casa prima che venga buio. Passo al supermercato per prendere qualcosa da mangiare, una torcia a pile e delle candele nel caso che si faccia buio prima che me ne sia andata. Carico tutto sulla Mini e punto diritta verso Monteripaldi.