Qualche mese prima:

1018 Parole
Qualche mese prima: Quando corpus morietur Eva era ancora tramortita dall’anestetico che l’uomo le aveva fatto respirare a forza, premendole sul viso il fazzoletto intriso nel veleno puzzolente. E per qualche strano motivo, l’aria non riusciva ad arrivarle ai polmoni. Proprio all’altezza della gola, qualcosa ostruiva il passaggio. Si trovava in quella stanza da letto sconosciuta. Era sudata, aveva freddo e le veniva da vomitare. Ne aveva respirata veramente troppa, di quella schifezza. *** Aveva cercato affetto, era stata disposta a concedersi pur di essere abbracciata, anche se solo per una sera. Ma non ci sarebbe stato alcun sentimento. Tra la moltitudine di persone che si agitava nella discoteca, aveva pescato a caso l’uomo che le avrebbe tenuto compagnia. Aveva fatto la scelta sbagliata. Adesso la domanda era una sola: poteva fuggire da lì? *** Il tiepido bagnato che sentiva tra i capelli, doveva essere sangue. Una goccia le stava scendendo sulla tempia, o si trattava di un insetto? Udiva mosche ronzarle intorno. Era ossessionata dalle mosche. Le procuravano crisi isteriche. Andava ancora alle elementari, quando suo padre aveva dimenticato un grosso pacco di carne fuori dal freezer. Prima di partire per il mare. Era luglio e faceva caldo. Quando tre settimane dopo erano rientrati, nell’appartamento li aveva attesi quel disgustoso odore dolciastro di cadavere. A dire il vero il tanfo si era sentito fin dal pianerottolo. Larve bianchicce brulicavano sulla carne putrescente. Mosconi volavano per casa. Il fetore della morte aveva intriso ogni tessuto, sua madre fu costretta a smontare le tende e disfare i letti. Avevano portato a lavare perfino le fodere del divano. E quella notte, nonostante tutte le finestre fossero aperte, erano finiti a dormire in albergo. Non aveva più mangiato carne. *** Spalancò la bocca: il disgusto le galoppava nello stomaco. Il bisogno di respirare però era davanti a tutto. Quel poco d’aria che riusciva a rubare era un tesoro inestimabile e non bastava di certo a garantirle la sopravvivenza. Non avrebbe resistito ancora per molto. Si sentiva mancare; desiderava combattere, ma era impossibile. Combattere. Era impossibile. Doveva fuggire. *** Ancora stordimento, durato per... chi avrebbe potuto dirlo? Quindi un barlume: luce e sofferenza. Sollevò una palpebra (era ancora viva, dunque). Si spalancò una feritoia di luce dolorosa. Le parve che la carne le si strappasse come carta fradicia, tanto aveva gli occhi appiccicati. Il suo organismo però non si era ancora liberato dall’intossicazione. Luce, buio, luce, buio… Crollava di nuovo. Stordimento… buio… grigio… buio, buio, buio, buio, buio, buio. Grigio. Bianco! La musica. Una cantilena ossessiva e dolorosa che non riconosceva. I sensi ritornavano, forse per via della scarica di adrenalina. Era convinta che l’odore dentro il naso fosse quello del cloroformio, o un altro tipo di pesante narcotico volatile. Adesso era sveglia, più forte, riusciva a respirare meglio. E incominciava a capire. Incominciava a capire! Non era di certo un bene. L’uomo (le aveva detto di chiamarsi Giacomo) l’aveva legata mani e piedi al letto. Non l’aveva imbavagliata, no, era stato più fantasioso. Forse per farle capire quanto era esperto (esperto, che parola terrificante). Le aveva stretto la cinghia dell’accappatoio alla gola, in modo che le entrasse pochissima aria. Voleva che lei quasi soffocasse. Quasi. Così ridotta, non avrebbe di certo potuto gridare, sarebbe stata troppo impegnata a sopravvivere. *** Ma lui dov’era? In cucina, forse. Cosa stava facendo? Eva udiva un battere sordo che non riusciva a identificare, ma che la terrorizzava. Le parve di respirare meglio. Forse la cintura si era allentata, o forse era lei che aveva imparato a usare i muscoli del collo. Si era accorta che se li teneva contratti, quando inspirava, un refolo d’aria fresca le attraversava la gola e le nutriva i polmoni come acqua su piantine secche. Ora ne aveva la certezza, non sarebbe morta soffocata. Non per il momento, almeno. *** Era strano come in condizioni estreme, gli attimi acquistassero quel potere enorme, che esplodessero e diventassero tanto preziosi. Inoltre… Si ghiacciò. L’uomo, spuntato da chissà dove, le era montato a cavalcioni sul corpo. Ci aveva anche fatto l’amore e poco prima di godere si era domandata cosa ci trovasse un tipo tanto affascinante e ancora giovane, in lei. Ora lo sapeva, una vittima. «Vedi la lama?». L’uomo aveva battuto il coltello contro qualche superficie dura, per fargli perdere il filo. Non doveva tagliare, ma procurare dolore. «Adesso fammi un sorriso, o per te sarà peggio». Poteva morire male, o morire molto male. Stava a lei decidere. Lui non glielo avrebbe di certo ripetuto. *** Non aveva ubbidito. L’uomo le afferrò il labbro superiore e tranciò la carne fino a scoprirle i denti. Gli parve di sbucciare un’arancia. Eva tentò inutilmente di scalciare, tossì spruzzando di rosso il suo assalitore. Il sangue invase il materasso. L’uomo gettò il labbro a terra, la guardò. Era convinto che avrebbe funzionato e invece no, lo rendeva ancor più triste. Scoppiò in un pianto convulso e la abbracciò. Le domandò scusa, la baciò sulla fronte sudata. Quindi le infilò il coltello tra i denti serrati, scardinandole la mandibola come si forzerebbe una cappa reticente. Glielo spinse in gola fino al manico e attese che lei smettesse di agitarsi. «Va tutto bene amore, va tutto bene», le sussurrò carezzandole i capelli impiastricciati. Parlava a una morta. Ora doveva rimanere solo. Strappò il cavo dello stereo e nell’appartamento precipitò il silenzio. Fece una doccia, rimase sotto l’acqua fino a quando non si sentì ritornare padrone di sé. Si rivestì e uscì lasciando aperta la porta, e impronte insanguinate (scarpa maschile numero 43, avrebbe decretato inutilmente la scientifica) a terra. La scena era piena di indizi e campioni biologici. Impronte, capelli, ciglia e peli pubici. Liquido seminale, una gomma da masticare nel posacenere, mozziconi di sigaretta… Sembrava un test facilitato per poliziotti dilettanti. Eppure, anche questa volta, come nei cinque precedenti omicidi, sarebbe stato tutto inutile. *** Fine capitolo. Federica staccò le dita dalla tastiera del computer. Pulì gli occhiali con la pezza e rilesse. La stesura del romanzo procedeva senza intoppi. Non aveva ancora il titolo, però. Era un particolare che la disturbava. Bevve un sorso di tè verde dalla piccola tazza giapponese. Rimuginò. Quella che aveva appena scritto non era di certo la sua pagina migliore, né la più sadica. Poteva incrudirla ancora, e di molto, e in certi punti la scrittura era disarticolata. Ma per il momento poteva andare.
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