“Ho capito, la faccio accompagnare dal detenuto”.
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Gaeta si è svegliata da poco, la luce del sole colpisce le frastagliate scogliere in un contrasto col mare che solo ora e stagione rendono possibile. Ma a questo spettacolo, quella mattina, se ne è aggiunto un altro: mai si erano viste tante navi nella baia.
Gli uomini di ritorno dalla pesca sono costretti a far percorrere alle loro barche itinerari inusuali tra oltre cinquanta piroscafi, tra cui squadre di cacciatorpedinieri ed agili esploratori della prima squadra della Regia Marina.
Ma su tutte svetta, ancorata, la sagoma grigia e imponente della corazzata Cavour che, lunga centosettanta metri e larga quasi trenta, mostra orgogliosa “i muscoli”: due torri trinate ed altrettante binate esibiscono dieci cannoni da 320 mm… persino il castello Angioino-Aragonese, adagiato sul promontorio, ne sembra intimorito.
Gli uomini dell’equipaggio sono tutti impegnati ad effettuare gli ultimi preparativi: i fortunati sopra coperta lavorano investiti dall’aria frizzante e profumata, nei ponti inferiori si percorrono in fretta i corridoi per dedicarsi ciascuno alle proprie incombenze, fin giù alla sala macchine dove si provano le motrici e, accompagnata dai mugolii delle pompe, l’atmosfera è pesante di calda umidità.
La nave, entrata in servizio nel 1915, è in realtà quasi completamente nuova dopo il lungo il periodo di “cure” presso il cantiere San Marco di Trieste: ha ripreso il mare da nemmeno un anno e non dovrebbe giocare nessun brutto scherzo; ma nel primo pomeriggio di questo soleggiato 13 maggio prenderà il largo, agli ordini del comandante in capo della I Squadra ammiraglio Riccardi, già a bordo, per trasportare ospiti verso Genova.
Tutto deve essere perfetto, nessuna sbavatura ammessa: oltre al sottosegretario alla Marina Domenico Cavagnari, al ministro della Cultura Popolare Dino Alfieri, al segretario del partito Achille Starace, al ministro degli Esteri Conte Galeazzo Ciano, sta per imbarcarsi il Duce degli Italiani: Benito Mussolini.
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Gabriele Bruno, alzandosi in piedi, osserva attentamente il commissario di polizia che viene fatto accomodare nella saletta destinata al loro incontro: il viso affilato dall’espressione insieme sicura e ironica, i capelli scuri lisciati dalla brillantina, il fazzoletto nel taschino della giacca di lana estiva, il bel fermacravatta... esattamente come lo ricordava.
“Buongiorno dottore”, saluta, “la ringrazio per avermi voluto incontrare”.
“Si sieda e mi dica, non ho molto tempo da dedicarle” gli rispondo, fissando l’uomo quasi senza riconoscerlo: profonde occhiaie incorniciano gli occhi intelligenti in un volto pervaso dal pallore e precocemente invecchiato.
“Non voglio abusare della sua pazienza, ma ho qualcosa da raccontarle che certo l’interesserà”.
“Se riguarda il reato che ha commesso, avrebbe fatto sperperare i denari spesi per il suo trasferimento da Torino, perché il nostro incontro finirebbe qui”.
“No, di quella parleremo eventualmente dopo”, mi risponde abbassando lo sguardo. “ho notizie gravi ed allarmanti”.
“E le vuole riferire a me per tentare di alleggerire la sua posizione?”.
“Sì”, mi risponde francamente, guardandomi negli occhi.
“Parli”.
“La mia vita non è mai stata un granché, ma in confronto a quella in carcere… i giorni scivolano via tutti uguali e mi sono ritrovato ad attaccarmi a tutto”.
“Non faccia il filosofo, arrivi al dunque”.
“Mi sono sempre interessato ai fatti degli altri, così, come passatempo, e qualche giorno fa ho sentito pronunciare delle parole che mi hanno fatto drizzare i capelli”.
“Quali parole?”, chiedo, aumentando il mio livello di attenzione.
“Due detenuti parlavano tra loro, ed uno si raccomandava all’altro di non dimenticarsi di lui una volta uscito. Se non ho capito male era certo del fatto che avrebbe goduto di un qualche provvedimento favorevole in un processo per l’interessamento di un personaggio di livello…”.
“Vada avanti”, lo sollecito.
“Vede, nonostante quello che ho fatto mi considero ancora un buon cittadino e un fedele fascista: quello sicuro di lasciare il carcere borbottava su un qualcosa di cui si sarebbe dovuto occupare, qualcosa che avrebbe fatto tremare Genova e l’Italia intera”.
Genova, penso… la visita del Duce!
“Ha sentito altro?”, chiedo.
“Vede dottore, a questo punto vorrei parlarle della mia situazione: qualunque persona, anche la peggiore, ha bisogno di sperare, non di attendere una condanna a morte”.
“Dunque?”.
“Dunque io continuo a ribadire la mia versione sui fatti che mi hanno portato in carcere: ho investito quel poveretto con l’auto e, preso dal panico, ne ho portato il cadavere nell’autorimessa dove, mentre tentavo di sistemare il tubo di scappamento troppo rumoroso, una scintilla ha incendiato la benzina. Temendo lo scoppio del serbatoio sono fuggito e, incapace di connettere, ho vagato per qualche giorno… fino a quando non ho raggiunto mia sorella a Pinerolo: lei mi ha portato a conoscenza del fatto che il cadavere trovato nella rimessa era stato scambiato per il mio e di conseguenza seppellito”.
“Questa sua versione è totalmente inverosimile, lo sa lei come lo so io”.
“Se vuole che le racconti di più trovi lei il sistema che mi scagioni almeno dalle aggravanti per aver agito con crudeltà e per il fine di truffa”.
“Il suo avvocato ha presentato ricorso alla Cassazione per il parziale annullamento della sentenza proprio per questo”.
“Sì, ma sono pessimista e, le ripeto, non voglio essere fucilato alle basse di Stura3”.
“E per questo sarebbe disponibile a tutto, ivi compreso raccontarmi fandonie giganti!”.
“No commissario, non le sto mentendo, mi creda: se lei dovesse cercare riscontri al mio racconto e non trovarli sarei ancora più nei guai, non crede?”.
“Allora mi dica qualcosa per farli questi riscontri, se veramente…”.
“Se veramente cosa?”.
“Mi permetterà di sventare qualcosa che, citando le sue parole ‘farebbe tremare Genova e l’Italia intera’, stia pur sicuro che farò di tutto perché lei muoia nel suo letto, e non davanti a un plotone d’esecuzione”.
“Bene, le racconterò tutto quello che ho sentito, parola per parola, da quei due”.
***
“Enciclopedico, scientifico, strabiliante… non sapevo di avere un amico con queste caratteristiche!”. Esclama l’uomo alto e robusto davanti ad un manifesto che pubblicizza il ritorno sulle scene di Leo Hornell, il grande illusionista.
“Ridi, ridi”, risponde l’altro, più basso e segaligno, “ma il qualcuno che mi ha fatto uscire dal collegio per portare a termine l’affare che avevo imbastito evidentemente ha fiducia solo nelle mie capacità!”.
“Lascia stare, piuttosto dimmi com’è andata a finire in tribunale”.
“Un trionfo anche lì, come in teatro: alla lettura della condanna, per solo oltraggio semplice continuato, a cinquecento lire di multa, il pubblico che si accalcava in aula è scoppiato in un applauso”.
“Un bel risultato! Certo che se il giudice non avesse avuto…”.
“Aspetta, arriva gente, smetti di parlare di certe cose…”, lo interrompe il “mago”. Poi, quando i passanti si sono allontanati: “Ora finisco di raccontarti: quando i miei avvocati si accingevano a lasciare l’aula per procedere alle formalità della mia immediata scarcerazione, l’applauso si è rinnovato, nutrito e caloroso, insieme a qualche grido di ‘evviva l’uomo enigma’… avresti dovuto vedere la reazione del magistrato: sbatteva il martelletto sul banco invocando il silenzio!”.
“Bene, son contento per te, ma ora ci dobbiamo dedicare a cose più serie e… meglio retribuite”.
“Non ti preoccupare, sai che abbiamo predisposto uno spettacolo degno delle aspettative, il fragore verrà percepito anche oltre frontiera”.
“Ci conto, diversamente…”.
“Non rimarrai deluso, stanne certo: al più presto riceverai un altro anticipo. Piuttosto: il terzo uomo?”.
“Gli erano venuti dei dubbi, ma l’ho ridotto a ragione”.
“Sospetta qualcosa?”.
“No, si fida di quello che crede semplicemente un vecchio compagno d’armi”.
“Come l’hai convinto?”.
“L’ho blandito esaltando il suo coraggio, ma quello che gli impedirà di farsi indietro è la possibilità che avrà di portar via la sua amata dal bordello dove lavora per mantenerlo”.
“Povero imbecille”.
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Superato a ritroso il portoncino di ferro mi guardo intorno: la Balilla è parcheggiata di fronte al carcere, ma di Beccacini nemmeno l’ombra. Mi guardo intorno e lo vedo qualche decina di metri più in là, intento a fissare l’ingresso del Ferraris. Lo raggiungo e, trovandolo quasi commosso, gli chiedo: “Guagliò, che ti succede?”.
“Dottore, forse lei non lo sa, ma il primo gennaio di cinque anni fa ero qui”.
“Quando venne inaugurato il nuovo stadio?”.
“Sì, come certamente saprà è stato dedicato a Luigi Ferraris perché fu il capitano del Genoa”.
“Ora si chiama Genova4”, lo correggo.
“Oltre che un ingegnere fu un grande atleta… ed un eroe”, prosegue come non mi avesse sentito, “cadde durante il primo anno di guerra, sul Monte Maggio, colpito in pieno da un proiettile d’artiglieria”.
“So anche questo, partì volontario e raggiunse il grado di tenente”.
“Quello che forse non sa è che, durante la cerimonia di intitolazione dello stadio fu sotterrata, vicino alla porta di gioco sotto la Gradinata Nord, la sua medaglia d’argento al valor militare”.
Gli appoggio una mano sulla spalla e, imponendogli un affettuoso dietrofront, spingo il mio giovane sottoposto verso l’auto: a quella maledetta guerra avevo partecipato anch’io, e il ricordo di quello che avevo vissuto non era fatto di epiche gesta, ma di orrendi massacri.
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Supero quasi di corsa la soglia della questura: voglio attaccarmi al telefono per cercare di capire gli esatti nominativi dei detenuti che il Bruno ha sentito parlare tra loro, sono ancora perplesso sulla veridicità delle sue affermazioni, ma non faccio in tempo a raggiungere il mio ufficio. Prima di affrontare le scale di corsa l’agente di piantone mi ferma: “commissario, l’ha cercata il Marchese Bombrini5, dovrebbe richiamarlo immediatamente”.
“Ho altre cose da fare, cerca qualcun altro che se ne occupi”.
“Il suo segretario mi ha fatto presente essere cosa delicata ed urgentissima, ed ha chiesto espressamente di lei”.
“Va bene, fallo chiamare e passami la telefonata”.
“C’è anche un signore che l’aspetta”.
“Un signore? Chi?”.
“Morera”.
“Non lo conosco e non l’ho convocato, mandalo via”.
“Mi ha detto che è qui su pressante invito dello stesso Marchese Bombrini”.
“Allora che aspetti”.
Raggiungo la mia stanza al primo piano sbuffando e non faccio quasi in tempo a sedermi dietro la scrivania, chiedendomi cosa possa volere da me il Podestà, che il centralinista mi avvisa che è in linea… ed infatti mi esplode nell’orecchio la sua voce: “Dottor Boccadoro?”.
“Sì eccellenza, sono io”.
“Caro commissario, devo informarla di un fatto particolarmente scabroso”.
“Mi dica”.
“Lei sa quanto mi sono dato da fare per Genova: sono alla sua guida dal 1933, ho fortemente voluto la costruzione di piazza della Vittoria firmando personalmente, l’undici maggio di tre anni fa, la delibera di approvazione del piano particolareggiato quindi, portando a termine il completamento dei viali sulla moderna copertura del Bisagno, credevo di aver quasi completato l’opera”.
“Ho letto ancora stamane su ‘La Stampa’ un articolo di Enrico Mattei6 che definisce l’ex letto del torrente un rettifilo fiorito, un ricamo di aiuole…”.
“Sì, e non solo: avrà visto come il giornalista abbia tenuto a precisare che a Genova, dopo Roma, spetta il primato di città che, in base alle direttive di Mussolini, più abbia progredito…”.
“Devo in effetti rinnovarle i miei più sentiti complimenti, e confermarle che l’architetto Piacentini7 ha superato se stesso”.
“Sì, ma vede, proprio ora, alla vigilia della visita del Duce dopo dodici anni, dodici anni durante i quali la Superba ha lavorato, si è ampliata, ha portato a termine opere imponenti, proprio ora che è orgogliosa ed ansiosa di poterle finalmente presentare al capo della nuova Italia imperiale... viene boicottato l’indispensabile elemento finale”.
“Mi spieghi cosa avviene”.
“Sono anni che abbiamo immaginato di porre innanzi al mare, all’estremo limite della copertura del corso d’acqua, un’opera che rappresentasse la natura della nostra città: un navigatore”.
“Eccellente idea: ho avuto modo di ammirare l’arco di travertino che immagino destinato ad ospitarlo, sul quale un’epigrafe recita: Vivere non necesse. Navigare necesse est a chi avete pensato, a Cristoforo Colombo?”.
“No, ad una figura puramente simbolica, un moderno Nettuno virile e vigile che scruta l’orizzonte col remo alzato, comunicando perfettamente la volontà di potenza marinara del nostro popolo, realizzato da uno dei nostri migliori scultori contemporanei”.
“Ottimo soggetto, il Duce certo gradirà”.
“Ha messo il dito nella piaga: il Duce non gradirà… visto che la statua non è pronta”.
Rimango qualche secondo in silenzio, tanto che il Podestà: “Dottor Boccadoro, è sempre lì?”.
“Sì eccellenza, sono ancora in linea: conosce i motivi di questo ritardo?”.
“In realtà no: Antonio Maria Morera8, incaricato della realizzazione, si è laconicamente limitato a farmi comunicare di non inviare oggi l’automezzo per il trasporto dal suo studio in loco, perché l’opera risultava danneggiata”.
“Danneggiata?”.
“Così mi ha detto, ma sia ben chiaro voglio delucidazioni, e le voglio immediatamente: gli ho fatto intimare di presentarsi da lei, subito”.
“Mi hanno detto, quando sono rientrato, che mi sta aspettando”.
“Bene, sia così cortese da sentirlo: se boicottaggio è stato assicuri alla giustizia il colpevole… e che Morera trovi una soluzione”.
“Vedrò di fare il possibile”.
“Con urgenza dottore, con urgenza. La saluto”.
“I miei omaggi”.
Interrotta la comunicazione con il Marchese Bombrini ordino che sia fatto immediatamente accomodare lo scultore che, al suo ingresso nel mio ufficio, appare come ho sempre immaginato i classici caposcuola ottocenteschi: un cinquantenne brizzolato – piccolo di statura ma dal piglio militaresco – dai tratti nobili sotto il basco calzato alle ventitré.
“Si accomodi”, lo invito.
“Grazie”, mi risponde laconico, sedendosi.
“Mi scusi se sarò breve e se le chiedo la cortesia di fare altrettanto, ma ho da affrontare un problema urgente, un grosso problema”, gli anticipo.
“Più grande di quello che le ha rappresentato il nostro podestà?”, chiede con un tono vagamente sarcastico.
“Ho paura di sì: mi racconti cosa è successo”.
“Presto detto: questa mattina mi sono recato nel mio studio molto presto e, con grande sorpresa, mi sono accorto che il mio Navigatore che ‘proteso verso il mare lo scruta con occhio da trasmigratore avvezzo alle infinite lontananze’, come ha avuto modo di definirlo un critico dopo averlo visto in anteprima, aveva perso testa, remo e… parti intime”.