Capitolo V
Il capitano Sergio De Giorgis guardava dalla finestra le nubi sempre più nere.
Pioverà di nuovo… che maggio schifoso.
“La losna e ’l trun, vanno sempre in coppia, come i Caramba” diceva a ogni temporale il fratello di suo nonno. Lui faceva il contrabbando di zucchero, sale, caffè con la Francia, attraverso il Col Bousson, sopra Cesana Torinese, durante la seconda guerra mondiale e negli anni subito dopo, alla faccia dei fascisti, del nemico transalpino e della giovane repubblica. Per questo non si era mai rassegnato che il suo nipotino preferito, fin da piccolo, dicesse che lui sarebbe diventato un carabiniere.
“Uno sbirro no.” Non gli era mai andata giù.
Adesso qualche fulmine cominciava a vedersi, ma, come sempre più spesso succedeva in città, erano orizzontali e tanti, veramente tanti. Chissà perché.
Sergio rigirava tra le mani l’ultimo rapporto del brigadiere Bonocore. Giuseppe aveva collaborato direttamente con lui fin dal suo primo comando in Calabria.
Poi lui era rientrato a Torino, assegnato alla stazione di San Salvario, ma si erano tenuti in contatto.
De Giorgis era equilibrato e nei momenti difficili all’inizio del secolo, quando il quartiere sembrava pronto a bruciare per l’arrivo in massa degli extracomunitari, si era creata una rete di conoscenze e informazioni che gli permetteva di sapere sempre prima se ci sarebbero state violenze da una parte e dall’altra o tra etnie diverse.
I moru si insediavano nelle case vecchie e malsane e poco a poco spostavano le attività dei “torinesi”, che poi erano quasi tutti meridionali, come il suo amico Bonocore, immigrati negli anni cinquanta e sessanta e che ne avevano mandate giù di umiliazioni.
Era il loro turno ora di fare gli indigeni minacciati dai nuovi terroni e non avrebbero rinunciato per nessun motivo a prendersi quella soddisfazione con la Storia.
Il capitano era sempre riuscito a smorzare, parlare, a far capire senza usare troppo le maniere forti. Lo spaccio c’era e l’illegalità anche, ma soprattutto c’erano la disperazione, la fame e lo sfruttamento, come ai tempi d’oro della Torino operaia, quando la FIAT e Valletta erano Torino e i bravi sabaudi affittavano i sottoscala anche a dieci napuli insieme.
Adesso la situazione, pur restando complessa, era migliorata, come decantata e equilibri diversi si erano venuti a creare. C’erano nuovi padroni dello spaccio, della prostituzione e dello sfruttamento del lavoro nero, ma c’era anche un differente tessuto sociale di stranieri, che incominciava a intrecciarsi con quello degli italiani.
Addirittura qualche malvivente locale tentava di recuperare spazi che sembravano persi per sempre. Questo però era pericoloso, molto pericoloso per la possibilità che si dichiarassero vere e proprie guerre tra bande.
Operava da più di due anni un gruppo multietnico, composto da albanesi, magrebini, nigeriani, e italiani, che si occupava del traffico di cocaina e di prostituzione, soprattutto nigeriane per la periferia e donne dell’est per i viali del centro e per i clienti ricchi.
Avevano incominciato anche a gestire il trasporto su terra verso il Nord Europa degli immigrati clandestini dal Nord Africa.
Il gruppo veniva da lontano, dalla mala di Torino, piccola, violenta, senza troppe pretese. Poi si era cominciato a parlare di un capo della vecchia guardia, che li comandava con brutalità: Sismondi Alfredo, arrestato più volte per sfruttamento della prostituzione, rapina e tentato omicidio. Se l’era sempre cavata con poco e il suo potere ogni volta ne usciva rafforzato. Aveva cominciato a servirsi degli stranieri per poter sfruttare le nuove reti che via via si creavano e perché tutto sommato la manovalanza costava meno, non andava tanto per il sottile e si comandava ancora con facilità, soprattutto se era tagliata fuori dai gruppi organizzati della mala straniera. Ogni tanto qualcuno spariva, ma era difficile sapere perché e dove, anche per i carabinieri.
Una mattina però alla diga della Barca avevano trovato il cadavere del Sismondi, apparentemente caduto nel Po ubriaco, senza segni di violenza sul corpo e così pieno di alcol che il medico legale aveva detto che non riusciva neanche a trovare l’acqua nei polmoni, tanto ce n’era di alcol nel corpaccione del Lince, come lo chiamavano nel giro.
Per quasi tre mesi del gruppo non si era più sentito parlare, poi erano cominciate a arrivare voci che nel quartiere si vedevano certi movimenti: risse apparentemente senza significato, pestaggi per donne, vetrine sfondate e qualche accoltellamento di rumeni e nigeriani davanti ai locali notturni al di là del Po, vicino al ponte Isabella.
Gli informatori sussurravano sempre più spesso di calabresi insieme ai colombiani, di partite di coca che cominciavano a arrivare sul mercato di Torino e di un nuovo capo.
Uno tosto, che aveva le idee chiare. Per lui negli affari tutto andava bene e non sopportava sgarbi e tradimenti. Era generoso con i suoi, ma guai se qualcuno voleva fare il gioco sporco.
Si vedeva poco in giro. Si faceva chiamare Ilsaracca, perché era lungo e magro, ma era meglio non ridere di quel nomignolo. L’organizzazione sembrava grossa e complessa, pronta a portare sulla scena del quartiere e della città personaggi spessi e pericolosi.
Chissà dove l’aveva presa tutta quella esperienza Ilsaracca?
Bonocore, che lì nessuno conosceva e che di droga se ne intendeva anche troppo, era il più adatto e il più fidato per entrare, come infiltrato, in quel giro strano e in rapida trasformazione. Il più acuto per capire che cosa stava cambiando e se c’era dietro qualcuno di più grosso, più furbo, più intelligente di quella mala di quartiere, troppo rozza, troppo legata al territorio per gestire affari grossi e che venivano da lontano.
Giuseppe era arrivato a San Salvario e si era sistemato in una topaia in via Baretti, vicino a via Nizza.
Avevano preparato tutto tre settimane prima, in un alberghetto sul lago Trasimeno, dove con due colleghe avevano finto una vacanza romantica di due giovani coppie.
In città, a Torino, nessun contatto: niente cellulari, niente incontri alla Stazione, niente computer, niente telefono, niente di niente, solo messaggi di carta.
Il Brigadiere era stato discreto, puntuale e attento.
I messaggi sulla banda arrivavano ogni volta nel solito cestino all’angolo tra via Galliari e Via Saluzzo.
L’ultimo rapporto era stato lasciato regolarmente, ma ora era in ritardo e Giuseppe non sgarrava mai.