Capitolo VIII

584 Parole
Capitolo VIII Geppetto rìfà i piedi a Pinocchio, e vende la propria casacca per comprargli l’Abbecedario. Il burattino, appena che si fu levata la fame, cominciò subito a bofonchiare e a piangere, perché voleva un paio di piedi nuovi. Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta, lo lasciò piange­re e disperarsi per una mezza giornata: poi gli disse: - E perché dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappar di nuovo da casa tua? - Vi prometto - disse il burattino singhiozzando - che da oggi in poi sarò buono... - Tutti i ragazzi - replicò Geppetto - quando vogliono ottene­re qualcosa, dicono così. - Vi prometto che anderò a scuola, studierò e mi farò onore... - Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere qualcosa, ripetono la medesima storia. - Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io sono più buono di tutti, e dico sempre la verità. Vi prometto, babbo, che imparerò un’ar­te, e che sarò la consolazione e il bastone della vostra vecchiaia. Geppetto che, sebbene facesse il viso di tiranno, aveva gli occhi pieni di pianto e il cuore grosso dalla passione nel vedere il suo povero Pinocchio in quello stato compassionevole, non rispose altre parole: ma, presi in mano gli arnesi del mestiere e due pezzetti di legno stagio­nato, si pose a lavorare di grandissimo impegno. E in meno d’un’ora, i piedi erano bell’e fatti: due piedini svelti, asciutti e nervosi, come se fossero modellati da un artista di genio. Allora Geppetto disse al burattino: - Chiudi gli occhi e dormi! E Pinocchio chiuse gli occhi e fece finta di dormire. E nel tempo che si fingeva addormentato, Geppetto con un po’ di colla sciolta in un guscio d’uovo gli appiccicò i due piedi al loro posto, e glieli appic­cicò così bene, che non si vedeva nemmeno il segno dell’attaccatura. Appena il burattino si accorse di avere i piedi, saltò giù dalla tavola dove era disteso, e principiò a fare mille sgambetti e mille ca­priole, come se fosse ammattito dalla gran contentezza. - Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me - disse Pi­nocchio al suo babbo - voglio subito andare a scuola. - Bravo ragazzo. - Ma per andare a scuola ho bisogno d’un po’ di vestito. Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un cen­tesimo, gli fece allora un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza d’albero e un berrettino di midolla di pane. Pinocchio corse subito a specchiarsi in una catinella piena d’ac­qua e rimase così contento di sé, che disse pavoneggiandosi: - Paio proprio un signore! - Davvero, - replicò Geppetto - perché, tienlo a mente, non è il vestito bello che fa il signore, ma è piuttosto il vestito pulito. - A proposito, - soggiunse il burattino - per andare alla scuo­la mi manca sempre qualcosa: anzi mi manca il più e il meglio. - Cioè? - Mi manca l’Abbecedario. - Hai ragione: ma come si fa per averlo? - E facilissimo: si va da un libraio e si compra. - E i quattrini? - Io non ce l’ho. - Nemmeno io - soggiunse il buon vecchio, facendosi tristo. E Pinocchio, sebbene fosse un ragazzo allegrissimo, si fece tristo anche lui: perché la miseria, quando è miseria davvero, la intendono tutti: anche i ragazzi. - Pazienza! - gridò Geppetto tutt’a un tratto rizzandosi in piedi; e infilatasi la vecchia casacca di frustagno, tutta toppe e rimendi, uscì correndo di casa. Dopo poco tornò: e quando tornò, aveva in mano l’Ab­becedario per il figliolo, ma la casacca non l’aveva più. Il pover’ uo­mo era in maniche di camicia, e fuori nevicava. - E la casacca, babbo? - L’ho venduta. - Perché l’avete venduta? - Perché mi faceva caldo. Pinocchio capì questa risposta a volo, e non potendo frenare l’impeto del suo buon cuore, saltò al collo di Geppetto e cominciò a baciarlo per tutto il viso.
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