Capitolo 6 — L'acqua fredda delle verità

821 Parole
Credo di aver dormito, sì, ma non davvero, non come si dorme quando si è sereni o ci si riprende. Ho dormito perché il mio corpo non ce la faceva più, tutto qui. Come un animale ferito che si spegne a poco a poco in un angolo. Distesa sul duro divano, coperta da una vecchia coperta che sa di umido, le gambe rannicchiate, sono sprofondata, la bocca secca, le lacrime coagulate agli angoli degli occhi. Nessun sogno, nessuna tregua. Solo quella presenza costante alle tempie: il rumore del loro piacere. Nella mia camera, i loro gemiti e il letto che scricchiola. I rantoli e le insulti sessuali che schioccano come frustate. "Più forte." "Vedi, lei non sa nemmeno fare questo." "La mia vera moglie sei tu." Non mi turo le orecchie. Li ascolto, fino alla fine, fino alla nausea, fino a intontirmi. Non piango più, sarebbe troppo indegno. Ho solo voglia di sparire. Mi sono chiesta, distesa lì, se avessi una parte di responsabilità. Se fossi responsabile di aver lasciato che il dolore si installasse senza mai disturbarlo. Se avessi, in qualche modo, autorizzato gli altri a calpestarmi in silenzio. Forse, forse sono stata troppo docile, troppo gentile, troppo trasparente. Ma non stamattina. Il mattino non mi ha svegliata dolcemente. Mi ha sventrato. Faccio appena in tempo a sollevare la testa che la porta sbatte. Una sagoma si precipita verso di me. La madre di mio marito arriva con i suoi tacchi e il suo profumo insistente, è arrabbiata senza che io sappia perché. — Sei ancora lì, sporca mendicante? Voglio rispondere, ma la gola è secca. Non sono pronta. Il mio corpo è ancora a pezzi. — Non hai capito niente, eh? E un secchio intero d'acqua gelata mi arriva dritto in faccia. Il mio cuore salta un battito. Mi strozzo. Respiro a fatica. Mi aggrappo al divano per non cadere. I miei capelli si attaccano alla pelle, il mio pigiama diventa un sudario freddo. La stanza puzza di sapone economico, umiliazione e vendetta. Lei mi guarda dall'alto. — Sono tre anni che sogno questo momento. Tre anni che sopporto la tua faccia triste, la tua mancanza di classe, la tua cucina insipida, il tuo ventre vuoto. Ah, scusa, ora è pieno? Ride crudelmente. — Credi che un bambino cambierà qualcosa? Nemmeno il tuo bambino merita di avere uno straccio come madre. Stringo i pugni. Voglio urlare. Ma non ho nemmeno più quello. — Raccogli i tuoi stracci e sparisci. Sei finita. Sei FUORI. Nemmeno tuo marito ti vuole più. Me l'ha detto ieri sera mentre scopava TUA SORELLA. E sai cosa? Lei, almeno, non urla come un cadavere. Mi getta il secchio vuoto ai piedi. L'acqua scorre lentamente sotto il divano. Sono zuppa e tremo di rabbia. Mi alzo un po' troppo in fretta. Mi gira la testa. Mi aggrappo al muro per non cadere. Salgo di sopra come una ladra. Prendo la borsa. Qualche vestito. Un paio di mutande pulite e il telefono, nient'altro. Dimentico i miei gioielli, i miei libri, i miei ricordi. Dimentico la mia vita. Incrocio lo specchio del corridoio. Mi ci fermo, mi guardo e non mi riconosco. Capelli in disordine, occhi rossi con occhiaie profonde. Assomiglio a un'estranea. Un'estranea che hanno sporcato, che hanno sfigurato a colpi di indifferenza e tradimento. Passo davanti alla nostra camera, la porta è socchiusa. Do un'occhiata, mia sorella dorme, nuda, su mio marito. Lui ha ancora la fede. Lei ha ancora il mio profumo sulla pelle. Dormono. Ridono quasi nel sonno. Sono così sereni. E io sono il fantasma. Scendo. Non sbatto la porta. Non merito nemmeno questo fracasso. Fuori, la pioggia mi frusta. Un acquerello beffardo, continuo, come se anche il cielo volesse umiliarmi un'ultima volta. Non so dove andare. Cammino senza sapere dove. A piedi nudi, i vestiti bagnati. Ho freddo, ho fame, ho paura. E all'improvviso… mi fermo. Tiro fuori il biglietto dalla tasca: Il biglietto da visita. La sua iniziale e il suo numero. L'uomo del bar. Lo sconosciuto dagli occhi calmi. Quello a cui ho raccontato tutto. Quello che mi ha ascoltata. Quello che, nella mia notte più buia, ha acceso una candela. Fisso il biglietto. Trema, il mio pollice esita. Poi apro il telefono. Digito il numero. Il mio dito rimane sospeso un secondo. E premo Chiama. Una squillo, due, tre. — Sì? La sua voce è posata, chiara, un respiro d'inverno. Deglutisco. Chiudo gli occhi. E parlo. — Sono Gracias. Silenzio, poi, più dolcemente: — Ti ascolto. Stringo il telefono all'orecchio come si stringe una mano. Respiro, una volta, due volte: — Accetto. Silenzio. — Il patto, io... la tua proposta. Quello che vuoi. Lo faccio. Lui non risponde subito. Non mi chiede nulla. Non ride. Non pone condizioni. Poi, semplicemente: — Dammi il tuo indirizzo. Vengo a prenderti. E per la prima volta da molto tempo, sento qualcosa risalire in gola, non sono lacrime, un respiro. Forse un inizio.
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