Sottomissione

1738 Parole
Mi scopai con forza. Il pugno affondato. Il palmo che mi schiaffeggiava il clitoride bagnato. I succhi che mi colavano lungo le cosce. E poi... La porta scricchiolò. Di nuovo. Lentamente. Più forte questa volta. L'aria cambiò. Lo sentii nella schiena. Nella mia figa. Lui era lì. Mi guardava. Non mi fermai. Allargai le gambe. Inarcai la schiena. Lasciai che la figa mi si aprisse sotto il vapore... bagnata, gonfia, luccicante come se fosse già stata scopata fino a sanguinare. Le mie dita rimasero esattamente dove dovevano essere, strofinando in cerchio sul clitoride, ora più velocemente, più scivolose. Ogni tocco mi faceva sussultare i fianchi. Ogni respiro era un gemito. “Lo vedi, papà?” piagnucolai. La voce mi si spezzò. Abbassai la testa. La mia bocca si spalancò mentre continuavo a strofinare, più velocemente, più forte, come se avessi bisogno di strofinare via il dolore dalla mia anima. “Sto gocciolando per te...” La mia mano libera si spostò verso il basso. Scivolò tra le mie natiche. Spinsi le dita più a fondo... oltre le mie pieghe, tra le labbra gonfie della mia figa, fino a quando non fui immersa fino alle nocche nel mio stesso calore. Mi scopai. Con forza. Un dito. Due. Poi tre. Ansimai. L'allargamento era immane. Rumoroso. Bagnato. L'acqua schizzava sul pavimento. Il vapore mi avvolgeva come un mantello di peccato. E non mi fermai. Non potevo. "Cazzo... papà... cazzo..." Mi morsi il labbro per non urlare. Il rumore delle mie dita che mi affondavano nella figa riecheggiava sulle piastrelle come un porno a volume troppo alto. E la porta? Rimase socchiusa. Si intravedeva un lembo di corridoio. Quanto bastava a lui per guardare. Quanto bastava a lui per vedere la sua piccola puttana Omega distruggersi per lui. Mi dondolavo sulle ginocchia, con il culo sollevato, la schiena inarcata, la bocca ansimante. “Ti prego, entra...” Lo sussurrai come una preghiera. Come una minaccia. Come un orgasmo pronto a esplodere. "Ti prego, usami..." Spinsi le dita più a fondo. Più velocemente. Il palmo della mano mi schiaffeggiò il clitoride. Gridai... forte questa volta. Acuta. Disperata. Bagnata. La mia figa si strinse attorno alle mie dita come se non potesse sopportarlo. E poi crollai. Proprio lì, sul pavimento. Di fianco. Le cosce mi tremavano. Il ventre mi fremeva. La mia figa perdeva fili densi e cremosi lungo la gamba. Mi girai sulla schiena, il petto ansimante, la mano ancora tra le cosce mentre sfregavo lentamente, dolcemente, in cerchi provocanti sul mio clitoride sovraeccitato. Non avevo finito. Non ancora. "Papà..." gemetti di nuovo, il respiro tremante. Allungai l'altra mano... mi afferrai il seno, lo strinsi, pizzicai il capezzolo fino a farmi male. E lo immaginai. In piedi al buio. Le braccia incrociate. Il cazzo duro nei pantaloni. Mi guardava come se fossi solo un giocattolo che non si era ancora guadagnato il diritto di essere toccato. Continuai a strofinare. La mia figa si contrasse di nuovo. E venni... Con forza. Una seconda volta. Più bagnata. La mia schiena si inarcò. La mia bocca si aprì in un urlo silenzioso. Il mio succo mi schizzò sul palmo. E ancora... continuai a strofinare. Le mie dita erano screpolate. Il mio clitoride pulsava come se fosse stato picchiato. Tutto il mio corpo era gonfio di sesso. E quando finalmente rimasi immobile? Quando l'orgasmo smise di scuotermi? Guardai la porta. Ancora socchiusa. Ancora aperta. Ma lui non c'era. Non visibilmente. Ma io lo sapevo. Lo sapevo, cazzo. Aveva visto tutto. E quando aprii la porta del bagno... Il corridoio era ancora vuoto. Ma il pavimento? Bagnato. Di nuovo. Impronte. Enormi. Che si allontanavano. Lentamente. Proprio come prima. Proprio come voleva che sapessi: Sei mia. E continuerai a farlo... finché non deciderò che ti sei guadagnata il mio cazzo. Rimasi lì, tremante, con le cosce bagnate di sudore e sborra. Non mi mossi. Non respirai. Lasciai che tutto affondasse dentro di me. L'umiliazione. L'eccitazione. L'oscura ossessione che mi avvolgeva il collo come un guinzaglio. E mentre strisciavo verso la mia stanza... In ginocchio. Nuda. Le cosce bagnate di sudore e sborra. Gocciolando sul pavimento a ogni movimento. Non cercai di nasconderlo. Lasciai che si trascinasse dietro di me... il mio odore, il mio disordine. Una scia lucida e bagnata sul pavimento che diceva esattamente chi ero. Una ragazza in calore. Una piccola puttana rovinata. Un giocattolo che papà non aveva ancora toccato... ma che già possedeva. Quando raggiunsi il letto, tremavo. Le mie ginocchia colpirono il materasso come in preghiera. Non mi arrampicai. Mi offrii. Culo in alto. Faccia in giù. La schiena curva come se un guinzaglio mi tirasse da dietro. E gemetti tra le lenzuola. Perché avevano ancora il mio odore. Di bisogno. Di disperazione. Ma il cuscino... Quello che avevo stretto la notte prima? Non aveva più il mio odore. Aveva il suo. Pelle. Fumo. Quel profumo profondo e oscuro che mi faceva contrarre le cosce e stringere la figa prima che il mio cervello potesse elaborare l'eccitazione. Lo trascinai tra le braccia. Ci affondai il viso come se stessi soffocando nel suo petto. E sussurrai... "Papà..." Il mio corpo tremava. La mia figa pulsava. I miei succhi mi colavano tra le gambe e mi gocciolavano sulle ginocchia. Mi girai sulla schiena. Allargai le gambe. Fissai il soffitto come se lui mi stesse guardando dall'alto. E mi masturbai. Di nuovo. Anche se ero dolorante. Anche se ero sovreccitata. Anche se il mio clitoride era dolorante e la mia figa sembrava essersi spaccata dall'interno. Non mi importava. Ne avevo bisogno. Avevo bisogno di venire di nuovo. Di spezzarmi di nuovo. Di sciogliermi sotto il peso di un uomo che non era nemmeno lì. Le mie dita scivolarono tra le mie pieghe. Calde. Appiccicose. Così scivolose che non riuscivo ad afferrare nulla. Mi accarezzai il clitoride. All'inizio delicatamente. Poi più forte. Poi più velocemente. E sussurrai tutto ciò che avrei voluto urlare. “Sono tua...” “Ti lascerei fare qualsiasi cosa...” “Ti prego, papà...” Immaginai la sua mano sulla mia gola. Il suo cazzo nella mia bocca. La sua voce, sporca e bassa... “Brava ragazza. Così. Scopati per me. Prepara quella figa.” Gemetti. Allargai le cosce. I talloni affondarono nel letto. Scopai le mie dita come se fossero le sue. Come se fossero spesse. Callose. Autoritarie. Come se potessero avvolgermi la gola e spingersi dentro di me allo stesso tempo. Le spinsi più a fondo. Le arricciai. Girai il polso finché non sentii quel punto gonfio dentro di me e premetti. Con forza. "Papà..." Mi uscì dalla gola come un singhiozzo. I miei fianchi si sollevarono, scopando l'aria. Scopando la mia stessa mano. Bagnando il palmo con ogni spinta viscida. Il mio clitoride era gonfio. Urlante. Ma continuai a strofinare. Continuai a gemere. Continuai a gridare come una puttana in calore. Perché volevo che lui mi sentisse. Volevo che sapesse quanto fossi andata oltre. Volevo che sentisse l'odore che mi colava dal corpo lungo il corridoio e che venisse a trascinarmi per i capelli, piegandomi sul materasso e rovinando ciò che era rimasto. Non volevo dolcezza. Non volevo gentilezza. Volevo essere usata. Volevo sentire la sua voce nell'orecchio che diceva: “È questo che volevi, vero, piccola Omega? Essere la puttana di papà. Allargare quella figa fino a dimenticare tutti i cazzi tranne il mio.” Mi lamentai. Spinsi le dita più forte. Schiaffeggiai il clitoride con il palmo della mano fino a far tremare le cosce. “Ti prego...” La mia voce era acuta. Spezzata. Piena di lacrime. “Ti prego, scopami, papà...” “Sono tua... ti prego... ti prego...” Le mie gambe iniziarono a tremare. L'orgasmo mi colpì come un fottuto incidente d'auto. Nessun preavviso. Nessuna lenta escalation. Solo l'impatto. La figa mi si strinse attorno alle dita. I miei fianchi ebbero uno spasmo violento. La sborra schizzò fuori a getti densi e cremosi che inzupparono le lenzuola sotto di me. Urlai nel cuscino. “Papà... papà...!” Il mio corpo fu scosso da convulsioni. La mia vista si fece bianca. E quando finì, quando crollai sul materasso, bagnata di sudore e vergogna e viscida, con le cosce ancora tremanti e la figa che ancora mi si contraeva attorno alle dita... La vidi. Un'ombra. Sulla soglia. Solo per un secondo. Poi scomparve. Nessun rumore di passi. Nessuna voce. Nessun suono. Ma non avevo bisogno di questo. Non avevo bisogno di conferme, cazzo. Sapevo che era lui. Lo sentivo nelle ossa. Il modo in cui l'aria si era raffreddata. Il modo in cui i miei capezzoli si erano inturgiditi come se lui ci stesse soffiando sopra. Il modo in cui la mia figa pulsava come se volesse scusarsi per essere stata toccata da qualcuno che non era lui. Le mie dita scivolarono fuori da me con uno schiocco umido e osceno. Potevo ancora sentire il mio orgasmo colarmi tra le natiche, ricoprendo la parte posteriore delle mie cosce. Non mi mossi per pulirmi. Non mi mossi affatto. Rimasi lì distesa... aperta. Sulla schiena. Con le gambe aperte. Le dita bagnate. Respiravo come se fossi stata appena distrutta da un fantasma. Perché era così. Perché lui mi aveva distrutta. E quando finalmente riuscii a trascinare lo sguardo verso la porta, verso quello spazio vuoto dove prima c'era la sua ombra... lo sussurrai come una confessione. Come un marchio. Come una preghiera a qualcosa di più grande della Dea della Luna. “Sono tua, papà.” Nessuna risposta. Ma non ne avevo bisogno. Perché c'era una prova. Sul pavimento. Proprio dove la porta era stata socchiusa di un centimetro... Un'impronta debole e bagnata. A piedi nudi. Enorme. Rivolta verso l'interno. Come se lui fosse stato lì. A guardare. Per tutto il tempo. E ora l'aveva lasciata lì per me. Un messaggio. Una rivendicazione. Mi sedetti lentamente, con la sborra che mi colava lungo l'interno coscia, la figa dolorante e spalancata per quanto mi ero scopata con forza. Mi chinai in avanti... facendo una smorfia di dolore... e toccai l'impronta con la punta delle dita. Era ancora umida. Ancora calda. Il respiro mi si mozzò in gola. Il cuore mi batteva forte nelle orecchie. Strinsi le dita tra le lenzuola, mi trascinai sul materasso e crollai su un fianco come una ragazza che era appena stata scopata. Anche se non era stata toccata. Non ancora. E lo sussurrai di nuovo. "Ti prego. La prossima volta... fammi assaggiare il tuo sapore.".
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