Capitolo 1-1

2016 Parole
1 Andrà tutto bene. Bugie. Non sarebbe andato tutto bene. Lui non stava bene. «Cazzo. Cazzo.» Lucky strinse la presa sul manubrio della sua Harley-Davidson Road King Special. Sapeva che non era consigliabile guidare quando era incazzato, quindi si costrinse a concentrarsi sulla moto invece che sulla propria rabbia. Probabilmente Ace era seccato. Di sicuro era preoccupato. Suo cugino si preoccupava troppo per lui. La sua famiglia era sempre preoccupata per lui, per un motivo o per un altro. Tienes que calmarte, Eduardo. Quante volte aveva sentito quelle parole dai suoi genitori o dai membri della sua famiglia? Come se dicendogli di calmarsi, lui avrebbe in qualche modo cambiato modo di fare. Diventando meno… se stesso. Non c’era nulla di sbagliato in lui. Gli ci erano voluti anni per rendersi conto di chi fosse e ancora di più per accettarsi. La sua famiglia non vedeva che nelle sue vene scorreva il loro sangue? Erano tutti altrettanto drammatici e irruenti. Ma lui si rifiutava di giocare secondo le regole, da sempre, e ciò lo rendeva problemático. Difficile. Lui non era difficile. Complicato, sì. Quello sicuro. La sua vita lo era in modo particolare al momento, a causa di un certo cowboy con gli occhi blu e i capelli biondi. Lucky serrò la mascella al ricordo di quel bellissimo figlio di puttana. Riusciva ancora a sentire il tocco di Mason sulla mano, quelle dita callose premute con delicatezza contro il suo palmo, il pollice che gli accarezzava la pelle. Dalla bocca carnosa di Mason erano scivolate fuori delle dolci espressioni di conforto: le parole erano state inaspettate, ma la gentilezza ancora di più. «Guardami.» Stupidamente, lui lo aveva fatto. «Beh, dannazione se non sei carino. So che il tempismo fa schifo, ma com’è che non l’ho mai notato prima?» Lucky non avrebbe dovuto starlo a sentire. Perché non era sceso dall’auto? Sarebbe dovuto scendere. L’imbottitura del casco contro la mascella indusse il suo cervello a tirare fuori il ricordo del pollice di Mason sulla sua guancia, che poi gli si abbassava lentamente sul labbro inferiore. Non avrebbe dovuto fare altro che schiudere la bocca. Cosa avrebbe fatto Mason? Avrebbe fatto scivolare il pollice tra i suoi denti? D’istinto, Lucky si fece scorrere la lingua sul labbro inferiore. Mason si era chinato in avanti, ma lui era riuscito a riprendere il controllo. Detto in termini più accurati, era stata la paura a prendere il controllo su di lui, costringendolo ad agire. Poche cose spaventavano Lucky, ma in quel momento si era sentito terrorizzato davanti a quello splendido cowboy e dai sentimenti inaspettati che l’uomo aveva risvegliato in lui, sentimenti che era riuscito a evitare senza problemi fino ad allora. “Per sempre” non era un concetto che associava alle relazioni. La famiglia era per sempre. Il legame con i suoi fratelli era per sempre. Tutti gli altri, nella sua vita, andavano e venivano come le maree. ‘Fanculo Mason Cooper. E ‘fanculo quel caldo! La Florida in agosto era un infierno. Trentatré gradi, ma l’umidità li faceva arrivare a oltre quaranta. Con la motocicletta in movimento stava bene, ma ogni volta che si fermava il sudore gli colava sulla schiena, così la T-shirt di cotone Balmain gli si attaccava addosso, sotto al giubbotto da motociclista grafite Mojave. Sì, forse era andato via dal bar rombando a tutta velocità come se avesse avuto il diavolo alle calcagna, ma non era stupido: neanche il suo brutto carattere poteva fargli ignorare la sicurezza, ce l’aveva inculcata dentro. Affrontava la guida della motocicletta come il sesso. Indipendentemente dalle circostanze, non si muoveva mai senza protezioni. Alla prima occasione, quindi, aveva preso la giacca e i guanti dalla sua borsa e se li era infilati. E aveva già addosso i suoi DSquared2 Blue Simplice city biker jeans e gli stivali di pelle sdruciti Bowery, comprati da Frye. Nella sacca a destra trasportava il suo equipaggiamento dei Kings, incluso uno scomparto chiuso a chiave con la sua Glock; nella sacca a sinistra c’era un cambio di abiti completo e un piccolo frigo con due bottiglie di acqua ghiacciata. Aveva avuto in programma di uscire con i suoi fratelli, ma quel piano era andato rapidamente a puttane. La comparsa improvvisa di un oggetto in movimento alla sua destra gli fece impennare l’adrenalina, e il suo corpo reagì d’istinto. Sterzò nella corsia vuota di fianco, riservata al traffico proveniente dalla direzione opposta, per evitare che gli piombasse addosso una BMW argentata. Lucky frenò, spense la moto e abbassò il cavalletto prima di togliersi il casco. Il guidatore si fermò sbandando accanto a lui, e il finestrino si aprì e rivelò un uomo dai capelli bianchi, sui cinquantacinque anni, con indosso un completo. Mollò un’occhiataccia a Lucky come se fosse stato lui quello che aveva fatto casino. «Devi rallentare, amico.» «Cosa?» Che coraggio che aveva quel tipo. «Non stavo correndo, e sei stato tu a non rispettare lo stop.» Indicò con il dito il segnale rosso perfettamente visibile che l’uomo aveva chiaramente ignorato. «Ecco come muoiono persone innocenti.» «Sì, beh, forse dovresti imparare a parlare in inglese.» Ma che cazzo? Lucky si raddrizzò. «Che c’entra come parlo? E in ogni caso, l’ultima volta che ho controllato parlavo inglese.» Tienes que calmarte, Eduardo. Okay, era una di quelle volte in cui doveva calmarsi. Stronzi di quel genere non erano una novità per lui. Segui la via più nobile. Ecco cosa diceva sempre King. Sii l’uomo migliore. Lo Stronzo della BMW lo squadrò, il labbro che si curvava in un sogghigno. «Riesco a capirti a malapena.» «È un problema tuo, non mio.» Forse aveva un forte accento, ma faceva sempre del proprio meglio per parlare nel modo più chiaro possibile, ed era raro che qualcuno non lo capisse. L’inglese non era la sua prima lingua, e non aiutava il fatto che avesse iniziato a impararlo con quattordici anni di ritardo rispetto a tutti quelli della sua età. Non era stato facile, e anche adesso molte frasi e parole lo confondevano, ma lui continuava a imparare e migliorarsi perché l’America era la sua casa. Il suo Paese. L’uomo fece una risatina nasale. «Uhm, no. Sei tu l’immigrato.» «Scusa? Io sono un cittadino americano.» Lucky non gli diede dello stronzo, ma il suo tono lo sottintendeva. Non era proprio dell’umore per una cosa simile. «Sì, ma non sei un vero americano. Sei fuori posto qui.» «Mi hai quasi ucciso, e vuoi rifilarmi le tue stronzate razziste?» «Io non sono razzista.» Le sopracciglia di Lucky scattarono vicino all’attaccatura dei suoi capelli. «Uhm, sì, lo sei.» «Non credo mi piaccia il tuo tono.» Lucky non riuscì a trattenersi dal ridere. «Oh, merda, ma sei vero? Dici sul serio adesso?» «Tornatene in Messico,» disse il tipo con stizza. «Non sei il benvenuto qui.» «Primo, sono cubano, cazzo. Secondo, sei un razzista pezzo di merda.» «Messicano, cubano, di Puerto Rico. È tutta la stessa cosa. Dovreste tutti tornarvene nei vostri Paesi e smetterla di incasinare il nostro.» Lucky lo scrutò. «Sei ubriaco adesso?» Sollevò tre dita. «Dimmi, quante dita vedi?» «Che cosa?» Lucky ne abbassò due, lasciando su il medio. «E adesso?» «Vaffanculo!» Il tizio pigiò sull’acceleratore, mostrando anche lui il medio a Lucky mentre sfrecciava lungo la strada. «¡Vete con la puta madre que te parió, pendejo!» L’auto inchiodò, poi iniziò a tornare indietro in retromarcia. Se quel coglione voleva dare inizio a qualcosa, Lucky era proprio del cavolo di umore adatto. Scese dalla moto e marciò verso l’auto, togliendosi i guanti mentre camminava. «Vuoi vedertela con me, figlio di puttana?» Sembrando ripensarci, il tipo mise a tavoletta e schizzò via. Il cellulare di Lucky squillò, e lui lo prese dalla tasca. «¿Qué mierda quieres?» «Che vuol dire che cazzo voglio?» ringhiò Ace. «Che ne dici di iniziare con te che mi sbraiti contro, fratello?» «Mi dispiace. È solo che… è stata una giornata di merda, okay?» Una sirena della polizia ruppe il silenzio, e Lucky fece un gran sorriso. Lo Stronzo della BMW era stato fermato all’isolato seguente. Quando l’agente scese dall’auto, il sorriso di Lucky si allargò, soprattutto quando lo Stronzo della BMW sporse la testa fuori dal finestrino, lanciò uno sguardo al massiccio uomo bianco in uniforme e sul viso gli comparve un sorriso compiaciuto. Chiaramente aveva dato un’occhiata all’agente Murphy e, come tutti i cazzoni moralisti, aveva fatto delle supposizioni. Stava per imparare una cosa o due sul fare supposizioni. «Che succede?» chiese Ace. «Ti richiamo io. Due minuti,» rispose Lucky prima di attaccare, l’attenzione sull’agente Murphy e sullo Stronzo della BMW, il quale aveva iniziato a parlare e lo stava indicando. Murphy guardò nella sua direzione e Lucky agitò la mano, guadagnandosi un sorriso e un saluto da parte sua. Il Karma era un figlio di puttana. Tu diffondi merda schifosa nel mondo? E merda schifosa è ciò che ti torna indietro. Lucky avrebbe scommesso la sua Harley che Mr. BMW pensava di potersi risparmiare una multa, ma non conosceva Murphy. Lui sì. Stai a vedere. Lo Stronzo della BMW sorrise, e a Lucky non servì essere a portata d’orecchio per sapere che aveva appena vomitato qualche insulto razziale contro i latini, perché il modo in cui il corpo di Murphy si irrigidì, l’espressione che si incupiva e la sua mascella che si serrava al punto da poterla vedere lui stesso da dove si trovava diceva tutto. Il tizio della BMW rise delle proprie parole finché Murphy non mormorò qualcosa, e quello divenne cinereo. Il colorito si prosciugò letteralmente dal suo viso. Disse qualcosa – molto probabilmente delle scuse – tese la mano per la multa, la prese quando gli venne tesa e poi si allontanò. Murphy scosse la testa prima di raggiungere Lucky. Gli tese la mano, e lui lo attirò in un abbraccio. «’Ola, hermano.» «Ehi,» rispose Murphy, ancora rigido. E perché non avrebbe dovuto esserlo dopo che qualcuno aveva ovviamente insultato sua moglie? Martina Murphy era messicana, una donna splendida e coraggiosa che aveva lottato con le unghie e con i denti per fuggire dagli orrori della sua vita a Tijuana. La lotta era andata avanti quando aveva raggiunto gli Stati Uniti, e un giorno si era ritrovata a St. Augustine. Stava servendo ai tavoli di uno dei bar della Old Town quando uno stronzo ubriaco l’aveva palpata. Il caso aveva voluto che Murphy fosse lì nella sua serata libera; era intervenuto, ignorando che quel tipo non era solo. L’amico ugualmente ubriaco dello stronzo l’aveva placcato da dietro, con un coltello in mano, ma era stato messo al tappeto da Martina e dal vassoio che lei usava per servire ai tavoli; glielo aveva sbattuto in faccia con molta più forza di quella che chiunque avrebbe creduto possedesse una donna alta appena un metro e cinquanta. Murphy si era prefissato di salvare Martina, ma alla fine era stata lei a salvarlo. Lucky adorava sentire la storia. Di come, nel mezzo di tutto quel caos, con uomini che si picchiavano e bicchieri che volavano, Martina avesse sorriso a Murphy e il massiccio uomo irlandese avesse capito all’istante che era lei quella giusta. Aveva perso la testa per Martina quella sera; si erano sposati poco dopo e avevano avuto due bambine, che erano cresciute e diventate due giovani donne, belle e coraggiose come la loro madre. A Lucky dispiaceva per Murphy. Quell’uomo non avrebbe mai avuto speranza di far sentire le proprie ragioni. Le sue ragazze non dovevano fare altro che sbattere le ciglia, e lui era fregato. Le amava. Che Dio aiutasse il povero bastardo che avesse cercato di fare del male a una di loro. Lucky aveva conosciuto la famiglia di Murphy in spiaggia quando Ace e Mason uscivano insieme. Il cowboy aveva invitato i Kings a un evento di beneficienza in riva al mare organizzato dal suo distretto. Avevano conosciuto tutti i colleghi e i superiori di Mason, e l’evento aveva cementato un legame tra i Kings e le loro forze di polizia locali. Poiché non voleva che Murphy rimuginasse sulle parole di quello stronzo, Lucky gli sorrise. «Come stanno le ragazze?»
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