NOVELLA XMesser Dolcibene, essendo con messer Galeotto alla valle di Josafat e udendo che in sí piccol luogo ciascuno ha a concorrere al diejudicio, piglia nuovamente luogo per non affogare allora.
Messer Dolcibene fu, secondo cavaliere di corte, d'assai, quanto alcun altro suo pari, e molte novelle assai vaghe e di brutta materia si possono scrivere di lui; e in questa novella, non per via di fare partito, come volea fare il maestro Piero da Imola, ma per altra forma, andando al Sepolcro con messer Galeotto e con messer Malatesta Unghero, trovò nuovo stile per dare diletto a questi due signori.
Andando adunque messer Galeotto e messer Malatesta detti, e messer Dolcibene con loro, al Santo Sepolcro, giugnendo là costoro e passando dalla valle di Josafat, disse messer Galeotto:
— O Dolcibene, in questa valle dobbiamo tutti venire al diejudicio a ricevere l'ultima sentenzia.
Disse messer Dolcibene:
— O come potrà tutta l'umana generazione stare in sí piccola valle?
Disse messer Galeotto:
— Sarà per potenza divina.
Allora messer Dolcibene scese da cavallo, e corre nel mezzo d'un campo della detta valle, e calati giuso i panni di gamba, lasciò andare il mestiere del corpo, dicendo:
— Io voglio pigliare il luogo, acciò che quando sarà quel tempo, io truovi el segno e non affoghi nella calca.
Li due signori diceano ridendo:
— Che vuol dire questo? e che fai tu?
Messer Dolcibene risponde:
— Signori, io ve l'ho detto: e' non si può essere savio, se l'uomo non s'argomenta per lo tempo che dee venire.
Dice messer Galeotto:
— O Dolcibene, lasciavi la parte del nibbio che serà maggiore segnale.
Disse allora messer Dolcibene:
— Signore, se io ci lasciassi el segnale che voi mi dite, e' non sarebbe buono per due cagioni: la prima, ch'e' ne serebbe portato da' nibbi, e 'l luogo rimarrebbe senza segno; e l'altra, che voi perdereste la mia compagnia.
Allora gli fu risposto da quelli signori:
— Per certo, Dolcibene, tu sai ben dire gli argomenti a ogni cosa; sali a cavallo, ché per certo tu hai ben provveduto —; e con questo sollazzo seguirono il loro cammino.
O questi son li trastulli de' buffoni, e' diletti che hanno li signori! Per altro non son detti buffoni, se non che sempre dicono buffe; e detti giucolari, ché continuo giuocono con nuovi giuochi. E’ non fu però questo messer Dolcibene sí scellerato che non componesse in questa andata del Sepolcro in versi vulgari una orazione alla nostra Donna che gli facesse grazia, raccontando tutti i luoghi santi che oltre mare avea vicitato.
NOVELLA XIAlberto da Siena è richiesto dallo inquisitore, ed elli, avendo paura, si raccomanda a messer Guccio Tolomei; e in fine dice che per Donna Bisodia non è mancato che non abbia aúto il malanno.
Al tempo di messer Guccio Tolomei fu in Siena uno piacevole uomo e semplice, e non malizioso come messer Dolcibene. Era costui balbo della lingua, e avea nome Alberto; il quale essendo uomo di pura condizione, e usando spesso in casa del detto messer Guccio, però che 'l cavaliere ne pigliava gran diletto, avvenne che uno dí di quaresima, trovandosi messer Guccio con lo inquisitore, di cui era grande amico, compose con lui che l'altro dí facesse richiedere il detto Alberto, e quando fosse dinanzi da lui, gli opponessi qualche cosa di resía, e di questo ne seguirebbe alquanto di piacere e allo inquisitore e a lui.
Come il detto messer Guccio sí desse ordine, tornato che fu a casa, l'altro dí di buon'ora il detto Alberto fu richiesto che subito comparisse dinanzi allo inquisitore. Alberto tutto tremante, e se prima era balbo, a questo punto, avendo quasi perduta la lingua, appena poté dire: — Io verrò —; e andato a trovare messer Guccio, dicendo: — Io vi vorrei parlare —; e messer Guccio comprendendo quello che era, disse:
— Che novelle?
Dice Alberto:
— Cattive per me, ché lo inquisitore mi ha fatto richiedere, forse per paterino.
Dice messer Guccio:
— Averestú detto alcuna cosa contra la fede cattolica?
Dice Alberto:
— Io non so che s'è la fede calonica, ma io mi credo essere cristiano battezzato.
Dice messer Guccio:
— Alberto, fa' come io ti dirò; vattene al vescovo; e di': “Io fui richiesto, e appresentomi dinanzi a voi”; e sappi quello che ti vuol dire: dopo te poco stante verrò io; e lo inquisitore è molto mio amico, e cercherò dello spaccio tuo.
Disse Alberto:
— Ecco io vo, e affidomi in voi. E cosí si partí, e andonne al vescovo.
Il quale là giunto, come il vescovo il vide, con uno fiero viso disse:
— Qual se' tu?
Alberto balbo e tremante di paura disse:
— Io sono Alberto, che fui richiesto che io venisse dinanzi da voi.
— Or ben so, — dice il vescovo, — se' tu quell'Alberto che non credi né in Dio, né ne' santi?
Dice Alberto:
— Signor mio, chi ve l'ha detto non dice il vero, ché io credo in ogni cosa.
Allora dice il vescovo:
— E se tu credi in ogni cosa, dunque credi tu nel diavolo; e questo è quello che a me non bisogna altro ad arderti per paterino.
Alberto mezzo uscito di sé, domandando misericordia; dice il vescovo:
— Sai tu il Paternostro?
Dice Alberto:
— Messer sí.
— Dillo tosto, — disse lo inquisitore.
Alberto cominciò; e non accordando l'aggettivo col sustantivo, giunse balbettando a uno scuro passo, là dove dice: da nobis hodie ; e di quello non ne potea uscire. Di che lo inquisitore, udendolo, disse:
— Alberto, io l'ho inteso; ché chi è paterino, non puote dire le cose sante; va', e fa' che domattina tu torni a me, e io formerò il processo secondo che meriterai.
Dice Alberto:
— Io tornerò da voi; ma io vi prego per l'amore di Dio che io vi sia raccomandato.
Disse lo inquisitore:
— Va', e fa' che io ti dico.
Allora si partí, e tornando verso casa, trovò messer Guccio Tolomei che allo inquisitore per questa faccenda andava. Messer Guccio, veggendolo tornare, dice:
— Alberto, la cosa dee stare bene, quando tu torni.
Disse Alberto:
— Gnaffe! non istà, però che dice che io sono paterino, e che io torni a lui domattina, e ancora non mancò per quella puttana di donna Bisodia che è scritta nel Paternostro che non mi facesse morire allotta allotta. Di che io vi prego per l'amore di Dio che andiate a lui e preghiate che io gli sia raccomandato.
Disse messer Guccio:
— Io vo là, e ingegnerommi fare ciò che io potrò al tuo scampo.
E cosí andò messer Guccio, e portando all'inquisitore la novella di donna Bisodia, ne feciono per due ore grandissime risa. E mandando lo inquisitore, innanzi che messer Guccio si partisse, per lo detto Alberto, ed elli con gran timore tornandovi, gli diede lo inquisitore ad intendere che se non fosse messer Guccio, l'averebbe arso; e ben lo meritava, però che di nuovo avea inteso ancora peggio, che d'una santa donna, cioè di donna Bisodia, sanza la quale non si puote cantare messa, avea detto essere una puttana; e ch'egli andasse e tenesse sí fatti modi che non avesse piú a mandare per lui. Alberto, chiamando misericordia, disse non dirlo mai piú, e tutto doloroso della paura che avea aúta, con messer Guccio a casa si tornò. Il quale messer Guccio, avendo condotto la cosa come avea voluto, gran tempo nella sua mente ne godeo, e senza Alberto e con Alberto.
Belle sono le inventive de' gentiluomeni per avere diletto di nuove e di semplici persone; ma piú bello fu il caso che la fortuna trovò in Alberto, essendo impacciato da donna Bisodia; e forse forse, se Alberto fosse stato uno ricco uomo, lo inquisitore gli averebbe dato tanto ad intendere che si serebbe ricomperato de' suoi denari, per non essere arso o cruciato.
NOVELLA XIICome Alberto detto, rimenando uno ronzino restío a casa, risponde a certi, che 'l domandano nuovamente, come nuovo uomo era.
Dappoi che io ho messo mano in Alberto da Siena, seguirò ancora di dire di lui una piacevole novelletta, la quale, se la fece per senno, serebbe stata bella a qualunque savio; ma credo piú tosto fosse per semplicità. Costui, avendo bisogno d'andare a un suo luogo fuori di Siena, accattò da un suo vicino un ronzino, sul quale salendo suso, e andando insino alla porta, come là giunse, il ronzino si cominciò a tirare addietro, come se della porta avesse aúto paura, o fosse aombrato, o che si fosse posto in cuore di non volere uscire della terra. Alberto, accennandoli cotale alla trista, non lo poteo mai fare andare; ma cominciandosi a sinistrare, e Alberto avendone grandissima paura, per lo migliore discese in terra, e prese le redine, lo volse indietro e cominciollo a rimenare a casa di chi gli l'avea prestato: là dove il ronzino non ch'egli andasse di passo, ma andava sí di trotto che facea ben trottare Alberto.
E cosí arrivò per lo campo di Siena; al quale quelli Sanesi che v'erano avendo gli occhi, veggendo menare uno ronzino a mano, a gran boci gridavano:
— O Alberto, di cui è cotesto ronzino? O Alberto, dove meni tu questo ronzino?
A quelli che diceano: “Di cui è cotesto ronzino?” rispondea: “Èssi me' suo”. A quelli che diceano: “Dove il meni tu?” rispondea: “Anzi mena elli me”.
E cosí diede che pensare a' Senesi buona pezza, tanto che seppono l'effetto di quello che dicea; e Alberto rendé il ronzino, dicendo a colui:
— To' ti il ronzino suo, dappoi che e' non vuole che io vadi in villa oggi —; e cosí si rimase Alberto, che non andò in villa quel giorno.
Io per me credo che Alberto in questo fosse molto savio; ché sono molti che dicono: “Io vincerei pur la prova”. Quando uno avesse a domare, o scorgere un suo puledro, forse è da consentire; ma vincere la prova d'un cavallo altrui, colui che si mette a questo non corregge il suo cavallo, ma piú tosto puote pericolare sé.
NOVELLA XIIICome Alberto, essendo per combattere con li Sanesi, si mette il cavallo innanzi, ed elli, smontato, li sta di dietro a piede, e la ragione che elli assegna quello esser il meglio.
Similmente questo Alberto in questa sua terza novella, che segue, non mi pare molto sciocco; però che essendo li Sanesi, per certa guerra che aveano co' Perugini, assembrati per combattere, e 'l detto Alberto essendo a cavallo tra la brigata sanese, e bene armato, scese da cavallo, e misesi il cavallo dinanzi, ed egli stava di drieto a piede. Veggendo gli altri che v'erano Alberto stare per questa forma, diceano:
— Che fai tu, Alberto? sali a cavallo, però che noi siamo subito per combattere.
A' quali Alberto rispose:
— Io voglio stare cosí, ché, se 'l cavallo mio fosse morto, serà fatto la menda di lui; ma se io fosse morto, nessuna menda di me serebbe fatta.
E come Dio volle, la gente si recò a battaglia, dove li Sanesi furono sconfitti. Ed essendo molto addietro il detto Alberto cosí a piede, il suo cavallo fu preso, ed elli si fuggí e cogliendolo la notte in certe vie tra boschi, e traendo vento che facea sonare le foglie, gli parea avere mille cavalieri dietro; e come uno pruno il pigliava dicea:
— Oimè! io mi t'arrendo, non mi uccidere —; credendo che fossono nimici che 'l pigliassono: e cosí con gran paura e con grande affanno consumò tutta quella notte, tanto che la mattina su l'alba si trovò presso a Siena.
E giunto a Siena, come che assai avessono da pensare ad altro, pure erano di quelli che domandavono:
— Alberto, come è ita la cosa? tu se' a piede? ove è il cavallo?
E quelli rispondea:
— Egli è perduto: cosí avess'elli fatto come fe' quell'altro d'uno di questi dí, che non avesse voluto uscire fuori della porta.
Ma la cosa andò peggio per Alberto, che domandando la menda, fu detto che non era stato a cavallo come si dovea; e non la poté mai avere.
Fu savio avviso quello di costui, se gli fosse venuto fatto, ché s'averebbe levato spesa da dosso; e arebbe aúto denari, e la persona salva era ritornata a Siena. E qui si puote vedere da quanto prezzo è il sesso umano; ché d'ogni animale è fatto stima di valuta, eccetto che dell'uomo, ma di questo non si domanda menda: benché si potrebbe dire per la sua nobilità eccede tanto agli altri, e per questo non è prezzo che lo possa ricomperare. Ma ancora è piú sicuro in una guerra, e piú forte, l'uomo povero che 'l ricco; se lo ricco è preso, è menato lui e 'l cavallo per li denari suoi; se lo povero è preso a cavallo, è lasciato l'uomo, e 'l cavallo n'è menato. E questo non è altro se non che tutto l'universo è corrotto per la moneta, e per quello a ogni cosa si mette ciascuno.