La taverna del “Buon viaggio”Pietro Calcagno era un grande marinaio. Ed era diventato capitano dopo le innumerevoli esperienze di navigazione che aveva fatto. Era un uomo alto e robusto che la vita di mare aveva forgiato del più duro materiale. Aveva la pelle del volto bruciata dal sole, del colore del cuoio vecchio. Era in grado di tenere dritta la barra del timone nella più terribile delle tempeste, come di governare una ciurma di marinai turbolenti. Non temeva gli assalti dei pirati, né la forza del maestrale. Sapeva come condurre una nave nel mare in tempesta così come riportare la bonaccia nel cuore degli uomini.
Quella sera era particolarmente contento. Il viaggio che avrebbe intrapreso il giorno successivo era il più tranquillo e remunerativo della sua carriera.
La nave che avrebbe comandato era un gioiello, una delle più sicure che avesse visto nella sua lunga carriera. Aveva potuto ingaggiare personalmente marinai, rematori, cambusiere e secondo comandante. Erano tutti uomini di sua fiducia. Nessuna brutta sorpresa lo aspettava.
Il periodo era favorevole alla navigazione. Difficilmente in quella stagione si verificavano situazioni difficili di tempeste e mare in burrasca.
Il suo impresario avrebbe viaggiato con loro. La stiva era già carica delle preziose merci che dovevano recapitare ai mercanti. Al ritorno avrebbero imbarcato un bel numero di schiavi incrementando così i guadagni. Certo, provenendo dal mercato di Siviglia, sarebbero stati africani. Non erano pregiati come gli schiavi albanesi, armeni, bulgari ungheresi, circassi o tartari. I neri erano valutati meno, ma avrebbero costituito in ogni caso un ulteriore incasso. Era d’accordo con il suo impresario sulla percentuale di guadagno che sarebbe toccata a lui. Si sarebbe incaricato personalmente dell’acquisto degli schiavi e della loro successiva vendita. Avrebbero ricavato un bel gruzzoletto extra.
Anche le provviste erano state caricate. Cibo di qualità e buone quantità di acqua. Un bel barilotto di acquavite era chiuso a chiave nella sua cabina. E, benché non fosse uso ad eccede nelle bevande alcooliche, l’idea gli era di molto conforto.
Era diretto alla sua taverna preferita. Prima di un lungo imbarco andava sempre a cenare nella Taverna del Buon Viaggio. Il padrone sapeva cucinare bene il pesce. Al “bacàn” piaceva molto e non era facile trovarlo fresco e ben cucinato. Il padrone della taverna era diventato, col tempo, un buon amico e se il pesce non era fresco, senza dirgli nulla, gli portava un altro piatto, magari una zuppa di verdure. Una vera leccornia. Un piatto da ricchi.
Si sedette al solito tavolo e l’oste fu subito da lui. Si scambiarono i saluti che erano consueti tra loro, una vigorosa stretta di mano da uomini rudi, ma amici sinceri quali erano e il taverniere si sedette con lui a bere un bicchiere di vino. Sapeva che il capitano stava per partire e voleva salutarlo prima che la confusione degli avventori della taverna, tenendolo occupato, glielo impedisse.
Il piatto di pesce arrivò fumante e profumato e Pietro si apprestò a mangiare. Stava gustando la sua pietanza quando una donna si sedette al suo tavolo. Alzò la testa stupito. Non era mai capitato prima di allora che una donna sola entrasse nella taverna e avesse l’ardire di sedersi al tavolo di un uomo. Era con tutta evidenza una prostituta. Il vestito di colore giallo lo indicava chiaramente. Cercò con lo sguardo l’oste per capire se la situazione fosse sotto controllo. L’oste scrollò le spalle in un gesto che voleva significare “Stai tranquillo, è tutto a posto.” La donna sorrise all’indirizzo del capitano e lui potè vedere i buchi neri dei denti mancanti. A dispetto dell’aspetto attuale doveva essere stata una bellezza da giovane. Non era brutta neppure ora e di certo non le faceva difetto l’esperienza. Gli fece una richiesta sfacciata, ma con garbo, con educazione.
Sarebbe stata lieta se lui le avesse offerto da bere. Dopo lei avrebbe saputo ricompensarlo dandogli piacere, perché avesse un bel ricordo da portare in viaggio. Gli avrebbe chiesto solo una piccola moneta. Non di più.
Il capitano si sentiva attirato da quella donna così stuzzicante, nonostante l’aspetto sciupato. Si proponeva con fare intrigante e lui non era di legno. Pensò che avrebbe trascorso parecchio tempo in mare prima di toccare un porto e anche quando fosse sbarcato aveva parecchio da fare. Non avrebbe avuto tempo né modo di sollazzarsi con le prostitute.
Ordinò un’altra brocca di vino e fece portare un boccale per la donna.
Perché no? Avrebbe chiuso in bellezza la serata prima di imbarcarsi per il viaggio che l’aspettava.
Mentre il capitano finiva di mangiare, Magda, senza farsi accorgere, versò il contenuto della scatolina ricevuta dalla dama, dentro il suo bicchiere.
Le libagioni erano quasi finite quando il capitano cominciò a sentirsi male.
L’oste, convinto che Magda l’avesse fatto bere troppo, le urlò di portarlo fuori prima che vomitasse dentro la sua locanda. La donna obbedì e sorresse Pietro accompagnandolo all’esterno. Lo fece allontanare un poco dalla porta della taverna, fino all’angolo, fuori dalla vista degli avventori che entravano e uscivano. Quando furono nel vicolo vicino, le ginocchia del capitano si piegarono e Magda lo lasciò scivolare a terra piano piano. Si allontanò di corsa senza voltarsi indietro, abbandonandolo riverso sulle pietre del vicolo. Si guardò attorno voltando appena la testa, le sembrò che non ci fosse nessuno nei dintorni. Nessuno aveva visto cosa era successo.
Peccato! Le era simpatico il marinaio, ma lei dei soldi aveva proprio bisogno.
Il piccolo acconto che aveva già ricevuto stava al sicuro avvolto in uno straccio nascosto sotto la stoffa del vestito. Aveva fatto quello che le era stato chiesto. L’indomani avrebbe riscosso il resto della cifra.