“Leggete” diss’egli, e si gettò addietro sulla spalliera della seggiola con le mani in tasca e la testa china sul petto.
L’altro afferrò rapidamente la lettera, ne lesse la soprascritta e fu preso da un tremito violento che gli tolse di proferir parola. V’era scritto di pugno di sua madre:
PER CORRADO
Tremava così forte che poté a mala pena aprir la lettera. La voce cara di sua madre gli pareva venir dal mondo degli spiriti per dir parole non potute dire in vita e sepolte nel suo cuore sotto una pietra più grave di quella della tomba. Le parole erano queste:
Se ti è cara la memoria mia, se credi ch’io abbia fatto qualche cosa per te, affidati all’uomo giusto che ti dà questa lettera. Dal paese della pace dove spero m’abbia posato la misericordia di Dio quando la leggerai, ti benedico.
La mamma
Nessuno dei due parlò. Si udì un singhiozzo disperato, prepotente; poi più nulla.
Ad un tratto Silla, contro la sua ragione, contro la sua volontà, il suo cuore istesso, guardò il conte con tale angosciosa domanda negli occhi sbarrati, che quegli menò un furibondo pugno sul tavolo esclamando:
“No!”
“Dio! Non ho voluto dir questo!” gridò Silla.
Il conte si alzò in piedi e allargò le braccia.
“Amica venerata” diss’egli.
Silla piegò la testa sul tavolo e pianse.
Il conte aspettò un momento in silenzio e poi disse a bassa voce:
“Vidi Vostra madre per l’ultima volta un anno prima del suo matrimonio. Ella mi ha scritto poi molte lettere di cui Voi eravate il solo argomento. Ecco perché io conosco molti particolari intimi della Vostra vita. Dopo il 58 sono stato informato da certi amici miei di Milano. Voi comprenderete facilmente perché abbiate ritrovato in casa mia quelle suppellettili; esse mi ricordano la persona più virtuosa e più rispettabile che mi abbia onorato della sua amicizia.”
Silla stese ambedue le mani verso di lui senz’alzare il capo dal tavolo.
Il conte gliele strinse affettuosamente, le tenne qualche momento fra le sue.
“Dunque?” diss’egli.
“Oh!” rispose Silla alzando la testa.
Era detto tutto.
“Bene” rispose il conte “adesso uscite, uscite subito, andate a pigliar aria. Vi faccio accompagnare dal mio segretario.”
Suonò e fece venire Steinegge che si mise, tutto sorridente, agli ordini del signor Silla. Egli si professava lieto dell’onorevolissimo incarico. Non sapeva se gli abiti che si trovava indosso fossero degni dello stesso onore. Sì? Ringraziava. Se n’andò finalmente con Silla, strisciando inchini e facendo infinite cerimonie ad ogni uscio, come se al di là della soglia vi fosse stata una torpedine. Appena uscito dal cancello del cortile, mutò modi e parole. Prese a braccetto il compagno: “Andiamo a R...” disse “bisogna bere un poco, caro signor.”
“No” rispose Silla, distratto, non sapendo ancora bene in che mondo si fosse.
“Oh, non dite no, io vedo. Voi siete serio, molto serio; io poi sono serissimo.”
Steinegge si fermò, accese un sigaro, sbuffò una gran boccata di fumo, batté con il palmo della destra la spalla del suo interlocutore e disse ex abrupto:
“Oggi sono dodici anni, mia moglie è morta.”
Fece un passo avanti, poi voltossi a guardar Silla, con le braccia incrociate sul petto, le labbra strette, le sopracciglia aggrottate.
“Andiamo, voglio raccontarvi questo.”
E, ripreso il braccio di Silla, tirò avanti a passi sgangherati, fermandosi di tratto in tratto su’ due piedi.
“Io, per il mio paese, mi sono battuto nel 1848, Voi sapete. Io lasciai il servizio austriaco e mi battei nel Nassau per la libertà. Bene, quando si calò il sipario fui gittato per grazia alla frontiera con mia moglie e mia figlia. Sono andato in Svizzera. Là ho lavorato come un cane, col piccone, sopra una linea di ferrovia. Non dico niente, questo è un onore. Sono di buona famiglia, fui Rittmeister, ma fa niente, questo è un onore, di aver lavorato con le mie mani. Il male era che non guadagnavo abbastanza. Pensate, signor, mia moglie e mia figlia pativano la fame! Allora con l’aiuto di alcuni compatrioti, si andò in America. Sì, signor, sono stato anche in America, a New York. Ho venduto birra, ho guadagnato. Oh, andava bene. Es war ein Traum. Sapete? Era un sogno. Mia moglie ammalò di nostalgia. Si stava bene a New York, si prendevano dollari, si avevano molti amici. Ebbene, cosa è tutto questo? Partiamo, arriviamo in Europa. Io scrivo a’ miei parenti. Sono tutti reazionari e bigotti; io sono nato cattolico, ma non credo ai preti; non mi rispondono. Che importava loro se mia moglie moriva? Scrivo ai parenti di mia moglie. Cose da ridere, signor. Quelli mi odiavano perché avevan creduto dare la ragazza a un ricco e il poco che mio padre non aveva potuto togliermi era stato confiscato dal governo. Oh, è bellissima. Però mio cognato venne a Nancy, dov’ero io. Mia moglie partì con la bambina, sperando guarire presto e ritornare. L’accompagnai alla frontiera. Stava male; dovevamo lasciarci a mezzogiorno. Un’ora prima mi abbracciò e mi disse: "Andrea, ho visto il paese da lontano: basta, restiamo insieme." Capite, signor? Voleva morire con me. Otto giorni dopo...”
Steinegge compì la frase con un gesto e si cacciò a fumare furiosamente. Silla taceva sempre, non gli dava retta, forse non l’udiva neppure.
“I parenti di mia moglie” continuò l’altro “hanno preso la bambina. È stata una carità perché la piccina non sarebbe stata bene con me solo, e con questo pensiero ch’ella si trovava meglio io ho potuto soffrire molto allegramente. Ma credete che non mi hanno mai data una notizia? Io le ho scritto ogni quindici giorni, sino a due anni or sono; non mi ha risposto mai. Potrebbe anche non essere più al mondo. Cosa è questo? Si beve, si fuma, si ride, ooh!”
Dopo questo epilogo filosofico il segretario tacque. Era notte oscura. La stradicciuola tagliava per isghembo un pendìo cespuglioso dal vallone del palazzo alle prime nere casupole di R... Abbasso, il lago dormiva. Nel Palazzo si vedevano ancora illuminate le finestre della biblioteca e altre due nella stessa ala, sull’angolo del secondo piano; una verso ponente, l’altra verso mezzogiorno. Prima di toccar le casupole, il sentiero svoltava fra i due muricciuoli bassi, in un avamposto di granoturco e di gelsi.
“Dove andiamo?” domandò Silla affacciandosi all’entrata scura del villaggio.
“Solo un poco avanti” rispose Steinegge, incoraggiandolo.
“Le sarei grato se ci fermassimo qui.”
Steinegge sospirò.
“Come volete. Fuori del ciottolato, allora.”
Ritornarono un passo indietro dai muricciuoli e sedettero sull’erba, dalla parte del ponte.
“Io faccio come volete, signor” disse il segretario “ma questo è molto male per Voi di non bere. Gli amici delle ore tristi sono pochi e il vino è il più fedele. Non bisogna trascurarlo. Mostrategli di vederlo volentieri, Vi accarezza il cuore: trattatelo male e, se un giorno ne avrete bisogno, Vi morderà.”
Silla non rispose.
Era dolce a contemplare, nello stato d’animo suo, la notte senza luna e senza stelle. Dal vallone spirava una tramontana fresca, pregna d’odor di bosco.
Erano lì da pochi minuti quando udirono a destra fra le casupole un suono cupo di molti passi, che si allargò subito all’aperto e si fermò.
“Ooh, Angiolina!” chiamò qualcuno.
Silenzio.
“Ooh, Angiolina!”
Una finestra si aperse e una voce femminile rispose:
“Che volete?”
“Niente, vogliamo. Siamo qui al caffè della valle a prendere come i signori, e vogliamo far quattro chiacchiere.”
“Maledetti ubbriaconi, è questa l’ora di far chiacchiere? Dovevate stare all’osteria a far chiacchiere.”
“Ci è troppo caldo” saltò su un altro. “Si sta meglio qui a cavallo de’ muri. Non sentite che bel freschino? Come volete fare a dormire? L’è pazzia stare a letto con questo caldo. Non è andato a letto neppure il vecchio del Palazzo stasera. Non vedete che ha ancora acceso il lume?”
“Non si vede da qui. Sarà il lume della signora donna Marina.”
“Oh adesso! Mai più. C’è bene anche quello, ma le due finestre chiare, abbasso, sono quelle dei libri. Ho mica da saperlo? Sono stato giù l’altro giorno a metterci due lastre.”
“Ci hanno ad essere de’ forestieri” disse un terzo.
“Sì, c’è un giovinotto di Milano. L’ha detto il cuoco stasera alla Cecchina. Ci deve essere per aria di combinar qualche cosa con la signora donna Marina.”
“Stia allegro chi la toglie, quella lì, che toglie un bel balocco, sì!” disse la donna. “Ha detto così la signora Giovanna alla Marta del signor curato, che hanno attaccato lite anche oggi e che lui, il vecchio, le ha sbattuto giù il libro dalla finestra, e lei allora ha fatto il demonio. La signora Giovanna tiene dal suo padrone, ma già sono matti tutti e due. Solo per il nome non la vorrei quella lì, se fossi un uomo. Ha un gran nome da strega, sapete. Malombra!”
“Oh sì, sì, come ha ragione quella donna, da strega!” disse piano Steinegge. “Questo è divertente.”
“E mica Malombra, è Crusnelli.”
“Malombra!”
“Crusnelli!”
“Malombra!”
Si riscaldavano, gridavan tutti insieme.
“Andiamo via” disse Silla.
Si alzarono e ridiscesero verso casa.
Quando giunsero in fondo al seno del Palazzo, dove faceva tanto buio che Steinegge si pentì di non aver preso seco la lanterna, saltò su nel silenzio il suono chiaro e dolce d’un piano. Rischiarò la notte. Non si vedeva nulla ma si sentivano le pareti del monte intorno alle note limpide, si sentiva, sotto, l’acqua sonora. In quel deserto l’effetto dello strumento era inesprimibile, pieno di mistero e di immaginazioni mondane. Era forse un vecchio strumento stanco, e in città, di giorno, si sarebbe disprezzata la sua voce un poco fessa e lamentevole; pure quanto pensiero esprimeva lì nella solitudine buia! Pareva una voce affaticata, assottigliata dall’anima troppo ardente. La melodia, tutta slanci e languori appassionati, era portata da un accompagnamento leggero, carezzevole, con una punta di scherzo.
“Donna Marina” disse Steinegge.
“Ah” sussurrò Silla “che musica è?”
“Ma!” rispose Steinegge “pare Don Giovanni, Voi sapete: Vieni alla finestra. Suona quasi sempre a quest’ora.”
In biblioteca non c’era più lume. “Il signor conte arrabbia adesso” disse Steinegge.
“Perché?”
“Perché non ama la musica e quella lo fa apposta.”
Silla zittì con le labbra.
“Come suona!” diss’egli.
“Suona come un maligno diavolo che abbia il vino affettuoso” pronunciò Steinegge. “Vi consiglio di non credere alla sua musica, signor.”