Capitolo 2 : La miseria – 2

1300 Parole
Valeria Ho imparato a leggere in queste crepe. Ho imparato a vedere ciò che non c'è: un tavolo imbandito, un fuoco alto fino al soffitto, un vestito nuovo senza rammendi. Ma le visioni durano poco, e lasciano un vuoto più grande di prima. Allora ho smesso. Ho imparato a non guardare. Mio padre è seduto al tavolo zoppicante, l'unico mobile rimasto con le due pagliericci accatastate in un angolo. Il tavolo ha una gamba più corta delle altre, e a ogni minimo movimento emette un cigolio che sembra un lamento. Un tempo mio padre era scriba, dalle mani fini, capaci di far nascere lettere così eleganti che venivano pagate a peso d'oro. Me lo raccontava mia madre, quando ancora raccontava. Le sue mani, ora, sono artigli rattrappiti, nodi di vene bluastre e ossa che sembrano voler perforare la pelle. Non disegna più che cerchi vuoti sul legno consunto con un dito tremante. Cerchi su cerchi, come le spire di un serpente che si morde la coda. Gira e rigira, senza mai arrivare da nessuna parte. La polvere di un crollo nella miniera lo ha scolpito in statua di cenere. Era andato laggiù per sfamarci, per un salario da fame in fondo a un buco che inghiotte gli uomini come la terra inghiotte i morti. Un giorno il soffitto è venuto giù, e con lui tutti i respiri che aveva dentro. I suoi polmoni sono mantici bucati; ogni respiro è un sibilo doloroso, un combattimento. A volte si blocca, col petto sollevato, gli occhi che s'iniettano di sangue, e per un lungo istante credo che sia finita. Poi l'aria entra, a fatica, con un fischio che mi si conficca nelle orecchie come un chiodo. I suoi occhi, persi in orbite scavate, fissano immobili le sue mani vuote. Tremano, sempre. Persino nel sonno agitato, tremano. Una volta le sue mani erano così ferme che potevano tracciare una riga senza righello. Ora non riescono a tenere un cucchiaio senza versare metà del brodo. Io glielo porgo alle labbra, come a un bambino. Lui mi guarda, a volte, con un'espressione che non so decifrare. Riconoscenza? Vergogna? Forse entrambe. Forse qualcosa di più profondo, che non ha parole. Mia madre è accovacciata accanto al fuoco fioco, il suo ago che va e viene nel crepuscolo. Rammenda l'invisibile. Un orlo che si sfila per la terza volta, una ripresa su una ripresa. La stoffa è così consunta che il filo non trova più presa; a ogni punto rischia di lacerarsi del tutto. Eppure lei continua, con pazienza di formica, con l'ostinazione di chi crede che il mondo si tenga insieme con un filo. I suoi occhi color nocciola sono spenti, come ricoperti da una sottile pellicola di polvere. Una volta erano vivi, sapevano ridere, sapevano accendersi di rabbia e di passione. Ora sono due monete opache, due finestre su una stanza vuota. Punge, punge ancora, il movimento meccanico di un automa la cui chiave è la sopravvivenza. Non parla più molto. Qualche parola, quando è necessario: «Mangia», «Dormi», «Fa' piano». Ma il resto del tempo è in quel suo silenzio che mi fa più paura della tosse di mio padre. Perché so cosa significa. Significa che ha smesso di sperare. E se lei ha smesso, cosa ci rimane? Cuce anche le nostre bocche, con i suoi punti serrati, con la sua rassegnazione che ci avvolge come un sudario. Mateo, otto anni, è acciambellato contro di lei, la testa sulle sue ginocchia. Ha occhiaie bluastre, troppo pesanti per un visetto così piccolo. La sua pelle è così sottile che sembra di vedere il sangue scorrere sotto, lento, stanco. I suoi capelli, un tempo color grano, sono diventati opachi, stopposi, come l'erba che cresce ai margini della strada. Non piange neppure più. Ha imparato presto che le lacrime consumano acqua e sali, e che l'acqua è preziosa. Fissa le fiamme con una stanchezza da adulto, con quello sguardo che non chiede più, che non si aspetta più nulla. Qualche volta mi sveglio nel cuore della notte e lo sento parlare da solo. Sussurra parole che non capisco, forse preghiere, forse dialoghi con amici immaginari. Non lo so. Non ho il coraggio di chiederglielo. Ho paura di scoprire che sta già lasciando questo mondo, pezzo dopo pezzo, come lo hanno lasciato nostro padre e nostra madre, ognuno a suo modo. La sua pancia gorgoglia, un rumore familiare, vergognoso, che risuona nel silenzio. È il suono della fame, il nostro vero nome. Tutti e quattro abbiamo lo stesso suono dentro, un'armonia di vuoti che si rispondono. La pancia di Mateo è la più acuta, quella di mio padre la più rauca, quella di mia madre un brontolio sordo, la mia un gemito che si perde nella gola. Formiamo un coro di miseria, senza sapere più distinguere il nostro dolore da quello degli altri. Chiudo gli occhi un istante. Vorrei non riaprirli mai più. Vorrei che il buio mi inghiottisse, che la terra si aprisse sotto di me come si è aperta sotto mio padre, e mi portasse via, lontano, in un luogo dove non c'è fame, dove non c'è freddo, dove le monetine di rame non bruciano il palmo perché non ce n'è bisogno. Ma la terra è sorda, e il buio è solo buio. Ho diciannove anni, ma mi sento più vecchia delle pietre del ponte che scavalca il fiume fetido in fondo alla collina. Più vecchia dei muri che ci imprigionano, più vecchia di questa città che ci ha dimenticati. E so, con una certezza che non ha bisogno di parole, che se qualcosa non cambierà presto, non ci sarà più nulla di noi da ricordare. Saremo polvere che si confonde con la polvere, fame che si dissolve nella fame, un ricordo che nemmeno i mendicanti si scambieranno più. Apro gli occhi. Il fuoco sta morendo. La pentola ha smesso di bollire. Mio padre non disegna più cerchi, ha appoggiato la testa sul tavolo e respira con un rumore che somiglia a un rantolo. Mia madre ha infilato l'ago nella stoffa e guarda nel vuoto. Mateo si è addormentato, la bocca socchiusa, le dita che ancora stringono un lembo della gonna di nostra madre. Mi stacco dalla porta. Cammino verso il focolare. So cosa devo fare. Lo so da giorni, ma non ho voluto ammetterlo. Ora non c'è più tempo per i rifiuti. Mi fermo davanti a mia madre, la osservo per un lungo istante. Poi le prendo la mano, quella che tiene l'ago, e gliela stringo. «Mamma», dico. La mia voce mi sembra strana, come se appartenesse a qualcun altro. Ma è la mia. È tutto ciò che mi rimane. Lei alza gli occhi su di me. Per un attimo, in quel fondo spento, vedo qualcosa accendersi. Non so cosa sia. Forse è solo il riflesso dell'ultima brace. «Domani vado al ponte», dico. «Là dove si radunano quelli che cercano braccia. Farò qualcosa. Qualsiasi cosa.» Lei non risponde subito. La sua mano trema nella mia, come trema quella di mio padre. Ma non si ritrae. «Valeria», mormora infine. Solo il mio nome. Ma nella sua bocca suona ancora come un incantesimo. Mi accovaccio accanto a lei, accanto al fuoco che muore. Insieme, guardiamo la notte che entra dalla finestra, lentamente, inesorabile, come l'acqua che sale in una nave che affonda. Ma io non affonderò. Questa notte faccio un voto, nel silenzio di questa stanza che sa di morte. Non so come, non so quando, ma porterò via mio fratello da questo buco. Lo porterò via, o morirò provandoci. E non ho paura di morire. La paura l'ho già consumata tutta, negli ultimi tre anni, un giorno dopo l'altro, un boccone dopo l'altro. Non mi rimane che il coraggio. O quella che somiglia al coraggio. La brace si spegne. Il buio ci avvolge. E io sono ancora qui.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI