IX

1688 Parole
IX Inseguiti dai centomila uomini dell’armata francese al comando di Bonaparte, accolti con ostilità dalle popolazioni, senza più alcuna fiducia nei loro alleati, provati dall’insufficienza degli approvvigionamenti e costretti a operare al di fuori di tutte le prevedibili condizioni di guerra, i trentacinquemila uomini dell’armata russa al comando di Kutuzov si ritiravano in fretta lungo il Danubio, arrestandosi quando venivano raggiunti dal nemico e disimpegnandosi con operazioni di retroguardia soltanto nella misura in cui era necessario per ritirarsi senza perdere le salmerie. Ci furono scaramucce a Lambach, ad Amstetten e a Melk; ma nonostante il valore e la fermezza, riconosciuti dallo stesso nemico, con cui i russi si batterono, queste azioni portarono soltanto a una ritirata ancor più veloce. Le truppe austriache che erano sfuggite alla cattura davanti a Ulm si erano ricongiunte a Kutuzov presso Braunau; in seguito, però, si erano nuovamente staccate dall’armata russa, e Kutuzov poteva contare solo sui suoi uomini deboli ed esausti. Difendere ancora Vienna non era nemmeno pensabile. Invece dell’offensiva, che era stata studiata in ogni particolare secondo i principi della nuova dottrina chiamata «strategia», e il cui piano era stato trasmesso a Kutuzov nel corso della sua permanenza a Vienna dall’Hofkriegsrat austriaco, ora, Kutuzov aveva dinanzi a sé un’unica, quasi remota possibilità: evitare di perdere l’armata come era accaduto a Mack sotto Ulm, e ricongiungersi alle truppe che arrivavano dalla Russia. Il ventotto ottobre Kutuzov passò con l’armata sulla sponda sinistra del Danubio e per la prima volta si fermò, avendo messo il Danubio fra sé e il grosso delle forze francesi. Il tredici attaccò la divisione di Mortier che si trovava sulla riva sinistra del Danubio e la sbaragliò. In quest’operazione per la prima volta vennero conquistati dei trofei (una bandiera, qualche cannone) e due generali nemici furono fatti prigionieri. Per la prima volta dopo una ritirata di due settimane le truppe russe si erano arrestate e, dopo il combattimento, non soltanto avevano tenuto il campo, ma avevano respinto i francesi. Sebbene le truppe fossero lacere, esauste, depauperate di un terzo degli uomini, tra dispersi, feriti, malati e uccisi, sebbene gli ammalati e i feriti fossero stati abbandonati sull’altra sponda del Danubio, con una lettera di Kutuzov che li affidava al senso di umanità del nemico; sebbene i principali ospedali e le case di Krems, trasformate in lazzaretti, non riuscissero più a contenere tutti gli ammalati e i feriti; nonostante questo la sosta a Krems e la vittoria su Mortier valsero a rialzare sensibilmente il morale delle truppe. In tutta l’armata e nel quartier generale circolavano le voci più ottimistiche, anche se non vere, su un preteso avvicinarsi di colonne di rinforzo dalla Russia, su una pretesa vittoria riportata dagli austriaci e sulla ritirata di Bonaparte in preda al panico. Durante la battaglia il principe Andrej si trovava presso il generale austriaco Schmidt, che rimase ucciso nel corso di quell’operazione. Il suo cavallo venne ferito mentre lo stava cavalcando, e lui stesso fu scalfito a una mano da una pallottola. In segno di particolare benevolenza del comandante supremo, il principe Andrej fu poi inviato a recare la notizia della vittoria alla corte austriaca, che aveva già lasciato Vienna, minacciata dalle truppe francesi, e si trovava a Brünn. La notte stessa della battaglia, emozionato ma non stanco (nonostante la sua complessione apparentemente fragile, il principe Andrej sapeva sopportare la stanchezza fisica meglio degli uomini più robusti), giunto a cavallo a Krems da Kutuzov, con un rapporto da parte di Dochturov, il principe Andrej fu subito inviato come corriere a Brünn. L’invio in qualità di corriere oltre che un onore significava un passo importante verso una promozione di grado. La notte era buia, stellata; la strada nereggiava nel bianco della neve che era caduta la vigilia, il giorno della battaglia. Ora riandando alle impressioni della battaglia trascorsa, ora lietamente immaginando l’emozione che avrebbe suscitato con la notizia della vittoria, o ricordando gli addii del comandante supremo e dei compagni, il principe Andrej sobbalzava dentro una carrozza postale provando la stessa sensazione di un uomo che a lungo ha atteso, e finalmente ha raggiunto il principio di una desiderata felicità. Se chiudeva gli occhi, nelle sue orecchie riecheggiava la sparatoria dei fucili e dei cannoni, e si fondeva col rollio delle ruote e l’emozione della vittoria. A volte gli apparivano i russi in fuga, l’immagine di lui stesso ucciso, ma tosto si scuoteva, felice, come se fosse tornato consapevole che per la prima volta non era accaduto nulla di tutto questo e che, al contrario, erano stati i francesi a fuggire. Allora di nuovo riaffioravano in lui tutti i particolari della vittoria, il suo tranquillo coraggio durante la battaglia e, calmatosi, si assopiva... E dopo la buia notte stellata sorse un mattino chiaro e lieto. La neve si scioglieva al sole, i cavalli galoppavano veloci e, a destra e a sinistra, sfilavano sempre, nuovi e vari, boschi, campi e villaggi. A una delle stazioni di posta egli raggiunse un convoglio di feriti russi. L’ufficiale russo che guidava il trasporto, sdraiato sul primo carro, gridava qualcosa insultando un soldato con parole volgari. In ognuna delle lunghe carrette tedesche sobbalzavano sulla strada sassosa almeno sei o più feriti, pallidi, bendati e sudici. Alcuni chiacchieravano (il principe Andrej udì parlare in russo); altri mangiavano del pane. I più gravi guardavano in silenzio, con un mite e infantile interesse da malati, il corriere che li oltrepassava al galoppo. Il principe Andrej ordinò di fermare e domandò a un soldato in quale operazione fossero rimasti feriti. «È stato ieri l’altro suI Danubio,» rispose il soldato. Il principe Andrej prese il borsellino e diede tre monete d’oro al soldato. «Per tutti,» aggiunse, parlando a un ufficiale che si era avvicinato. «Rimettetevi in salute, ragazzi,» disse, tornando a rivolgersi ai soldati, «c’è ancora molto da fare.» «Ebbene, signor aiutante di campo, quali notizie?» domandò l’ufficiale che evidentemente desiderava attaccar discorso. «Buone! Avanti,» gridò il principe Andrej al cocchiere, e ripartì al galoppo. Era già buio quando il principe Andrej entrò in Brünn e si vide circondato dagli alti palazzi, dai lumi delle botteghe, delle finestre e dei lampioni, dalle belle carrozze che correvano rumorosamente sul selciato, da tutta quella particolare atmosfera della grande città animata che sempre affascina un soldato reduce dalla vita al campo. Nonostante il viaggio veloce e la notte insonne, avvicinandosi alla reggia imperiale il principe Andrej si sentiva ancor più elettrizzato del giorno prima. Solo gli occhi brillavano d’una luce febbrile e i suoi pensieri si avvicendavano con rapido ritmo e chiarezza straordinaria. Ripercorse di nuovo, velocemente, tutti i particolari della battaglia, non più in modo confuso, ma ordinati in un’esposizione concisa, che egli, nella sua immaginazione, già faceva all’imperatore Franz. Rapidamente s’immaginò anche le domande che avrebbero potuto essergli fatte e le risposte che lui avrebbe dato. Prevedeva che sarebbe stato subito ammesso alla presenza dell’imperatore. Invece, davanti all’ingresso principale della reggia, gli venne incontro un funzionario il quale, ravvisando in lui un corriere, lo accompagnò a un altro ingresso. «Per il corridoio a destra; di là, Euer Hochgeboren; troverete l’aiutante di campo di servizio, che vi accompagnerà dal ministro della guerra.» L’aiutante di campo che accolse il principe Andrej lo pregò di aspettare e si recò dal ministro della guerra. Dopo cinque minuti tornò, e con un inchino particolarmente ossequioso, fece passare il principe Andrej davanti a sé, e lo accompagnò lungo un corridoio fino allo studio ove lavorava il ministro della guerra. Pareva che con la sua affettata cortesia l’aiutante di campo volesse opporre un ostacolo ad ogni tentativo di familiarità da parte dell’aiutante russo. Il sentimento di gioia del principe Andrej si era molto affievolito quando raggiunse la porta del gabinetto del ministro della guerra. Si sentiva offeso, e quel sentimento di offesa si trasformò nello stesso istante, e senza che lui se ne accorgesse, in un sentimento di disprezzo privo di fondamento. Ma la sua prontezza d’intuito gli fece comprendere subito da quale punto di vista egli avrebbe avuto il diritto di disprezzare sia l’aiutante, sia il ministro della guerra. «A loro deve sembrare molto facile riportare una vittoria, dato che non hanno mai sentito l’odore della polvere!» pensò. Strinse gli occhi con fare sprezzante ed entrò con studiata lentezza nello studio del ministro della guerra. Il sentimento che provava si accentuò ancor più quando scorse il ministro seduto davanti a una grande scrivania. Per un paio di minuti costui non gli fece caso. La testa calva, dalle tempie grige, del ministro era china fra due candele di cera, e leggeva delle carte segnandole con un lapis. Terminò di leggere senza alzare il capo, poi la porta fu aperta e si udirono dei passi. «Prendete questo e trasmettete,» disse il ministro al suo aiutante, consegnandogli le carte e seguitando a ignorare il corriere. Il principe Andrej sentì che i casi erano due: o, nel novero delle cose di cui il ministro della guerra si occupava, le operazioni dell’armata di Kutuzov non rivestivano alcun interesse, o di proposito si voleva dare quest’impressione al corriere russo. «Ma per me è tutt’uno,» pensò. Il ministro della guerra spostò le carte, le ordinò e alzò la testa. Aveva un volto intelligente ed espressivo. Ma nello stesso istante in cui si rivolse al principe Andrej, l’espressione ferma e intelligente di quel viso subì una trasformazione che, chiaramente, era voluta e abituale. L’espressione s’immobilizzò nel sorriso sciocco, di non celata falsità, dell’uomo che riceve l’uno dopo l’altro molti visitatori. «Da parte del maresciallo Kutuzov?» domandò. «Buone notizie, spero? C’è stato uno scontro con Mortier? Una vittoria? Era ora!» Prese il dispaccio a lui indirizzato, e prese a leggerlo con un’espressione di tristezza. «Ah, Dio mio! Dio mio! Schmidt!» disse in tedesco. «Che disgrazia, che disgrazia!» Dopo aver scorso il dispaccio lo posò sulla scrivania e guardò il principe Andrej, evidentemente pensando ad altro. «Ah, che disgrazia! È stata un’azione decisiva, dite? Però Mortier non è stato catturato.» Rifletté un momento. «Sono molto lieto che abbiate portato buone notizie, sebbene la morte di Schmidt sia un caro prezzo per la vittoria. Senza dubbio sua maestà desidererà vedervi, ma non ora. Vi ringrazio. Ora riposatevi. Domani trovatevi all’uscita dopo la rivista. Del resto, vi farò avvertire.» Ora lo sciocco sorriso, che si era dileguato durante la conversazione, era riapparso sulla faccia del ministro della guerra. «Arrivederci, vi ringrazio molto. Probabilmente sua maestà l’imperatore desidererà vedervi,» ripeté, e chinò la testa. Quando il principe Andrej fu uscito dalla reggia, sentì d’aver consegnato e lasciato nelle mani indifferenti del ministro della guerra e dell’ossequioso aiutante tutto l’entusiasmo e la felicità procuratigli dalla vittoria. L’intero corso dei suoi pensieri mutò: la battaglia gli parve un vecchio ricordo lontano.
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