La giocatrice
I.
Con un semplicissimo ragionamento, e chiarissimo, Gianni Limosa avrebbe dovuto convincersi che il suo affetto non escluderebbe mai dal cuore di Claudia Verbani l'affetto delle carte; che Claudia giocatrice - eppure così bella, così giovane, così vedova! - non aveva, nè avrebbe mai più, tempo, voglia, affanni d'amore.
Il ragionamento chiarissimo e semplicissimo sarebbe dovuto esser questo: L'uomo può dedicarsi con le sue energie a più vizi in una volta; dove la donna, con le energie sue, non si dà quasi sempre che a uno solo, e con l'anima sua in uno solo raccoglie, smarrisce tutta sè stessa. Ma ogni vizio è una passione; e come, da che mondo è mondo, la donna ebbe taccia d'incostante in amore, l'amore per la donna o non è una passione, e quindi non è un vizio, o tutt'al più è passione non intensa e profonda quanto un vizio: per esempio, il gioco.
Se non che Limosa invece d'essere un filosofo era uno sportman innamorato; perciò non è meraviglia ragionasse, o meglio, sragionasse così: «Questa donna, che è una signora eccezionale, io l'amo alla follia e con buone intenzioni: per forza; perchè è onesta; e la sposerei anche. Disgraziatamente essa non mi ama perchè ha un vizio. Un vizio? Sì: come Luisella la mia puledra.... Luisella adombrava al passaggio del treno o d'una bicicletta, e balzava o scappava o voltava indietro; sudava tutta; tremava; e guai se gliel'avessi data vinta! Io, traendola alla ferrovia e facendola sorprendere incontro, dietro o di fianco, con una bicicletta, e intanto frenandola e frustandola a mio modo, l'ho domata che è diventata un'agnellina. Ma Luisella è una cavalla, e Claudia una signora. Per questa dunque mi atterrò a un metodo affatto contrario.»
Ora, la fallacia del ragionamento apparisce manifesta nel credere che per essere Luisella una bestia e Claudia una donna, l'una ragionevole e l'altra no, patissero o peccassero in modo affatto contrario e bisognassero di opposti rimedi.
Ma, salvo il rispetto, in una qualità almeno rassomigliavano: che eran femmine ambedue.
II.
Gianni Limosa aveva molti meriti: capelli neri a spazzola; barba corta all'inglese; abiti che rivelavano il tipo, quasi scomparso ai nostri giorni, del gentiluomo campagnolo, ma abiti di stoffa costosa e di bella fattura; muscoli temprati agli esercizi del corpo; un naturale buon umore e bastevole intelligenza e cultura perchè egli non si confondesse in conversazione alcuna. Dei contadini, fra cui viveva otto o nove mesi dell'anno senza orgoglio e senza abbassarsi troppo, o degli amici e delle amiche che trovava ai campi di corse, chi mai se lo sarebbe imaginato timido e trepidante? Bisognava vederlo tirare ai piccioni! saltar le siepi! guidare Luisella!
Però egli meritava anche scusa, tant'era graziosa e sagace quella signora Claudia; con certi modi ingenui e volontari da far girar la testa a ben altri che a uno sportman non filosofo! Nè Claudia stentò molto a introdurre il povero Gianni in un dialogo per cui egli credè meglio finirla e confessarsi innamorato cotto.
- Sissignora! Io sono un uomo alla buona, franco, robusto, sano. Non leggo romanzi, io! E non avrei mai creduto d'innamorarmi fino a questo punto.
- Di chi?
- Oh bella! Di lei!
Gianni rispose con voce un po' aspra, perchè il cuore gli picchiava il petto; e con la sinistra accomodava la barba, mentre Claudia, niente affatto meravigliata, restava con la testa appoggiata al divano mostrandogli, senza volere, la bianca gola e sorridendo d'un'ironia lieve, non priva d'indulgenza.
- Povero Limosa! - ella disse poi. - Non conosce neppur tutta la gravità del suo malanno! Perchè, scusi, se non è sano chi legge romanzi, non sarà sano neppure chi è innamorato come nei romanzi e come dice di essere lei.
Egli mormorò:
- Già, mi contraddico; non capisco più nulla!... Tanto più che io amo non da eroe, ma da onest'uomo; disposto a qualunque sacrificio.
- Bravo! E quale sarebbe il sacrificio più grande?
- ....Rinunciare alla mia libertà!
Il modo con cui fece l'offerta e il tono che aveva imposto alle parole un peso maggiore a quello stesso ch'egli v'attribuiva, ottennero dalla signora una risata schietta.
- Dio mio! Ma il sacrificio della propria libertà è il più piccolo, il più semplice, il più naturale per l'amore, cioè per il matrimonio! È necessario; se no, il matrimonio non sarebbe un legame!
- Ebbene - disse rosso in volto Limosa - , io farò di più: rinuncerò ai cavalli, alla caccia, alla campagna; andrò nel bel mondo; leggerò dei romanzi; cercherò duelli; farò della politica; ascolterò concerti wagneriani; ballerò la season....
- Inutile, povero Limosa!
- Perchè lei non mi amerà mai? mai?
Che impeto nella dimanda! che passione, che disperazione nel secondo «mai!»
Allora Claudia abbassò il capo, coprendosi la faccia con le mani, ascoltandosi e riflettendo; indi scosse il capo a viso scoperto.
- Io - disse - potrei rinunciare a tutto: ai cavalli, al mondo, ai romanzi, ai concerti, alla season....; a tutto, fuorchè alla mia libertà!
- Come? - esclamò pieno di gioia Limosa, dopo aver riflettuto anche lui. - Voi, dunque?... Voi..., lei.... Amandomi lei non rinuncerebbe alla sua, alla nostra libertà? Voglio dire che se poteste non rinunciare alla vostra libertà, voi forse...?
Non solo Claudia, ma nessun altro ci avrebbe capito nulla; o avrebbe capito che il cervello a quell'infelice gli aveva dato la volta.
Tuttavia la signora strinse le ciglia quasi dubitasse d'un'offesa e attendesse un opportuno schiarimento.
- Sì! - egli dichiarò. - Non son io che lei odia; non è l'amore che lei odia: è il matrimonio!
E pareva aggiungere: «Quando tutto l'ostacolo stesse qui, non ci vedrei tante difficoltà a superarlo.»
Ma la signora con voce e attitudine convenevoli alle parole, eppure quasi benigna:
- Io non odio nulla e nessuno, amico mio; solo, non ho voglia d'amare, perchè più mi piace viver libera; nè una donna come me intenderebbe l'amore senza il sacrificio assoluto e.... legale della propria libertà. Chiaro?
A ogni parola la faccia di Limosa era andata acquistando una linea di mestizia; sicchè all'ultima rassomigliava, lui, a Iacopo Ortis, ma in barba corta all'inglese.
- ....Perciò, amico mio..., lasciate.... (dolcemente ella cedette al voi).... lasciate questo discorso; e piuttosto facciamo una partita a scopa.
Il naso sul mento e il mento sul petto, Gianni, quando rispose, disse con un sospiro che venne fuori dal broncio:
- Non conosco le carte!
- Nemmeno avete imparato a conoscerle? - ella domandò tra compassionevole e ironica, secondo la sua usanza.
Allora egli proruppe:
- Per l'addietro vi dicevo: non so giocare; oggi, signora, vi dico: nemmeno conosco le carte! e me ne vanto!
- Oh oh!... Ma dunque che fate assistendo alle nostre partite? a che pensate?
La passione lo rese eloquente e furente.
- A voi penso! Io vi guardo; vi studio; vi esamino; vi giudico; entro in voi; scappo disperato; mi perdo.... Oh che martirio amarvi e vedervi con le carte in mano! Un supplizio! Diventate cattiva e debole; perfida con chi vince; lusinghiera con chi vi fa vincere....
- Limosa!
- Quante volte soffro io più di voi a vedervi palpitante, tremante, pallida in attesa d'un colpo di fortuna! Quante volte vi ho sorpresa con occhi pieni di fiamma interrogare, invitare, accarezzare un compagno più brutto del demonio! Quante volte ho dovuto augurarmi d'essere io il re bello, che vi rallegrava, o l'asso di bastoni o il bagattino!
- O l'angelo, o il diavolo, bugiardo che siete! - esclamò giuliva la signora. - Conoscete fino i tarocchi!
Ma l'altro seguitava a infuriarsi:
- Quante volte ho pianto, ho quasi pianto a vedervi consumare in tal modo gioventù, bellezza, salute, intelligenza, anima! Ma io che vi amo tanto, io giudico che anche questa è una colpa, perchè è questo esecrabile vizio, questa obbrobriosa catena che v'impedisce di amare e di rinunciare alla vostra libertà. Vergogna!
A questo punto Gianni s'aspettava che ella rispondesse un «grazie» per canzonatura, o che inferocita lo mettesse alla porta; tanta foga egli aveva data all'invettiva. Al contrario, fredda e severa, Claudia parlò:
- Il vostro rimprovero è ingiusto. Non mi offende: mi affligge; e non vi perdonerei se non vi credessi innamorato perbene e troppo inesperto nell'amore onesto.
Bel colpo!; che Gianni ricevette senza ribattere.
- Sapete voi perchè gioco? - ella continuava.
Cosa poteva saper lui, che non sapeva neanche perchè si fosse innamorato così?
- ....Gioco perchè l'alcoolismo in una donna è turpe; perchè se sono religiosa, non sono bigotta, non ipocrita nè egoista; perchè (e qui la bella voce s'inteneriva), perchè quando mio marito m'ebbe abbandonata sola al mondo, io, che l'amavo perbene, non gli sarei sopravvissuta e mi sarei lasciata struggere dal dolore se non avessi trovato scampo e consolazione in una passione onesta. Inebriarmi? Schiodar Cristi? Mai! Il mio Vittorio m'aveva insegnato lui il faraone, il macao, il tresette, i tarocchi, la scopa! ... - E sgorgarono le lagrime; piovvero lagrime sul fazzoletto.
- Perdono, perdono! - scongiurava Limosa, pari a un eroe da romanzo, afferrandole una mano e coprendola di baci; mentre si chiedeva: Debbo mettermi in ginocchio?»
- ....Perdonatemi! - riprese. - La colpa è proprio della mia inesperienza! Se io fossi avvezzo a innamorarmi, non invidierei le carte e non desidererei per me quel che date a loro; mi negherei il diritto di ingelosire; riconoscerei il mio torto di amarvi tanto; mi persuaderei ch'è pazzia voler persuadere una donna che.... che.... Mi fate impazzire! Parola d'onore, impazzisco!
In fatti si stringeva il capo tra le mani. Onde, al suo solito modo, Claudia un po' s'affliggeva e un po' godeva.
- Allontanatevi, amico - ella consigliò buona buona. - Guarirete.
- Allontanarmi? Ma se per venire dalla mia villa alla vostra non ho cavallo che corra abbastanza! Se fin Luisella mi sembra una tartaruga!
- Distraetevi.
- Già, mi distrarrò! - egli disse alzandosi e sospirando. - Mi distrarrà o il vino, o la religione, o.... una rivoltella!
- Limosa! Gianni! - gridò impaurita la signora trattenendolo. - Che discorsi sono questi? Fermatevi, Gianni, per carità!
Egli la guardava tra minaccioso e meravigliato che ci fosse da spaventarsi in quella maniera. Finchè lasciò trarsi per il braccio, dolcemente.... Dove?... A un tavolino.
- Sedete! Ubbidite!
Ubbidì.
- Ora - ella conchiuse ridente, bellissima - v'insegnerò io, signorino, come si gioca a scopa!
III.
Ma studiando indefessamente, sin quasi ad ammalare di neurastenia, otto giorni dopo Gianni aveva imparato anche gli altri giochi d'ingegno e d'azzardo che appassionavano la signora Verbani, e s'era deliberato a questi termini: «O io rovinerò lei, o lei me; e verrà il giorno che, per rimorso, o per gratitudine, o per necessità, Claudia maledirà le carte e un prete benedirà il nostro amore.»
Con Luisella, la puledra, Gianni Limosa non sarebbe venuto mai a un tal patto:
«io accopperò te; o tu, me.»
Intanto gli amici vecchi e brontoloni, che dalle ville intorno si recavano dalla Verbani per le partite diurne e notturne, cedettero ogni primato al nuovo competitore e, invidiando, assistettero ai singolari certami per cui boni da cento lire sostituirono nelle poste quelli da dieci. Benevola, pur troppo, e d'accordo col proverbio ( fortunato in amor.... ) la fortuna assisteva Gianni Limosa, a cui sarebbe parso meglio rovinarsi; poichè vincendo temeva guadagnarsi anche l'antipatia della signora. E alle occhiate di sfida e di corruccio sempre rispondeva con occhiate dimesse, a rassegnazione e a doglianza, come a ripetere: «Io v'amo!» Ella aveva talvolta sorrisi di scherno e lampi d'odio. Ma poscia la fortuna si stancò di favorire chi non la curava, anzi l'incolpava di danni; e Claudia vinse; vinse tanto, in poche settimane, che la somma, sebbene profusa in beneficenza, scandalizzò la compagnia e il mondo intorno.
Godeva Gianni di quelle voci avverse; ne accrebbe la gravità vendendo, quasi per bisogno, due cavalli; inoltre un giorno, senza bisogno, chiese quattrini in prestito a uno di quegli amici ostili. Repugnanza e rimorso non tardarono quindi ad abbattere la gentile colpevole, e le partite a scopa moderate a poche lire tornavano alla memoria di lei come, dopo il fallo, il bene della virtù perduta. Ah retrocedere! Ah limitarsi alle pure briscole!
Ma Gianni, ch'era sano, robusto e caparbio, procedeva nelle scope, e peggio.
- Quest'inverno vado a Montecarlo - le disse un giorno.
- Non voglio! - ella esclamò. - La roulette è stupida.
Ah sì? Egli tacque dicendo press'a poco con gli occhi:
«La roulette è stupida? E la briscola no? e il macao? e la scopa? e la bestia? e io? e voi? Non comprendete dunque il vostro lungo delitto? il mio lento suicidio? Non potremmo fare qualche altra cosa di meglio?»
Seguì un giorno nuvoloso; di un nuvolo coerente e indifferente, in quella tinta grigia, di latta, onde par greve sino la luce; e solo, a quando a quando, snebbiava un po' di pioggia; minuta, silente, inutile pioggia. Mortificate, le piante del giardino non muovevan foglia; senza tremito eran le frange degli abeti; senza voci gli alberi e il tetto; senza volo gli uccelli; senz'anima la vita; senza vita l'universo; senza l'universo.... Una giornata insomma o da briscola o da suicidio. Ebbene, chi lo crederebbe?...