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1039 Parole
V La sera di quello stesso giorno nell’alloggio di Denisov si svolse un’animata discussione fra gli ufficiali dello squadrone. «E io vi dico, Rostov, che bisogna scusarsi davanti al comandante del reggimento,» diceva, agitato e rosso come un papavero, un alto capitano in seconda con i capelli brizzolati, due enormi baffi e una faccia rugosa dai lineamenti pronunciati. Il capitano in seconda Kirsten era stato degradato due volte a soldato semplice per questioni d’onore, e due volte s’era riguadagnato il grado. «Io non permetto a nessuno di dirmi che mento!» gridò Rostov. «Lui mi ha detto che mentivo e io gli ho risposto che era lui che mentiva. Ed è così, infatti. Mi può mettere di servizio anche tutti i giorni, mi può anche mettere agli arresti, ma nessuno mi obbligherà a fare le scuse, perché se lui come comandante del reggimento ritiene indegno per sé darmi soddisfazione, allora...» «Aspettate, mio caro, ascoltatemi,» lo interruppe il capitano in seconda con la sua voce di basso, lisciandosi tranquillamente i lunghi baffi. «Voi, al cospetto degli altri ufficiali, dichiarate al comandante del reggimento che un ufficiale ha rubato...» «Non è colpa mia se la conversazione si è svolta davanti agli altri ufficiali. Forse non avrei dovuto parlare davanti a loro, ma io non sono un diplomatico. Proprio per questo sono entrato negli ussari, credevo che qui non fossero necessarie tante sottigliezze. Ma lui dice che mento... quindi deve darmi soddisfazione...» «Va bene, va bene, nessuno pensa che voi siate un vigliacco. Ma non si tratta di questo. Domandate a Denisov se si è mai sentito dire che uno junker esiga soddisfazione dal comandante del reggimento.» Denisov, mordendosi un baffo, ascoltava la conversazione con aria cupa, e si capiva che non desiderava prendervi parte. Alla domanda del capitano in seconda scosse la testa in segno di diniego. «Voi avete parlato di questa porcheria al comandante del reggimento davanti ad altri ufficiali,» proseguì il capitano in seconda, «e Bogdanyè (Bogdanyè era il nome col quale designavano il comandante del reggimento) vi ha messo a posto.» «Non mi ha messo a posto; mi ha detto che mentivo.» «E va bene, ma voi gli avete detto un sacco di stupidaggini e dovete scusarvi.» «A nessun costo!» urlò Rostov. «Questo da voi non me l’aspettavo,» disse in tono severo il capitano in seconda. «Voi non volete scusarvi, e invece avete torto marcio, caro mio; non soltanto davanti a lui, ma davanti a tutto il reggimento, davanti a tutti noi. Se aveste riflettuto e vi foste consigliato sul modo di comportarvi in questa faccenda... ma voi vi siete inalberato e siete sbottato davanti a tutti gli ufficiali. Che cosa dovrebbe fare, adesso, il comandante del reggimento? Dovrebbe mandare sotto processo un ufficiale e infangare tutto il reggimento? Per un solo farabutto svergognare tutto il reggimento? Dovrebbe far questo, secondo voi? Secondo noi, no. Bogdanyè è un uomo in gamba. Vi ha detto che mentite. È spiacevole, ma che farci, mio caro? Siete voi che lo avete voluto. E adesso che si è deciso di soffocare la cosa, voi per la vostra boria non volete scusarvi, volete raccontare tutto. Capirei che vi sentiste offeso a dover montare di giornata, ma che cosa vi costa scusarvi di fronte a un vecchio e onesto ufficiale? Comunque sia, Bogdanyè è un vecchio colonnello onesto e valoroso; voi vi sentite offeso, mentre di macchiare il reggimento non ve ne importa nulla!» La voce del capitano in seconda cominciava a tremare. «Voi, mio caro, al reggimento ci siete da ieri; oggi siete qui, domani magari andate a fare l’aiutante di campo; voi ve ne infischiate che dicano: “Fra gli ufficiali del reggimento di Pavlograd ci sono dei ladri!”» Denisov continuava a tacere e non si muoveva, sbirciando ogni tanto Rostov con i suoi neri occhi scintillanti. «Voi avete cara la vostra albagia, non volete adattarvi a fare le vostre scuse,» proseguì il capitano in seconda, «mentre a noi vecchi, che nel reggimento ci siamo cresciuti e, se Dio vuole, nel reggimento ci moriremo, a noi l’onore del reggimento sta a cuore, e Bogdanyè questo lo sa. Eccome se ci è caro, ragazzo mio! È una cosa che non va, che non va! Offendetevi pure, se volete, ma io dico sempre la verità chiara e tonda. È una cosa che non va!» E il capitano in seconda si alzò e volse le spalle a Rostov. «Ha vagione, che il diavolo mi povti!» esplose Denisov gridando e balzando in piedi anche lui. «Suvvia, Vostov!..» Rostov, arrossendo e impallidendo, guardava ora l’uno ora l’altro ufficiale. «No, signori, no... voi non dovete credere... Comprendo benissimo, non dovete pensare questo di me... io... per me... io sono per l’onore del reggimento... che cosa posso dire? Io lo dimostrerò coi fatti, che per me l’onore della bandiera... ma sì, fa lo stesso, è vero, sono in torto!...» Aveva le lacrime agli occhi. «Ho torto io, ho torto marcio!... Be’, che altro volete?...» «Così va bene, conte,» gridò il capitano in seconda, voltandosi e battendogli la sua grossa mano sulla spalla. «L’ho detto, io,» gridò Denisov, «che è un bvavo vagazzo.» «Così va meglio, conte,» ripeté il capitano in seconda, come se cominciasse a dargli il titolo che gli spettava grazie a quell’ammissione. «Andate e fate le vostre scuse, eccellenza. Andate.» «Signori, farò qualunque cosa, nessuno sentirà mai da me una parola,» esclamò con voce implorante Rostov, «ma scusarmi come volete voi non posso, perdio, non posso! Posso forse scusarmi, chieder perdono come un bambino?» Denisov scoppiò a ridere. «Ebbene, peggio per voi. Bogdanyè è un uomo che se la lega al dito; pagherete cara la vostra ostinazione,» disse Kirsten. «Ma non si tratta di ostinazione, perdio! Io non riesco a descrivervi il sentimento che provo, non riesco...» «Be’, fate come vi pare,» disse il capitano in seconda. «Ma quel farabutto dov’è andato a cacciarsi?» domandò poi a Denisov. «S’è dato malato, c’è l’ovdine di espellevlo domani,» disse Denisov. «È una malattia, non si spiega altrimenti,» disse il capitano in seconda. «Malattia o no, che non mi capiti fva i piedi: se no lo accoppo!» gridò Denisov, furibondo. Nella stanza entrò }erkov. «Che cosa fai qui?» chiesero gli ufficiali al nuovo venuto, volgendosi di colpo. «In marcia, signori. Mack s’è dato prigioniero con tutta l’armata.» «Frottole!» «L’ho visto io.» «Come? Hai visto Mack, in carne ed ossa?» «In marcia! In marcia! Dategli una bottiglia per questa notizia. Ma come hai fatto a capitare qui?» «M’hanno rispedito al reggimento, a causa di quell’accidente, sì, per via di Mack. È stato un generale austriaco che s’è lagnato. M’ero congratulato con lui per l’arrivo di Mack... E tu che hai, Rostov, che sembri uscito da un bagno turco?» «Qui, caro mio, da due giorni c’è un bel pasticcio.» Entrò l’aiutante maggiore del reggimento e confermò la notizia portata da }erkov. Per l’indomani c’era l’ordine di mettersi in marcia. «In marcia, signori!» «Sia lodato Iddio, cominciavamo a mettere radici.»
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