Capitolo 7 — Lì dove la strada comincia

1129 Parole
Non so più bene se ho davvero sentito la sua voce dire "vengo a prenderti", o se è la mia mente esausta che ha ricamato quella frase come una boa, un ultimo filo agganciato all'interno della mia gabbia toracica pronta a cedere, ma qualche minuto dopo, il telefono vibra nel mio palmo gelato e le mie dita incollate d'acqua e notte. SMS: "Sono lì tra venti minuti. Non muoverti. Resta visibile. Sono in macchina grigia." Resta visibile. Queste due parole mi bruciano quanto la pioggia che mi divora le ossa, perché non so più come si fa quella cosa, essere visibile, esistere, stare in piedi nello sguardo di un altro senza scomparire subito nell'imbarazzo o nella vergogna, allora mi schiaccio contro un portico anonimo, quello di un palazzo sporco con la soglia screpolata, e aspetto, le braccia strette intorno a me, il cuore in gola, le gambe come due paletti gelati sotto questo pigiama che pesa il peso di un naufragio. La città non mi appartiene più, è diventata quella bestia immensa e straniera che mi sputa in faccia e di cui non ho più nemmeno i codici, sono nuda, non solo di vestiti ma di punti di riferimento, di riparo, di nome, e tutto quello che posso fare è aspettare questo momento che forse arriverà, o forse no, con quella paura assurda che abbia cambiato idea, che mi lasci lì, piantata, ridicola, davanti al mondo intero. Eppure lui viene. Una macchina grigia dai vetri oscurati rallenta, si ferma dolcemente, senza clacson, senza bruscheria, come se anche il silenzio potesse curare, poi lo sportello si apre, ed è lui, quell'uomo dalla voce tranquilla, dalla presenza densa, quello che non mi ha promesso nulla ma la cui ombra mi ha tenuta in piedi tutta la notte. Scende dalla macchina, lentamente, senza pressarmi, senza valutarmi, e il suo cappotto di lana perfettamente tagliato, la sua camicia leggermente aperta su un maglione di cashmere blu notte, il suo orologio discreto ma visivamente costosissimo, tutto in lui parla di eleganza silenziosa, di un mondo da cui sono esclusa ma che questa sera, mi apre lo sportello, senza esigenze, senza biglietto, senza prezzo. I suoi occhi si soffermano su di me, sui miei capelli gocciolanti, le mie braccia ripiegate, la mia pelle troppo pallida, il mio pigiama che si attacca ai fianchi come un insulto, ma lui non dice nulla, nemmeno una parola, solo una contrazione della mascella, quasi impercettibile, come se assorbisse il mio dolore senza esporlo. — Gracias, dice. E il mio nome non è mai suonato così dolcemente, così lentamente, così umanamente, non lo storce, non lo vomita, non lo strappa per farmi male, me lo restituisce, me lo ridà intero, come un nome che avrebbe ancora un posto in questo mondo. Salgo senza discutere. L'interno della macchina è tiepido, vasto, silenzioso, sa di menta piperita, di cuoio nuovo, di un profumo legnoso che non viene da un supermercato ma da quelle profumerie che non ho mai osato varcare, e mi infondo nel sedile di cuoio morbido, la mia schiena si rilassa, anche i miei nervi, le mie dita non mollano la coperta che lui mi porge come si dà una bandiera bianca a qualcuno che non sa più combattere. Avvia senza precipitazione, le mani posate sul volante come se fosse già tutto sotto controllo, e non posso fare a meno di guardarlo con la coda dell'occhio, quel viso calmo, quella pelle appena segnata dal tempo, quei tratti tesi ma dignitosi, la mascella volitiva, l'eleganza dell'uomo che non deve nulla a nessuno ma che sceglie, stasera, di fare inversione per un'estranea in rovina. — Mi dispiace, finisce per dire. Giro la testa. — Per cosa? Inspira leggermente. — Per quello che ti hanno fatto, anche se non ti conosco, anche se non sono responsabile, mi dispiace che qualcuno abbia creduto che meritassi di essere distrutta a questo punto. Stringo i denti, i miei occhi mi bruciano, ma lui non ha cercato di consolarmi, solo di dire ciò che doveva essere detto, con quella voce grave, posata, quasi lenta, una voce che non cerca di convincere ma di esistere vicino a me, per me. — Non sei obbligato a dirlo, mormoro. — Lo so. Si guida ancora, la città diventa meno densa, meno aggressiva, i palazzi lasciano il posto alle ville, poi ai boschi, ai lampioni distanziati, ai grandi viali privati, e capisco che lui non vive come gli altri, che si è ritirato volontariamente da un mondo che urla troppo, che ha scelto la distanza, il calma, la solidità, quel genere di solitudine controllata che solo gli uomini troppo feriti sanno coltivare. — Ti porto a casa mia, dice, come si dice ti tendo la mano, potrai lavarti, mangiare, dormire, nient'altro è richiesto. — E dopo? Mi guarda brevemente. — Dopo, farai quello che vuoi. Sei tu che decidi. Sei libera. Libera, una parola che credevo dimenticata. Abbasso gli occhi sulle mie gambe nude, vergognose. Lui prende una coperta supplementare dal bagagliaio a un semaforo rosso. Le sue dita sfiorano le mie. È caldo. Stabile. Lo ringrazio a malapena. Poi la macchina si imbocca in un viale fiancheggiato da grandi alberi neri, da pietre antiche, e alla fine, una casa, grande senza essere fredda, elegante senza essere arrogante, fatta di pietra chiara, di legno scuro, di un'architettura moderna mescolata all'antico, un rifugio pensato, costruito, abitato da qualcuno che conosce il peso del silenzio. Lui scende, mi apre lo sportello, mi lascia scendere. Barcollo un po', lui tende la mano ma non mi tocca ancora. Mi lascia quella dignità. L'interno della casa è ancora più vasto di quanto immaginassi, il pavimento in legno scuro brilla dolcemente, opere d'arte alle pareti, tappeti spessi, un camino dove crepita un fuoco discreto, un odore di caffè e lavanda, intere biblioteche piene di libri antichi, tutto è al suo posto, tutto è bello, ma nulla è urlato, e capisco che sono appena entrata in un mondo che non ha bisogno di urlare di essere ricco per esserlo. Rimango ferma nell'ingresso, zuppa, esausta, rannicchiata sotto la mia coperta. Lui mi indica una porta a destra. — Il bagno è lì. Prenditi tutto il tempo che vuoi. Ci sono asciugamani puliti, ti trovo dei vestiti asciutti. Non salgo. Ti aspetto qui. Non verrà nessuno. Lo guardo. Lui sorride. Non il sorriso di un uomo soddisfatto della sua buona azione. No, un sorriso stanco, un po' rovinato, di quelli che si danno quando si è già portato il proprio caos, e si riconosce quello degli altri. Chiudo la porta dietro di me. E esalo. Per la prima volta. Non perché sto bene. Ma perché non sono più in pericolo immediato. Perché sono in un posto dove nulla urla. E forse, solo forse, un posto dove posso iniziare a ricompormi.
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