Capitolo III

1278 Parole
Capitolo III Un bel ragazzo bruno Matteo, con i baffi folti, sopra labbra carnose, tanti capelli neri, un po’ arruffati, occhi verdi, alto nella media, ma con una struttura forte e muscolosa. A trentun anni il grasso non era un problema, bastava correre nei parchi della città e lungo il fiume e quei pochi chili in più se ne andavano sempre. E lui nei parchi ci andava sovente, un po’ perché così si teneva in forma e un po’ perché in quel modo riusciva a buttar fuori il senso di frustrazione e di impotenza, che non era ancora riuscito a dominare e che nel suo mestiere era sempre in agguato. Matteo faceva il medico. Dopo la specializzazione in medicina interna a Pavia, aveva trovato subito lavoro al Sant’Anselmo di Torino, dove, chissà come, il Direttore Generale era riuscito a fare bandire un concorso per due posti di Dirigente di primo livello e lui lo aveva vinto, senza neanche un grande sforzo e senza nessun appoggio. Lì avevano bisogno come il pane di nuove forze al Pronto Soccorso, dove i turni oramai erano fuori ogni limite di decenza in barba a ogni diritto dei lavoratori. Se i medici fossero stati operai avrebbero già occupato l’Ospedale e sequestrato il direttore, come le maestranze in Francia. I medici, invece, erano sempre lì, a togliere le castagne dal fuoco a un sistema che non faceva nulla per loro. Ma in organico erano rimasti troppo pochi e non ce la facevano veramente più. Appena i due “pivelli” erano arrivati, li avevano messi sotto, con un periodo di affiancamento che a Matteo era sembrato assolutamente insignificante. Lui, però, era attento, capace a fare i ragionamenti diagnostici giusti e nelle manovre urgenti se la cavava benissimo. Nonostante la giovane età e la scarsa esperienza, anche i più navigati tra gli infermieri lo rispettavano. Dopo qualche mese, già non lo guardavano più con l’aria di sufficienza strafottente e compassionevole che sempre assume chi ha pratica ed esperienza nei confronti di chi ha, solo, studiato. Quando i casi, però, erano disperati e i pazienti, nonostante tutti i suoi sforzi, se ne andavano, proprio non riusciva a scacciare il senso di impotenza e inadeguatezza. Lo sapeva che era comune nei medici l’illusione dell’onnipotenza e il conseguente senso di frustrazione quando alla fine di tutte le battaglie vinte, la morte comunque vinceva la guerra e si portava via tutti, senza eccezione. Ma lui non ce la faceva a digerire quei cuori che non volevano ripartire, nonostante tutte le procedure corrette e quegli shock che non si arrestavano, nonostante i liquidi e tutte le terapie di sostegno delle funzioni vitali. Quando ogni tanto gli arrivavano un bambino o una bambina gravi, che non erano riusciti a portare all’Infantile, per lui era un dramma. Triplicava l’attenzione, faceva il massimo sforzo e doveva andare tutto bene, non tollerava la sofferenza estrema di un bambino e non riusciva a sopportare il dolore dei genitori per una morte assurda, contro natura. Fino a quel momento, nulla di definitivo era successo sotto i suoi occhi. Ma quella settimana di aprile, come capita spesso in medicina, due ne erano morti, sette e dieci anni, due maschietti, uno più bello dell’altro e non aveva potuto fare nulla, nulla. “A che serve la medicina, che giustizia c’è, che cosa ci sto a fare io in questo posto?” Un anno di Pronto era bastato per travolgerlo. Si sentiva uno straccio, un fallito, non sarebbe mai riuscito a crescere, doveva capirlo prima che avrebbe dovuto iscriversi a Lettere, lasciar perdere tutte quelle storie sui medici, sulla missione, sul salvare gli altri, lenire le sofferenze, tanto in fondo c’era sempre lei: la morte. Il più vecchio medico del reparto, vicino alla pensione e sempre fermo alla Dirigenza di primo livello, ma con un cuore grande così, voleva bene a questo bravo dottore giovane e entusiasta che si faceva mille problemi: ce ne fossero di sensibili così. In realtà gli sembrava di rivedersi un milione di anni prima, con le stesse paure, con le stesse titubanze. Ma oggi esagera. “Come, mi devo licenziare, sono un fallito, ho sbagliato tutto nella vita? Tu sei un buon dottore, dai retta a me. Noi non siamo dei cavalieri, che devono salvare le vittime dal drago. Noi dobbiamo accompagnare la gente lungo la strada, facendo il possibile perché non soffra, perché stia bene e viva a lungo. All’ultimo non abbiamo il potere di cambiare le cose, non dobbiamo averlo, non ne abbiamo il diritto. Se uno è arrivato, è arrivato: dobbiamo lasciarlo andare, facendo tutto quello che si può, ma non confondendo professione con magia o con religione. Noi siamo dei professionisti e ci dobbiamo comportare come tali. La gente ha bisogno di noi lucidi, equilibrati e forti: non che andiamo a piagnucolare sulla spalla dei parenti del morto. Adesso basta Matteo, parlo io con il boss, tu te ne vai almeno per tre settimane, ma vai lontano. Ragioni, ti rilassi, ti calmi, capisci quanto sei bravo e quanto qui abbiamo bisogno di te e torni dottore e ti dimentichi di tutte le fesserie che vi raccontavate tra specializzandi. Fare il medico è prima di tutto essere umano e forte, uno a cui ci si può appoggiare.” Dopo due settimane, messi a posto i turni, il boss aveva acconsentito a dargli un periodo di ferie così lungo, anche se era l’ultimo arrivato. Il vecchio Laurenti se ne era accollati un bel numero di quei turni di Solani per tre settimane, ma tanto era solo e a casa non lo aspettava nessuno. Matteo quella mattina di metà maggio, col sole già caldo e il mare che scintillava, scese dal traghetto con il suo trolley e la valigetta del computer, sperando che ci fosse modo di collegarsi a internet, che gli sembrava di cominciare un domicilio coatto, un confino, più che una vacanza. Aveva scelto quell’isola perché non l’avrebbe mai detto che esisteva davvero il luogo che aveva studiato quando era ragazzo, dove si erano massacrati Italiani e Austro-Ungarici nel 1866, in una battaglia navale, dove tanto per cambiare noi le avevamo prese, non perché mancasse eroismo ai nostri soldati, ma perché i capi, come troppo spesso succede da noi, erano degli incapaci presuntuosi. Adesso bisognava trovare quel B&B, a Kut, sul lungo mare. Matteo tirò fuori una pagina Internet, stampata a casa: “Katarina”, Camera e prima colazione. Camere grandi, luminose, tutte con vista del mare (diceva proprio così, è quello che succede quando ti affidi al traduttore automatico), prima colazione, possibilità di cena e pranzi con il sacco. Un’occhiata alla mappa turistica tirata giù dal web e una bella camminata dal porto, sul lungo mare. Kut era laggiù in fondo. La prima cosa che lo colpì fu che non c’era nessun palazzone, come da noi, a trasferire le tristi periferie di città al mare, distruggendo per sempre il paesaggio. Erano case piccole, se non antiche, vecchie, che erano cresciute con le necessità della vita e del lavoro dei loro proprietari, non per speculare. Almeno a una prima occhiata sembrava proprio così. Solo sporadici esempi di architettura del socialismo reale, ma nient’altro. C’era qualche ristrutturazione, ma fatta con garbo, quasi con timidezza. Per una volta l’occupazione dei militari, quelli di Tito, aveva dato dei vantaggi, alla lunga. La padrona era gentile, parlava un inglese stentato e Matteo provò subito un senso di gratitudine; aveva sempre avuto difficoltà a parlarlo l’inglese, anche se lo conosceva abbastanza bene, ma per lui c’era sempre stato come un blocco, un pudore: insomma si vergognava come un ladro a fare degli errori e a far vedere che non si ricordava una parola o se gli sembrava di non dire la frase nel modo giusto. Ma con quella donna serena, aperta, contenta di averlo lì si faceva a gara a farsi capire, con l’inglese, lo spagnolo, persino un po’ di italiano, ma soprattutto con i gesti e con l’intuizione.
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