Cinque o sei persone in piedi gremivano il piccolo ambiente, illuminato da una sola finestra che dava sul cortile; un divano foderato di scuro, in damasco, occupava il fondo d'una nicchia, fra due tende di stoffa dello stesso colore.
Sulla mensola del camino, ingombra di scartafacci, una Venere di bronzo; ai due lati, in simmetria, due candelabri con candele rosa. Sulla destra, vicino a un raccoglitore di cartelle, un tizio se ne stava in poltrona, col cappello in testa, a leggere il giornale; le pareti erano invisibili sotto le stampe e i quadri, incisioni preziose o disegni di maestri contemporanei, tutti muniti di dediche che testimoniavano a Jacques Arnoux i più sinceri sentimenti d'affetto.
«Sempre bene?» Disse il commerciante voltandosi verso Federico.
E senza aspettare la risposta, chiese piano a Hussonnet: «Come diavolo si chiama, il tuo amico?»
Poi, con voce normale: «Coraggio, si prenda un sigaro dalla scatola, là sulle cartelle.»
L'Art industriel rappresentava, proprio nel centro di Parigi, un comodo luogo di ritrovo, una specie di terra di nessuno dove le rivalità stavano in familiare contatto. Quel giorno c'erano Antenore Braive, il ritrattista dei re; Jules Burrieu, che cominciava a render popolari, coi suoi disegni, le guerre d'Algeria; Sombaz, il caricaturista, lo scultore Vourdat, e altri ancora; e nessuno corrispondeva all'immagine che se ne sarebbe fatta lo studente. Avevano modi semplici, i discorsi che facevano eran discorsi qualsiasi. Il mistico Lovarias raccontò una storiella oscena, e il famoso Dittmer, l'inventore del paesaggio orientale, portava una camiciola di maglia sotto il gilè, e per andare a casa prese l'omnibus.
Si parlò, dapprima, d'una certa Apollonia, ex modella, che Burrieu sosteneva d'aver riconosciuto sul boulevard in una lussuosa carrozza. Hussonnet ricollegò questa metamorfosi al succedersi degli amici che la mantenevano.
«Però, se le conosce, quel bel tipo, le ragazze di Parigi,» commentò Arnoux.
«Dopo di voi, sire, se ne avanza,» ribatté l'artista salutando militarmente, per imitare il granatiere che offre la borraccia a Napoleone.
Poi si discusse di certi quadri per i quali, a suo tempo, aveva posato Apollonia. Sui colleghi assenti si esprimevano giudizi severi. Ci si stupiva del prezzo delle loro opere; e tutti stavano lamentandosi di non guadagnare abbastanza quando fece il suo ingresso un uomo di statura media, con la giacca a un solo bottone, gli occhi vivi e un po' spiritati.
«Siete un bel branco di borghesi!» Esclamò il nuovo arrivato. «Ma cosa volete che conti, tutto questo, accidenti a voi? Gli antichi che facevano i capolavori, gliene importava assai dei milioni! Correggio, Murillo...»
«Aggiungiamoci pure Pellerin,» disse Sombaz.
Senza far caso all'epigramma, quello seguitava a discorrere con tanta veemenza che Arnoux dovette ripetergli due volte: «Mia moglie ha bisogno di lei, giovedì. Non se ne dimentichi!»
La frase fece ripiombare i pensieri di Federico su Madame Arnoux. Di sicuro, si arrivava a lei dallo stanzino che s'apriva accanto al divano; Arnoux c'era entrato poco prima per prendere un fazzoletto; Federico aveva fatto in tempo a scorgere, sulla parete in fondo, un lavabo. Ma una specie di brontolio venne su tutt'a un tratto dall'angolo del camino; era il personaggio che leggeva il giornale in poltrona. Era alto un metro e settanta, aveva palpebre un po' cascanti, capigliatura grigia, l'aria maestosa, si chiamava Regimbart.
«Cosa succede, cittadino?» Disse Arnoux.
«Un'altra porcheria del governo!»
Si trattava della destituzione d'un maestro di scuola. Pellerin ritornò a un suo raffronto fra Michelangelo e Shakespeare.
Dittmer stava per andar via; Arnoux lo trattenne per infilargli in mano due banconote.
A Hussonnet parve il momento buono: «Capo, non potrebbe mica anticiparmi...?»
Ma Arnoux s'era già riseduto e stava maltrattando un vecchio dall'aspetto sordido, con occhiali a lenti azzurrate.
«Ma bravo, bravo davvero il nonnino! Ecco tre opere perse, che non valgon più nulla. Nessuno mi dà retta, nessuno! Ormai le conoscono tutti, cosa volete che me ne faccia? Non mi resta che mandarle in California. Al diavolo! Stia un po' zitto.»
Il pover'uomo era specialista nel contraffare, in un angolo dei suoi quadri, la firma di qualche antico maestro. Arnoux, rifiutandosi di pagarlo, lo mandò via brutalmente. Poi, cambiando tono, andò a salutare un signore in cravatta bianca e favoriti, decorato e altamente contegnoso.
Per un pezzo stette a parlargli, il gomito sulla maniglia della finestra, con un fare mieloso.
Alla fine, sbottando: «Eh, non faccio certo fatica a procurarmi dei mediatori, signor conte!»
Il gentiluomo parve rassegnarsi: Arnoux lo liquidò con venticinque luigi e appena se ne fu andato: «Che razza di scocciatori, questi nobili!»
«Dei miserabili, dal primo all'ultimo,» mormorò Regimbart.
Col passar del tempo, le occupazioni di Arnoux si moltiplicavano: schedava articoli, apriva lettere, buttava giù dei conti fra le martellate del magazzino, andava a sorvegliare le operazioni d'imballaggio, tornava al lavoro interrotto; e intanto, senza smettere di far correre il pennino d'acciaio sulla carta, rimbeccava le battute scherzose degli amici. Quella sera era a pranzo dal suo avvocato, e il giorno dopo sarebbe partito per il Belgio.
Gli altri discorrevano dei fatti del giorno: il ritratto di Cherubini, l'emiciclo delle Belle Arti, la prossima Esposizione. Pellerin si scagliava contro l'Istituto. Maldicenze e diatribe si intrecciavano. La stanza, che aveva il soffitto basso, era così affollata che non vi si poteva rigirare; e la luce rosa delle candele brillava nel fumo dei sigari come raggi di sole nella bruma.
La porta accanto al divano si schiuse e una donna alta, sottile, entrò con movenze brusche che facevan tintinnare sul vestito nero di taffettà i ciondoli del suo orologio.
Era la donna intravista, l'estate prima, al teatro del Palais-Royal. Più d'uno la chiamava per nome, le stringeva la mano. Hussonnet era riuscito, alla fine, a strappare una cinquantina di franchi; suonaron le sette alla pendola; tutti si ritiravano.
Arnoux disse a Pellerin di restare, e condusse la signorina Vatnaz nello stanzino.
Dato che bisbigliavano, Federico non capiva cosa dicessero.
Ma a un tratto, la voce della donna si fece acuta: «Sono sei mesi che l'affare è combinato, e io sto ancora aspettando!»
Un lungo silenzio, poi la Vatnaz ricomparve. Una volta di più, Arnoux le aveva promesso qualcosa.
«Via, via, fra non molto si vedrà!»
«Addio, uomo fortunato!» Disse la donna ritirandosi.
Arnoux s'affrettò nello stanzino, si spalmò del cosmetico sui baffi, regolò le bretelle per tendere le staffe dei calzoni; poi, mentre ancora si lavava le mani: «Avrei bisogno di due sovrapporte, tipo Boucher, a duecentocinquanta franchi l'una, d'accordo?»
«Va bene,» disse l'artista arrossendo.
«Magnifico! E non si dimentichi di mia moglie.»
Federico accompagnò Pellerin in fondo al faubourg Poissonnière, e gli chiese il permesso di andare qualche volta a trovarlo; il favore fu graziosamente accordato.
Pellerin divorava tutti i trattati d'estetica per scoprire l'autentica teoria del Bello, convinto, una volta che l'avesse trovata, di poter creare dei capolavori. Si circondava di tutti gli incentivi immaginabili, disegni, gessi, modelli, incisioni; e si dava da fare, si smangiava; accusava volta a volta il tempo, i nervi, lo studio in cui lavorava; uscito in strada a caccia dell'ispirazione credeva, con un brivido, d'averla acciuffata, poi piantava lì la sua opera per vagheggiarne un'altra più bella. Tormentato a tal punto da bramosie di gloria, dilapidando il suo tempo in discussioni, prestando fede a mille scempiaggini, ai sistemi, ai critici, all'importanza di regolamenti o riforme nel campo dell'arte, non era ancora riuscito a produrre, a cinquant'anni suonati, che una serie di abbozzi. Il suo orgoglio ben pasciuto lo manteneva al riparo da qualsiasi scoraggiamento, ma era sempre irritato, e immerso in quell'esaltazione, fittizia e naturale, tipica dei commedianti.
Entrando nel suo studio si era colpiti da due grandi quadri sui quali le prime zone di colore, sparse qua e là, avevano creato delle macchie di marrone, di rosso e di blu. Un reticolo di linee tracciate a matita si stendeva al di sopra, come le maglie venti volte riprese d'una rete; in pratica, era impossibile capirci qualcosa. Pellerin spiegò l'argomento delle due composizioni suggerendo col pollice le parti che mancavano. Una doveva rappresentare la Follia di Nabucodonosor, l'altra Nerone e l'incendio di Roma. Federico le contemplò con ammirazione.
Con pari ammirazione contemplò schizzi dal vero di donne spettinate, paesaggi nei quali abbondavano tronchi d'albero contorti dalla tempesta e, soprattutto, alcuni capricci disegnati a penna, reminiscenze di Callot, di Rembrandt o di Goya di cui Federico non conosceva i modelli. Pellerin non dava più peso a quelle sue opere giovanili; adesso era per uno stile aulico, solenne; teorizzò, con eloquenza, su Winckelmann e Fidia. Gli oggetti che gli stavano intorno accrescevano la potenza del suo dire: si distinguevano un teschio su un inginocchiatoio, delle scimitarre, una tonaca da frate; Federico se la infilò.
Arrivando di buon'ora, lo sorprendeva nella sua grama branda celata dietro un frammento d'arazzo, assiduo frequentatore dei teatri, Pellerin si coricava tardi. Una vecchia stracciata gli faceva i mestieri; mangiava all'osteria, non aveva amanti. Le sue cognizioni, messe insieme alla meglio, rendevano spassosi i suoi paradossi. Il suo odio contro la “normalità” borghese traboccava in sarcasmi d'un grandioso lirismo; per i maestri aveva una venerazione così profonda da elevarlo, a momenti, al loro livello.
Ma perché non succedeva mai che parlasse di Madame Arnoux? Del marito, una volta diceva ch'era un brav'uomo, un'altra che era un ciarlatano. Federico viveva nell'attesa delle sue confidenze.
Un giorno, sfogliando una delle sue cartelle, trovò in un ritratto di zingara qualche somiglianza con la Vatnaz; e poiché la persona lo interessava, chiese ragguagli sulla sua condizione.
Era stata, credeva di sapere Pellerin, istitutrice in una città di provincia; al presente dava delle lezioni, e cercava di collaborare a qualche giornaletto.
Dal suo modo di fare con Arnoux si poteva supporre, azzardò Federico, che fosse la sua amante.
«Ohibò! Ne ha di ben altre.»
E il giovane, nascondendo il rossore che quel pensiero infame gli cacciava sul volto, aggiunse con cinismo: «Sua moglie lo ricambierà di sicuro.»
«Niente affatto: è una donna per bene.»
Federico provò rimorso, e si fece vedere più assiduo al giornale.
Le grandi lettere che formavano il nome di Arnoux sulla targa di marmo, sopra la vetrina, gli sembravano assolutamente particolari, grevi di significato come una scrittura sacra.
Il largo marciapiede, in discesa in quel punto, gli facilitava il passo, la porta sembrava che girasse da sola; e la maniglia, liscia al tatto, aveva la dolcezza, quasi l'intelligenza d'una mano insinuata nella sua.
A poco a poco, divenne puntuale come Regimbart.
Un giorno dopo l'altro, Regimbart si sistemava accanto al fuoco, nella sua poltrona, s'impadroniva del National che non mollava più, e esternava il suo pensiero con delle esclamazioni o, semplicemente, con delle alzate di spalle. Ogni tanto s'asciugava la fronte con un fazzoletto tutto attorcigliato che teneva sul petto, fra due bottoni della redingote verde. Portava pantaloni a pieghe, stivaletti, la cravatta lunga; il suo cappello con le falde rialzate lo rendeva riconoscibile da lontano, in mezzo alla folla.
La mattina alle otto scendeva dalle alture di Montmartre per bere vino bianco in rue Notre-Dame-des-Victoires; la colazione, seguita da svariate partite di biliardo, lo portava fino alle tre. A quel punto s'incamminava verso il passaggio dei Panorami per prendere un assenzio.
Dopo la seduta da Arnoux, faceva il suo ingresso al caffè Bordelais per il vermouth; poi, molte volte, invece di raggiungere sua moglie preferiva pranzare da solo in una piccola trattoria di place Gaillon, dove pretendeva che gli servissero “piatti casalinghi, roba genuina”. Alla fine si trasferiva in un altro biliardo e ci restava fino a mezzanotte, all'una, fino a quando, spenti i lumi e abbassata la saracinesca, il proprietario del locale, esausto, lo supplicava d'andarsene.
E non era l'amore per le bevande ad attirare in quei luoghi il cittadino Regimbart, quanto l'antica abitudine di parlar di politica; con gli anni la sua verve era caduta, non gli era rimasta che una scontrosità taciturna. A vederlo così serio in viso, c'era da pensare che si facesse girare il mondo nella testa. Non ne veniva fuori nulla; e nessuno, neanche i suoi amici, gli conoscevano una occupazione, benché lui si spacciasse per rappresentante o mediatore.
Arnoux mostrava di stimarlo senza riserve.
Un giorno disse a Federico: «Quello sì che la sa lunga, perbacco! È un uomo sul serio.»
Un'altra volta, Regimbart gli sciorinò sulla scrivania delle carte che riguardavano certe miniere di caolino in Bretagna. Arnoux si rimetteva alla sua esperienza.
Federico cominciò a trattare Regimbart con maggior riguardo, al punto d'offrirgli, di tanto in tanto, un assenzio; e benché lo trovasse stupido, restava con lui sovente per più di un'ora, dato che era un amico di Jacques Arnoux.
Dopo aver favorito gli esordi di alcuni maestri della pittura contemporanea, il mercante di quadri, che era per il progresso, aveva cercato di allargare i suoi profitti pecuniari pur restando più o meno nel campo artistico. Puntava sull'emancipazione delle arti, sul sublime a poco prezzo.
Tutte le industrie di oggetti di lusso, a Parigi, avevano subito la sua influenza, che era buona nelle piccole cose, nefasta nelle grandi. Con la sua smania di andar dietro al gusto del pubblico, finiva con lo sviare gli artisti abili, corrompere i forti, esaurire i deboli e rendere famosi i mediocri, tutti quelli, almeno, dei quali disponeva per via di relazioni e grazie alla rivista. I principianti morivan dalla voglia di vedere i loro quadri nella sua vetrina, e i tappezzieri prendevano da lui idee per gli arredamenti. A Federico dava l'impressione, tutt'insieme, di un milionario, di un dilettante, di un uomo d'azione. Parecchie cose, tuttavia, lo lasciavan di stucco, dato che il signor Arnoux non disdegnava, in commercio, l'uso della malizia.