Chapter 2

958 Parole
1. 150 PAIA DI SCARPE Era magra, ossuta, nera. I capelli, tirati lisci sul capo, in due bande, fiammeggiavano rossigni, d'un rosso acre, impossibile, eppure l'impressione che dava era d'esser funerea. L'abito, chiuso al collo e ai polsi, di seta opaca, le scendeva sino alle caviglie indicibilmente sottili, che i piedi lunghi, dalle scarpe a punta quadra, rendevano ancora più impressionanti. Un cammeo di lava grigia del Vesuvio, rilegato in oro giallo, faceva macchia sul suo petto, privo di seni, come un quadretto appeso a una parete. Diritta, col volto immobile, le mascelle serrate, la bocca contratta, sicché le labbra sparivano, ella si teneva sulla porta del gabinetto da bagno. "Miss Jane, quale sceglierò? Oh! ditemi voi, quale sceglierò?!" La voce aveva accenti di lamento infantile. A trent'anni, Sofia Milena Scimanova bamboleggiava. Miss Jane non si mosse e non rispose. Guardò l'esercito delle scarpe schierate lungo la parete del bagno, in due file, davanti alla sua padrona. Guardò la padrona in mutandine e camiciola di seta rosa che piagnucolava, seduta sullo sgabello basso, tenendosi un piede tra le mani. Era abituata al lamento e alla domanda. Sapeva che Sofia Scimanova avrebbe esattamente scelto il paio di scarpe che voleva. Tale paio era già fissato: un'occhiata e Sofia Milena, tra le centocinquanta paia di ogni foggia e colore, sapeva sempre individuare quello che avrebbe calzato. Il lamento e la domanda non erano che una manifestazione superflua. Necessari soltanto allo spirito melodrammatico della donna, che amava drammatizzare ogni pur piccolo avvenimento. "Sono le 20 circa, Mistress Sofia! Alle 21 e 18 precise dovete trovarvi davanti al microfono." La voce suonò pacata, neutra, priva d'accento. Soltanto il volto duro e lo sguardo d'acciaio davano a quella voce d'ovatta, per contrasto, una strana forza suggestiva e imperativa. "Ah! non potrò cantare! Miss Jane, credetemi, non potrò cantare. Telefonate che sono indisposta..." Il soprano aveva la voce armoniosa, anche quando non cantava; soltanto tutti i toni erano falsi. Recitava, ma recitava male, da guitta. Unicamente sul palcoscenico, dove la melodia, l'armonia e l'accordo comandavano, ella sapeva essere umana con rilievo, drammatica con estetica e con logica. Inoltre il suo volto bellissimo, dalle linee pure, a cui ogni voluta irregolarità aggiungeva fascino, era mutevole ed espressivo con passione sagace. Mentre proferiva quelle parole disperate, Sofia Milena calzava con brevi movimenti rapidi le scarpine di camoscio rosso. "Non canterò stasera... Aborro cantare alla radio... Sola in quella scatola chiusa mi manca il respiro... Non canterò... E poi, a che scopo?... Cinquemila lire!... Una miseria!... Ho bisogno di cinquemila lire, io?... Quella scatola imbottita è una tomba!" S'era alzata e adesso si muoveva fra le pareti azzurre, lucenti di smalto, in quella camera stretta, illuminata dalla luce abbagliante di lampade da mille candele. Indubbiamente era bellissima Sofia Milena Scimanova... Ed era donna, terribilmente. "Sì, invece!... Miss Jane! Io ho bisogno di cinquemila lire e voi lo sapete!... Ah! il denaro!... Perché sono povera?!... Un'ingiustizia.... In Russia..." Miss Jane la interruppe: "Vi mando Elenal..." e si ritrasse. La cameriera stava disponendo il vestito sul letto. "Andate a vestirla! E fate presto! Tra un'ora al massimo deve esser pronta." Guardò appena la giovane e uscì dalla camera col suo passo rapido, saltellante; nera e funerea anche se i capelli le ardevano. Traversò il corridoio, entrò in un'altra camera, ch'era la sua. Vide subito l'uomo, rimasto lì, seduto presso il tavolo, con la testa fra le mani, ed ebbe un sorriso di sarcasmo cattivo. "Non c'è nulla da fare, señor Coromillas. Le ho parlato." L'uomo si alzò d'impeto. "Ma dunque vuole che io!?..." La voce gli mancò. Stringeva i pugni. Basso, tarchiato, il corpo muscoloso strettamente fasciato dal vestito, con un principio di pinguedine che cercava di vincere mediante i massaggi e il regime e che dissimulava dentro il busto, José Coromillas aveva il volto tipico del toreador. Ma la flaccidità rosea delle gote e due borse malsane sotto gli occhi toglievano a quel volto bruno molta della sua fermezza, facendolo apparire vizzo e come sfocato. Certo, quel giovanottone di ventotto anni ne dimostrava più di quaranta. Miss Jane lo fermò con un gesto della mano ed egli sembrò placato. Tacquero entrambi. Si fissavano. La donna a conclusione di quel muto colloquio ebbe un sorriso ambiguo. "È pericoloso!", mormorò. L'altro alzò le spalle con violenza. "Per me, nulla è più pericoloso di quest'incubo!" "Naturalmente!..." Seguì un altro silenzio. "Ebbene, questa sera, dopo la radio, ci sarà seduta... Dovreste cercare di accordarvi in tempo con Letchley Appleby..." "E voi credete?" "Non Io so. Il dottor Letchley ha un reale potere su di lei... Come su tutti." "Ma io non potrò dirgli..." "Non dovete dirgli nulla, altrimenti sarebbe per sé solo che agirebbe. Voglio dire a suo vantaggio. Dovete soltanto chiedergli di suggestionarla nel senso che conviene a voi." "Dove potrò trovare il dottore?" "Alle dieci sarà qui, in albergo. Noi non saremo ancora tornati a quell'ora, e lui ci attenderà nella hall... Adesso, occorre che vada." "E io?" "Fate quel che volete. Avete due ore per prepararvi il discorso... E il denaro." Sorrise di nuovo. Poi si fece seria. "Non esagerate nel compenso. Ricordatevi che anch'io c'entrerò per qualcosa. Il consiglio è mio." L'altro non ascoltava. "Cinque giorni d'inferno ho passato, Madre Benedetta! Per la Vergine di Compostela, se ho commesso un peccato..." "Quante parole!" mormorò la donna. Prese una sciarpa verde dal primo tiretto del cassettone e se la mise attorno al collo. Poi s'infilò la pelliccia grigia e con un movimento deciso, senza neppur guardarsi nello specchio, calzò il cappello di feltro floscio. Coromillas mormorò: "Se fallisce questo tentativo, la uccido." L'altra si volse un poco e gli diede un'occhiata. "Sarebbe una soluzione per tutti, tranne per voi!..." E uscì dalla camera, richiudendo la porta dietro di sé.
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