«Che cosa hai visto?» chiese a Eduardo che era intento a segnare degli appunti sul taccuino dopo essere riuscito a infilare lo sguardo nell’autorimessa grazie al continuo via vai degli agenti alle prese con la raccolta dei reperti.
«Mi pare di aver visto un Porsche Cayenne grigio cabrio e un Jaguar verde» gli rispose mentre si avvicinavano altri giornalisti.
«Dalle prime informazioni che abbiamo raccolto mi sembra di capire che ci siano gli elementi giusti per un buon giallo» ragionò uno del gruppo sfregandosi le mani in virtù del proverbio mors tua vita mea.
La prima tacca sulla virtuale scansione temporale venne posta da un profumino che proveniva da un’abitazione vicina. L’odore era quello tipico del ragù bolognese e si mescolava con quello sprigionato dalla carne cotta alla brace. Del resto in quella strada non mancavano gli spazi per fare una grigliata così come non difettavano le risorse per permettersi un pasto così ricco anche in un giorno feriale. Lo stomaco di Saru cominciò a richiedere la giusta attenzione e, come il suo, pure quello degli altri cronisti. L’unica non contenta era una collega fissata con la dieta vegana e quindi restia anche solo a sentir parlare di cibi e derivati animali. Un argomento che Saru, amante della buona cucina qual era, preferiva non toccare. Non riusciva a capire, infatti, come si potesse rinunciare a un arrosto di succulente costine di maiale, involtini e salsiccia magari con contorno di patate al forno o fritte dopo aver spazzolato un sostanzioso piatto di tagliatelle o tortelloni di zucca al ragù.
Finché la testa rimase ostaggio dell’omicidio e del cibo i cupi pensieri del mattino passarono in secondo piano, salvo poi riprendersi la scena improvvisamente contorcendogli lo stomaco dopo averlo messo sotto sopra con una traumatica sensazione di vuoto. Non era una piacevole situazione perché gli faceva venire meno le forze col rischio di farlo cadere da un momento all’altro. Nonostante ciò continuava a fare buon viso a cattivo gioco perché non amava catalizzare l’attenzione su di sé per situazioni così spiacevoli, nonostante fosse visibile a tutti che non era il solito burlone.
«Ti senti bene?» gli chiese una collega alla quale non sfuggirono le sue incertezze tradite dal colorito cadaverico. Doveva stare davvero male se neppure l’abbronzatura era in grado di nascondere il suo malessere.
«Stamattina mi sono limitato a un caffè e non ho fatto colazione e ora, per colpa anche di questo odore, comincio ad avvertire i morsi della fame e la relativa debolezza. Mi sa che faccio un salto al bar a mangiare qualcosa, sempre che non mi decida a bussare alla porta di chi ci sta mettendo a dura prova». Cercò di mascherare il proprio stato d’animo con un tono che gli parve risultare abbastanza convincente.
Appena rimase solo rifece il numero di Mery e per l’ennesima volta non ricevette risposta, come se lei si stesse divertendo a somministrargli gocce di cicuta per consumarlo lentamente. Ci pensò la realtà a distrarlo dai cupi pensieri perché il pubblico ministero Federico De Bellis uscì dalla villetta di Masoni e venne accerchiato dai cronisti avidi di notizie.
«Dottore, ci conferma che la vittima si chiamava Gianfranco Masoni?» gli chiese una giornalista.
«Confermo» rispose il magistrato per nulla sorpreso che la notizia avesse già cominciato a trapelare.
«Ci dice come è morto?» chiese un altro.
«Non abbiamo ancora certezze».
«Intende dire che non avete trovato alcun indizio che vi dia un’idea precisa dell’accaduto?» insistettero i cronisti.
«Esatto. In casa è tutto in ordine e a quanto pare non ci sono segni di effrazione…».
«E sul cadavere?» lo interruppe un altro ricevendo le occhiatacce dei colleghi che volevano che al prezioso interlocutore fosse lasciato il tempo necessario per parlare.
«Il cadavere presenta una ferita alla testa che dalle prime analisi sembra compatibile con una caduta accidentale».
«Dove l’avete trovato?».
«In camera da letto».
«Quale potrebbe essere la causa della morte?».
«Allo stato attuale non possiamo escludere il decesso per cause naturali ma, come vi ho già detto, è ancora presto per avere delle certezze. Dobbiamo dare al medico legale il tempo necessario per una corretta analisi delle cause. Ho disposto che vengano eseguiti l’autopsia e l’esame tossicologico e solo allora ne sapremo di più. Ora scusate ma devo andare» concluse il magistrato bloccando sul nascere altre domande e allontanandosi da flash, taccuini e telecamere non prima di avere spiegato che quegli accertamenti medici erano previsti per il pomeriggio.
In effetti non c’era molto di più a parte alcuni dettagli sul luogo del decesso che non permettevano però di catalogarlo come omicidio. Era chiaro a tutti che sarebbe stata una giornata di passione, di quelle in cui ti attacchi al telefono e chiedi al mondo intero conferme e delucidazioni per inquadrare al meglio la situazione. Che il ricco playboy fosse morto non c’erano dubbi, ma bisognava capire come. Un decesso naturale non avrebbe avuto il mordente di un omicidio, anche se i dubbi del pm facevano propendere per un assassinio. In effetti, per quanto di routine, l’esame tossicologico poteva far pensare a un avvelenamento. L’opinione dei più era che se davvero di avvelenamento si fosse trattato non poteva che essere da cocaina, Viagra o Cialis. Quindi la vicenda pareva incanalarsi sempre sulle cause naturali, a meno che qualcuno non lo avesse fatto andare in overdose. Masoni, in base al pettegolezzo dei cronisti, era morto nel bel mezzo di un festino a luci rosse durante il quale aveva assunto sostanze dopanti per dare vigore alla sua mascolinità.
«Speriamo che almeno sia deceduto contento e soddisfatto» fu il silenzioso augurio di Saru che a festini di quel genere aveva partecipato e di sostanze di quel genere ne aveva viste tracannare in dosi massicce. E non le mandavano giù solo anziani o persone di una certa età che magari potevano avere qualche problema di erezione. Più di una volta si era anche chiesto come mai non ci fosse stato un infarto o un ictus e concluse che era stata una fortuna. Infatti, non sarebbe stato facile spiegare quello che era accaduto e cosa si facesse in quei luoghi ai sanitari del 118 e alle forze dell’ordine. Una volta un’amica che lavorava al 118 si era trovata a soccorrere la vittima di un ictus da Viagra e gli aveva raccontato l’episodio lasciandolo molto perplesso: «Aveva cinquant’anni, bello, fisico asciutto, molto sportivo, davvero un gran figo – gli raccontò lei – L’ictus gli aveva paralizzato la parte destra del corpo e non riusciva a parlare. Quando lo portammo in ospedale il medico si rese subito conto di quello che gli era accaduto e con un ‘tatto esagerato’ gli chiese conferma dei suoi dubbi. Peccato che accanto al paziente ci fossero la moglie e la figlia ignare di tutto. Il medico, fatto il danno, rinsavì e lo fece accompagnare in ambulatorio dove rifece la stessa domanda in privato. Con il movimento degli occhi e la mano sinistra l’uomo confermò di aver preso due pastiglie di Viagra per fare bella figura con la nuova amante trentenne. Peccato che per fare il fenomeno si era praticamente rovinato la vita. E mi auguro per lui che la moglie non abbia avuto alcun sospetto altrimenti avrà pure corso il rischio di restare paralizzato e senza famiglia». Mentre rifletteva su quell’episodio uscì dall’abitazione il medico legale, una donna che da poco era stata aggiunta alla lista dei consulenti della Procura. Nonostante la giovane età aveva capito come funzionava il cosiddetto circo mediatico e lo gestiva abbastanza bene. Dosava adeguatamente il bastone e la carota, parlava quando c’era la possibilità e taceva quando invece c’era il rischio di fare e subire danni.
«Mi dispiace ma in questo momento non sono in grado di dirvi molto» spiegò accerchiata dai giornalisti che ne avevano attirato l’attenzione. Aveva acconsentito a parlare con loro nonostante alcuni poliziotti, non proprio ben disposti con la stampa, avessero tentato di tenerla lontana e di farla salire immediatamente sull’auto di servizio per accompagnarla all’obitorio. Si allontanò col sorriso sulle labbra non prima di aver fatto un cenno positivo a uno dei giornalisti che con la mano destra aveva mimato un ‘più tardi ti chiamo’.
Nel gruppo, come spesso accade in situazioni del genere, c’erano infatti colleghi che non facevano spesso il giro della nera e della giudiziaria. Pertanto, non conoscendo quanto fosse importante e delicata la salvaguardia delle fonti in quei settori, non venivano messi al corrente dei contatti che avevano i veterani del giro. Dunque era normale che certe cose o taluni particolari non emergessero in quei frangenti ma dopo, al riparo da orecchie e occhi indiscreti o pericolosi per l’equilibrio sempre precario tra fonti e giornalisti. Stabilito che l’orario presunto della morte e una causa più o meno convincente si sarebbero saputi dopo, restava da fare il colore.
A quel punto occorreva chiamare gli amici del 113 o della Squadra mobile per farsi raccontare o confermare i dettagli: dove e come si trovava il cadavere, se fosse nudo o vestito, se in casa fosse davvero tutto in ordine o meno, se fossero stati trovati indizi che potessero far pensare a un omicidio piuttosto che a un decesso da trattare in via amministrativa come avveniva per le morti naturali. Bisognava altresì capire che tipo di mobili ci fossero, se in casa si respirasse atmosfera di abbandono o di lusso, se ci fosse o meno il tocco di una donna, se fossero stati trovati giochini sessuali oppure no, se ci fossero droga o pastiglie di integratori sessuali. Ogni cronista aveva i suoi amici tra le forze dell’ordine per acquisire questo tipo di informazioni e al rientro nelle rispettive redazioni tutti cominciarono il giro delle telefonate.
«Hai due minuti per qualche chiarimento o sei impegnato?» chiese Saru a un amico della Squadra mobile che poco prima aveva visto al lavoro in via Zambrini. Il poliziotto in quel frangente non avrebbe parlato neppure con sua madre. Ma siccome al cronista teneva molto, non fosse che per le tante cortesie ricevute in passato, gli concesse qualche istante della propria stracolma esistenza.
«Spara tutte le domande ora perché non so se dopo avrò tempo e voglia di risponderti. Suppongo immaginerai il casino che abbiamo in ufficio» gli disse l’investigatore. Non ebbe conferme su eventuali particolari piccanti relativi alla vita della vittima, forse perché era troppo presto e non c’era stato il tempo di scavare a fondo. La fonte gli confermò però che nella villa si respiravano e si palpavano l’odore e i colori del lusso.
«Una casa, che dico? Una villa arredata con estremo gusto e ricerca del particolare. Per terra c’è il parquet e alle pareti quadri originali di grandi pittori. Ho riconosciuto alcuni Dalì e qualche Picasso oltre a un De Chirico. Pensavo fossero delle copie ma la collega, che se ne intende più di me, mi ha detto che è tutto rigorosamente originale. Nell’enorme salone c’è un grandissimo tavolo in cristallo sormontato da un altrettanto enorme lampadario dello stesso materiale con l’anima in oro. Ovunque ci sono tappeti di pregio e nei cassetti solo posate d’argento. Ti assicuro che mi sono sentito molto povero a girare per quella reggia» raccontò il poliziotto.
«Quadri originali e costosi appesi alle pareti senza alcuna precauzione contro i ladri? Siete sicuri di quello che avete visto?» si sincerò il cronista.
«La collega dice di sì; magari avrà avuto l’assicurazione» ragionò il poliziotto.
«Ho capito, ma se le cose di valore non le proteggi anche l’assicurazione non è che poi ne risponda».
«Cosa vuoi che ti dica? L’allarme comunque c’è» insistette l’investigatore.
«Che voi sappiate viveva solo?».
«Pare che tenesse molto alla privacy per cui non aveva domestici che abitavano con lui. Aveva una donna di servizio che andava in tarda mattinata e si fermava in villa il tempo necessario a mettere a posto. Ogni tanto gli cucinava qualcosa, anche se per lo più Masoni frequentava locali di prestigio sia per il pranzo che per la cena. È stata lei a trovarlo morto questa mattina e a chiamare il 113».
«Italiana o straniera?».
«Una signora bolognese sui sessant’anni».
«L’avete già sentita?».
«La stanno sentendo ora i colleghi nell’altro ufficio. Se saprò qualcosa ti farò sapere io, giusto per anticipare la prossima probabile domanda».
«Visto che si è sparsa la voce che organizzasse festini a luci rosse, avete per caso trovato qualcosa che possa corroborare questa ipotesi? Che ne so, giochini, droga, Viagra?».
«A me questa voce non risulta e comunque per adesso non abbiamo trovato niente di piccante. Ora devo chiudere perché ho da fare, eventualmente ci sentiamo più tardi, se dovesse emergere qualche altra cosa» gli disse il poliziotto interrompendo la comunicazione.
I capi erano eccitati da questa notizia e ovviamente il loro via vai alla scrivania di Saru era continuo per sapere se ci fossero novità. Cercavano soprattutto particolari piccanti in grado di stuzzicare il voyeurismo dei lettori e probabilmente anche il loro.