II. DentroPresi nota e, per così dire, fotografai con la mente ogni dettaglio della casa, avvertendo una sorta di percezione extrasensoriale. Per un momento, la vista mi si annebbiò e non vidi nulla. Poi invece misi a fuoco ogni cosa, con una chiarezza sorprendente.
Prima di tutto, la finestra aperta. La fissai, rendendomi conto che mi mancava il respiro. Era così vicina; così a portata di mano! Dovevo solo allungare il braccio per toccarla. E, una volta infilata la mano, almeno quella sarebbe stata risparmiata dalla pioggia incessante. Come pioveva! I miei abiti leggeri erano fradici di pioggia ed ero bagnato fino alla pelle. Battevo i denti e l’umidità mi stava sciogliendo le ossa!
E l’interno di quella casa doveva essere così caldo, così asciutto!
Non c’era un’anima in giro. Non si vedevano esseri umani. Rimasi in ascolto. Non sentivo alcun suono. Ero solo in balìa di quella notte inclemente. Di tutte le creature di Dio, ero l’unico che non aveva trovato rifugio dalle cascate che Lui aveva precipitato dal cielo. Nessuno poteva vedermi; nessuno si interessava a me. Non dovevo temere in questo senso.
Forse la casa era vuota; anzi, era probabile. Era mio dovere bussare alla porta, svegliare gli abitanti della casa e richiamare la loro attenzione sulla loro imprudenza. La loro minima ricompensa sarebbe stata comunque un sollievo per me. Ma se la casa era vuota, a cosa sarebbe servito bussare? Avrei fatto rumore inutile, forse avrei svegliato i vicini. Oppure, se anche la casa fosse stata abitata, quella gente avrebbe potuto anche non ricompensare il mio gesto. Avevo imparato a mie spese l’ingratitudine altrui. Avrei potuto chiudere quella finestra, quella finestra invitante, tentatrice, così utile, senza ottenere nulla e sarei rimasto ancora senza soldi, disperato, affamato, al freddo e alla pioggia. In quella situazione mi sarei detto, ma troppo tardi, che mi ero comportato da stupido. E avrei avuto ragione. Davvero ragione!
Sporgendomi sul muretto basso, vidi che potevo infilare la mano in casa con molta facilità. Com’era caldo l’interno della casa! Potevo sentire la differenza di temperatura sulla punta delle dita. Con calma andai verso destra, lungo il muretto. Una sola persona poteva stare tra la finestra e il muro. Il terreno sembrava asfaltato. Chinandomi, guardai dall’apertura. Non riuscii a vedere nulla. All’interno era molto buio. La persiana era socchiusa. Sembrava incredibile che qualcuno si trovasse in casa e che se ne fosse andato a letto lasciando la persiana aperta e la finestra sollevata. Tesi l’orecchio. Che silenzio! Senza dubbio la casa era vuota.
Decisi di sollevare il vetro di un paio di centimetri, per guardare meglio all’interno.
Se mi avesse visto qualcuno, avrei potuto descrivere la situazione reale, spiegando che intendevo dare l’allarme agli abitanti della casa.
Dovevo solo muovermi con cautela. Con un tempo così umido era probabile che il legno della finestra scricchiolasse.
Invece non lo fece. Si alzò senza il minimo rumore, come se fosse stato appena oliato. La silenziosità con cui scorreva la finestra mi spinse ad alzarla più di quello che avevo deciso all’inizio. A dire la verità, la sollevai completamente. Neppure uno scricchiolio mi tradì. Poi, sporgendomi dal davanzale, infilai la testa e il busto all’interno. Non accadde nulla. Non vedevo niente. Nulla.
Per quel che vedevo la stanza era vuota e non ammobiliata. A dire la verità, cominciai a pensare a questa opportunità. Forse ero capitato in una casa disabitata. Nel buio, non vidi nulla che potesse suggerire il contrario. Cosa dovevo fare?
Ebbene, se la casa era vuota, la mia intrusione in cerca di riparo non avrebbe forse avuto una giustificazione morale, se non legale? Chi, con un cuore che gli batteva in petto, avrebbe potuto negarmi un rifugio? Nemmeno il padrone di casa più puntiglioso. Sollevandomi con l’aiuto della persiana, infilai una gamba nella casa.
In quel momento mi resi conto che la stanza, in ogni caso, non era priva di mobili. Sul pavimento c’era un tappeto. Ai vecchi tempi anche i miei piedi avevano comminato sui tappeti. Li conoscevo bene ma non avevo mai calpestato un tappeto più soffice di questo. Perfino in quel momento mi ricordai del terreno di Richmond Park. Per i miei poveri piedi distrutti era un lusso sfrenato dopo quella strada fangosa e piena di buche. Ora che mi ero accertato del fatto che la stanza non era priva di mobilio, dovevo scappare? O dovevo continuare nella mia ricerca? Mi colse un insano desiderio di spogliarmi e di accasciarmi su quel morbido tappeto, per dormire. Ma avevo fame… una fame tremenda. Non potevo resistere ancora senza mangiare!
Feci un paio di passi avanti, con le braccia tese per paura di inciampare in qualche oggetto invisibile al buio. Dopo aver fatto tre o quattro passi in questo modo, senza incontrare nemmeno un ostacolo, anzi, senza incontrare nulla, cominciai a desiderare di non aver mai trovato quella casa, di averla oltrepassata senza vedere quella finestra, di essere al sicuro all’esterno. All’improvviso mi resi conto che nella stanza c’era qualcosa. Nessun elemento concreto mi dava questa sensazione. Forse le mie facoltà erano particolarmente eccitate ma, all’improvviso, mi resi conto che c’era qualcosa. E inoltre provavo l’orrenda sensazione di essere visto, anche se non potevo scorgere niente; mi sembrava che ogni mio movimento fosse spiato.
Non potevo dire di cosa si trattasse; non potevo nemmeno immaginarlo. Era come se qualche rotella del mio ingranaggio mentale fosse stata colta da una paralisi improvvisa. Questo linguaggio può sembrare infantile, ma ero davvero sbalordito, angosciato. Inoltre ero fisicamente esausto. In quel momento, senza il minimo avvertimento, provai una sensazione curiosa, che non avevo mai provato prima e che mi auguro di non sperimentare mai più nella mia vita: una sensazione di panico. Ricordo di essere rimasto inchiodato nel punto in cui mi trovavo, senza osare muovermi, temendo perfino di respirare. Sentivo che la presenza in quella stanza era in qualche modo strana e malvagia.
Non so quanto rimasi lì, impietrito, ma sicuramente fu un periodo piuttosto lungo. Pian piano, visto che non si muoveva niente, non si sentiva né vedeva nulla e non accadeva nulla, con uno sforzo mi feci coraggio. Sapevo di essermi comportato da vigliacco. Mi sforzai di chiedere a me stesso di cosa avessi paura. Tremavo per via della mia immaginazione. Cosa poteva esserci nella stanza che mi aveva permesso di insinuarsi dalla finestra senza opporre resistenza? Chiunque fosse, doveva essere ancora più codardo di me, visto che mi aveva permesso di entrare in casa. Visto che avevo avuto la possibilità di entrare, avrei certo avuto anche quella di uscire: e ora provavo un desiderio di uscire maggiore di quello di entrare.
Dovetti esercitare una grossa pressione su me stesso per raccogliere il coraggio sufficiente per voltare la testa; ma in quello stesso momento fui costretto a girarla di nuovo. Non avrei potuto dire perché avevo agito così, ma ero stato costretto. Il cuore mi batteva forte: potevo sentirlo galoppare. Tremavo al punto che quasi non riuscivo a stare in piedi. Ero sovrastato da un’onda di terrore. Fissai di fronte a me con gli occhi pieni di un frenetico e assurdo panico. Tesi le orecchie tanto da sentirmele quasi doloranti.
Qualcosa si mosse. Qualcosa che provocò un rumore così leggero che nessuno, a parte me, avrebbe potuto sentirlo. Ma io lo percepii. Stavo guardando nella direzione dalla quale era arrivato il rumore e in quel momento vidi di fronte a me due luci. Non c’erano un attimo prima, avrei potuto giurarlo. Ma ora erano lì. Due occhi. Dissi a me stesso che erano occhi. Avevo sentito dire che le pupille dei gatti luccicano al buio, anche se non le avevo mai viste e tentai di convincermi che dovevano trattarsi degli occhi di un gatto, che ciò che avevo di fronte a me era semplicemente un gatto. Ma sapevo che non era così. Sentivo che erano occhi ma che non si trattava di un gatto. Non sapevo a chi appartenevano… e non osavo pensarci.
Si mossero… verso di me. La creatura alla quale appartenevano quegli occhi si avvicinò. Il mio desiderio di fuggire era tanto forte che avrei preferito morire piuttosto che restare lì immobile. E tuttavia non riuscivo a controllare il mio corpo. Era come se le mie membra non mi appartenessero più. Gli occhi continuavano ad avvicinarsi… silenziosi. All’inizio erano a pochi centimetri da terra ma poi, all’improvviso, si sentì uno strano rumore come se un corpo che strisciava si fosse schiantato contro il pavimento. Gli occhi svanirono per riapparire qualche secondo più tardi a un’altezza maggiore dal pavimento. E ripresero ad avvicinarsi.
Sembrava che quella creatura, di qualsiasi cosa si trattasse, fosse piccola. Non posso dire perché non obbedii all’istinto che mi spingeva a fuggire. Io credo però che lo stress e le privazioni alle quali ero stato sottoposto di recente, e che ancora dovevo sopportare, avessero molto a che fare con la mia condotta in quel momento e con il mio comportamento successivo. In condizioni normali, io credo di possedere il coraggio di qualsiasi altro uomo e una solida capacità di decisione; ma quando un uomo è stato trascinato nella Valle dell’Umiliazione e si è bagnato molte volte nelle acque dell’Amarezza e delle Privazioni, diventa capace di azioni che in altri momenti sarebbero per lui inconcepibili. Io lo so per esperienza personale.
Gli occhi continuavano ad avanzare verso di me e, muovendosi, ondeggiavano, come se la creatura a cui appartenevano camminasse irregolarmente. Nulla potrebbe superare il terrore che provai mentre aspettavo che mi raggiungessero, forse tranne la mia incapacità di fuggire. Mai, nemmeno per un istante, vidi la creatura eppure non avrei chiuso gli occhi per tutto l’oro del mondo! Quando gli occhi mi si avvicinarono dovetti abbassare lo sguardo al livello dei miei piedi. Alla fine gli occhi raggiunsero i miei piedi, ma non si fermarono. All’improvviso sentii che qualcosa mi saliva sullo stivale e, con un senso di orrore paralizzante e di nausea, mi resi conto che la creatura aveva cominciato ad arrampicarsi sulle mie gambe, a salire sul mio corpo! Perfino allora non sapevo cosa fosse; saliva su di me con estrema facilità, come se fossi stato sdraiato e non in piedi. Era una specie di gigantesco ragno: il ragno degli incubi, la mostruosa proiezione di una visione terrificante. Con quelle che dovevano proprio essere mostruose zampe di ragno, premeva sui vestiti. Doveva averne un numero incredibile: sentivo la pressione di ciascuna di queste zampe. Mi stringevano piano e poi più forte, come se la creatura allentasse ogni tanto la pressione.
Saliva sempre più su! Ormai era ai miei fianchi e stava strisciando verso il mio stomaco. L’impotenza con la quale sopportavo questa profanazione del mio corpo non era che l’aspetto più insignificante della mia agonia; la mia impotenza era quella che a volte si sperimenta nei peggiori incubi. Mi rendevo conto che se solo mi fossi dato un’energica scrollata, la creatura sarebbe caduta a terra. Ma non riuscivo a comandare un solo muscolo.
Mentre la creatura saliva, i suoi occhi si trasformarono in due lampade, emettendo dei raggi. Grazie a questa luce cominciai a intravedere il profilo del corpo della creatura. Era più grosso di quello che avevo immaginato. Sembrava fosforescente o comunque di uno strano colore giallo che luccicava nel buio. Anche allora non seppi dire cosa fosse con esattezza ma doveva appartenere alla famiglia degli aracnidi ed era una specie terrificante perché non avevo mai né letto né sentito di un esemplare del genere. Era così pesante che mi chiesi come poteva assicurarsi la presa con una pressione tanto leggera. Si aiutava con una sostanza adesiva all’estremità delle zampe, ne ero sicuro perché le sentivo appiccicose. Il peso della creatura aumentava man mano che il ragno saliva; e puzzava! Mi ero già reso conto che l’animale emanava uno spiacevole e fetido odore; quando si avvicinò al mio viso divenne tanto forte da essere insopportabile.
Era sul mio petto. Mi resi conto di uno strano movimento ondulatorio: l’animale si gonfiava ogni volta che respirava. Le sue zampe posteriori toccarono la pelle nuda del mio collo. Potrò mai dimenticare quella sensazione? Ancora adesso la sogno spesso. Dopo aver aderito alla mia pelle con le zampe anteriori, sollevò quelle posteriori. Mi scivolò intorno al collo, con disgustosa lentezza, muovendosi di un millimetro al secondo. Il suo peso mi costrinse a tendere i muscoli. Poi la creatura mi raggiunse il mento, mi toccò le labbra; io ero ancora fermo, vittima di questo incubo mentre il mostro mi avvolgeva il volto con il suo corpo gelatinoso, enorme, maleodorante, con le sue innumerevoli zampe. L’orrore mi fece impazzire. Mi scrollai come un uomo scosso da un attacco di febbre. Mi staccai la creatura di dosso. Crollò a terra. Gridando come un folle, mi voltai e corsi verso la finestra. Ma inciampai contro qualcosa e caddi sul pavimento.
Mi rialzai più in fretta che potei per riprendere la mia corsa; pioggia o non pioggia, dovevo uscire da quella casa! Avevo già la mano sul davanzale della finestra e un attimo dopo sarei uscito e, pur esausto e affamato, nessuno mi avrebbe più fermato, quando qualcuno dietro di me accese un fiammifero.