Capitolo VII
Giuseppe la guardava e i suoi occhi nocciola erano profondi, protettivi. Non era innamorata di lui, ma lo considerava un fratello grande, a cui appoggiarsi. Le dava sicurezza.
Era notte, c’era tanta nebbia.
I loro passi risuonavano forti nelle strade deserte del Quadrilatero.
I sampietrini erano bagnati e scivolosi.
Correvano per mano sotto le luci gialle dei lampioni: fuggivano.
Lei aveva paura, sentiva il cuore in gola e un senso di soffocamento che cresceva.
Da un portone un’ombra, poi la luce di un lampione.
Vito, grande, incombente, su di loro.
“Dove la vuoi portare ?” Il lampo di un coltello.
“Scappa Chiara, scappa.”
I rumori di una lotta, un grido. Passi di un uomo che corre, si avvicina, non lo vede, ma è lì, sempre più vicino...
“Potessi almeno respirare, soffoco.”
L’urlo che non esce, l’angoscia: il risveglio.
Sudata, avvolta stretta nel lenzuolo, nella sua stanza sopra il mare che tranquillo dondola fuori, la brezza gonfia le tende e solo le stelle diffondono una tenue luce.
Chiara calma il respiro, il cuore le batte ancora forte nelle orecchie, la stretta al petto fa quasi male, il pensiero è per Giuseppe.
Incrocia le mani dietro la nuca, guarda il buio che dopo poco le entra negli occhi giovani e il sonno torna a diluire i ricordi.
L’indomani era limpido e fresco, che si sarebbe potuto dire di essere in montagna, se lo specchio del mare di un azzurro intenso non fosse stato lì davanti quasi immoto, pieno di luce.
Chiara voleva fare una passeggiata e si incamminò verso Kut, dall’altra parte della baia. Il borgo era omogeneo, forse di una pietra un po’ più scura di Vis, ma lì il tempo si era fermato per davvero. Era un borgo di pescatori e contadini e le due scelte di vita si indovinavano dalle abitazioni. Gli uni in prima fila sul mare, con i loro imbarcaderi sotto casa e le piccole spiagge di ciottoli davanti, le reti ammucchiate, le barche rovesciate e tirate in secca.
Gli altri con gli alti muri a secco, a difendere le case e gli orti dalla salsedine e dietro gli olivi e le viti.
Quella mattina aveva voglia di camminare ancora e alla fine del paese, si era lasciata condurre da una stradina linda verso il promontorio.
Non aveva mai visto delle agavi così grandi e pini marittimi che scendevano praticamente fino al mare a sgretolare con le loro radici i resti di calcestruzzo dei bunker di Tito, anacronistici resti di una Jugoslavia sparita per sempre e di una delle tante follie dell’umanità, soprattutto in quel luogo che trasudava pace e dolcezza.
Dove la strada scendeva, prima di sparire dietro il capo, un piccola baia permetteva a poche barche da pesca e a una a vela di cullarsi placidamente.
Sulla riva vicino a una vecchia casa abbandonata, due panchine guardavano il mare, dando le spalle alla strada.
Chiara vide subito la capigliatura nera, un po’ arruffata e quella bella schiena di maschio, che aveva sbirciato il primo giorno all’arrivo del traghetto.
Non che si fosse preparata un piano o una strategia per attaccare discorso: era solo curiosa di vedere che cosa corrispondeva a quella parte, che giudicava niente male.
Superò le panchine, poi si voltò e vide due occhi sorridenti, verdi come i suoi, sopra un bel viso baffuto in modo cordiale, con labbra carnose. Un bel corpo muscoloso, anche se poco abbronzato e anzi arrossato dal sole in modo preoccupante.
Una voce calda e profonda disse con un tono che non lasciava dubbi sul perché: “Mi piacerebbe proprio parlare croato oggi… Dober dan”.
“Dober dan” rispose Chiara divertita e aggiunse. “Anche a me, ma forse è meglio l’italiano.”
Il viso arrossato divenne di fuoco, ma subito lui riprese il controllo, si alzò, mostrando un sorriso che voleva dire “La gaffe è fatta, lasciamola andare, d’accordo?” e le porse una mano forte e asciutta.
“Ciao, mi chiamo Matteo Solani e sono qui in vacanza.”
“Piacere, Chiara Montorsi e sono qui perché sto scappando…”
Perché lo avesse detto, non riusciva a capirlo, ma adesso era imbarazzata, avrebbe voluto morsicarsi la lingua: lui le avrebbe chiesto da chi o perché e lei se ne sarebbe andata, perché non avrebbe potuto fare diverso e così non lo avrebbe mai più visto.
Lui la guardò, non chiese nulla, ma si incamminò con lei verso il capo, il vento e il mare aperto.
Quello che verso sera, dopo aver mangiato solo un gelato in tutto il giorno, stupiva di più entrambi era la facilità di raccontarsi le loro vite, senza vergogna e senza reticenze, come se si fossero conosciuti da anni.
Al Belotovo, una taverna in fondo a Kut, proprio vicino agli ormeggi delle barche a vela che attraccavano lì per la notte, la conversazione si era fatta più profonda, più intima e avevano incominciato a parlare di paure e desideri.
Non che Chiara gli avesse raccontato proprio tutta la sua storia, ma una certa idea Matteo se l’era già fatta.
Ciò che lo affascinava in lei era la sua fragilità, che nello stesso tempo era determinazione. Lei scappava, non sapeva ancora bene da che cosa, ma nella fuga c’era una decisione immutabile. Quella ragazza sapeva il fatto suo.
Invece lui non sapeva ancora nulla in fondo. Per che cosa voleva vivere?
Tutto sommato si sentiva molto più a suo agio in quei ritmi lenti e pacati che nella metropoli da cui proveniva. Le occasioni di realizzarsi come medico, però, erano infinitamente più numerose là che in posti come questo paesino sperduto…
Ma che cosa significava veramente realizzarsi ?
Matteo non trovava una risposta o forse aveva paura di trovarla.
Entrando negli occhi tristi di Chiara, sapeva però, da quel preciso momento, che una rotta sicura da seguire l’avrebbe trovata.
Il mattino dopo Chiara guardava la luce filtrare dalla pergola di vite sul balcone e riflettersi sugli acini d’uva, che si facevano sempre più grossi e brillavano come gli occhi di Matteo, che la guardava con un sorriso di cui non capiva bene il significato, ma le piaceva lo stesso, perché si vedeva che veniva dal profondo e non si esauriva sulle labbra.