Nel porto di Cagliari. Gennaio 1872-3

1917 Parole
Ahmed il Nero, approfittando dell’assenza del capitano e della giovane moglie, s’era introdotto nella loro abitazione cercando ogni minimo indizio sulla ricerca che il comandante stava portando avanti. La perquisizione, accurata e puntuale, si era rivelata infruttuosa e l’uomo – disturbato anche dalla presenza di alcuni vicini di casa – s’era dovuto allontanare velocemente ripromettendosi di cercare la traccia nella cabina della goletta olandese del capitano Looman. Raggiungere la Roos van de Zeeën era stato semplicissimo. Ahmed aveva adocchiato già dal primo pomeriggio, compiendo un giro di perlustrazione tra le banchine del porto, una serie di barchini ormeggiati nelle acque calme del golfo cagliaritano: prenderne uno e compiere quel brevissimo tragitto che separava la riva dalla nave ormeggiata era stato un gioco da ragazzi. Lui, abituato a compiere ben altri reati, aveva provato soddisfazione nel ritrovarsi, al chiaro di una luna piena, a remare verso la sagoma ben distinta della goletta olandese. Quando non era ancora scoccata la mezzanotte l’uomo si era introdotto in coperta, sfruttando una delle scalette in corda calate sulla fiancata della nave. Quasi tutto l’equipaggio pareva essere sceso a terra perché all’interno dell’imbarcazione non si percepivano rumori o suoni. In direzione opposta alla sua vide un solo marinaio, forse messo a guardia della goletta, che nel freddo del gennaio cagliaritano gettava occhiate svogliate verso la città. Il capitano Looman era rientrato da pochissimo, Ahmed aveva quasi seguito la scia della piccola imbarcazione con la quale l’ufficiale olandese era stato traghettato verso la sua goletta. Lo aveva scorto salire a bordo e salutare un corpulento marinaio, forse un sottufficiale, per poi scomparire nel ventre della nave. Ahmed, occhi di gatto e passo felpato, senza far rumore aveva percorso la scaletta che conduceva all’alloggio del comandante e aveva atteso nell’oscurità. Nell’inganno. Il capitano Looman era disteso sul pavimento della cabina, illuminato da cinque candele che costellavano l’odiato segno alchemico. Il pentalfa esoterico rappresentava l’opposto della sua religione, ne aveva più volte simboleggiato le dure sconfitte nelle battaglie che si erano consumate tra le due compagnie nel corso dei secoli. Lui stesso aveva goduto nello scalpellare, con un pesante mazzuolo, la benevola stella dalla facciata di un edificio sacro: un gratuito segno di dispregio che gli aveva provocato un brivido d’eccitazione. Nel silenzio Ahmed era entrato nella cabina, certo che il capitano – impegnato in quel rito di cui lui conosceva bene la finalità – non si sarebbe accorto minimamente della sua presenza. Nel buio appena rischiarato dai cinque ceri posati sul tavolato, il sicario si avvicinò all’uomo estraendo dalla tasca una candela nera che era stata preparata in maniera rituale, invocando le potenze alle quali i devoti della sua setta rivolgevano preghiere e offerte. Nell’attimo stesso in cui il giovane ufficiale pronunciava la parte finale della formula magica, l’assassino versò alcune gocce di cera sul petto della vittima, interrompendo ogni flusso di energia nel corpo del celebrante. Stette ad assistere, con un sorriso beffardo, allo spasmo che squassò il corpo del giovane: vide gli ultimi momenti della vita, ben consapevole di aver intrappolato la parte vitale dell’uomo in una dimensione dalla quale non sarebbe più tornata. Il corpo, trasformato in un contenitore vuoto, avrebbe seguito l’iter di ogni cosa corruttibile. In un istante, in un frammento di esistenza nel quale gli sguardi dei due uomini si incrociarono, ogni cosa si compì: carnefice e vittima sacrificale ebbero modo di convogliare ogni più profondo istinto di odio e di rancore reciproco. Ahmed agì frettolosamente: nonostante fosse ormai abituato a porre fine, in qualsiasi modo, alla vita degli avversari della propria religione, avvertiva ora sul proprio corpo una pesantezza mai provata, quasi che sulle sue spalle si fosse posato un fardello enorme. Era eccitato dalla morte del capitano, talmente eccitato da scordare quasi il compito che gli era stato assegnato. Ebbe un fremito nel corpo, una frustata che lo risvegliò dallo stato di esaltazione, riportandolo al dovere. Con circospezione, ben attento a non creare rumori che avrebbero insospettito qualcuno dei componenti l’equipaggio, si mise a frugare nella stanza del capitano Looman. La ricerca, tra i cassetti della scrivania e il mobile che conteneva gli indumenti dell’ufficiale, non aveva dato nessun esito. In preda a un nervosismo sempre più insistente Ahmed volse lo sguardo alla parete della cabina, in prossimità della cuccetta. Pesanti teli rossi occultavano, mettendone in risalto le forme, due oggetti rettangolari. Con una mossa rapida l’uomo scostò il tessuto portando alla luce le pietre e le scritte che parevano essere state scalpellate secoli addietro. Nella penombra osservò il gioco delle lettere, incavate nella lastra, in un susseguirsi di tratti e linee tracciate da mani esperte. Le due lapidi parevano vive, così illuminate dalle luci tenui e danzanti delle candele ancora accese: la mente dell’uomo percepì, pur senza comprenderne appieno il significato, l’importanza di quei due oggetti. Cercando di muoversi rapidamente prese dallo scrittoio del capitano alcuni fogli di carta sui quali ricopiò puntigliosamente ogni linea delle scritte. La trascrizione dei testi fu più problematica del previsto, forse anche a causa della mano tremolante e di quel senso di inquietudine che lo aveva pervaso negli istanti successivi alla morte di Looman. Ahmed era troppo sensibile per non accorgersi dei segnali che, impercettibilmente, arrivavano al suo corpo. Gli pareva di essere sfiorato in continuazione da mani invisibili in uno strenuo e vano tentativo di fermarlo e bloccarlo. Una sensazione di gelo interiore gli stava piano piano rallentando i movimenti quasi vi fosse una forza non tangibile che, alle sue spalle, s’agitava producendo una disgustosa sensazione d’inquietudine. Ahmed non aveva tutti i torti a provare il gelo intenso e l’ansia montante; Hendrikus Looman, nella sua condizione di spirito bloccato in un mondo di mezzo, tra i cieli angelici e la terra, poteva provare sentimenti analoghi a quelli che, da vivo, il suo corpo era abituato a sostenere. Odio, rancore, rabbia e frustrazione permeavano la parte più interna dello spirito del capitano: il suo spettro, ancora indefinito e totalmente invisibile, lottava disperatamente per bloccare l’uomo dal tatuaggio, il suo carnefice, l’assassino che lo aveva condannato a vagare senza meta tra il luogo dei morti e la terra dei vivi. Lottava disperatamente lo spettro di Looman, il cui odio verso il mediorientale era pari alla disperazione per essere stato ucciso proprio quando, trovandosi completamente indifeso, era in procinto di raggiungere la sua donna, che non avrebbe mai più baciato o sfiorato con le proprie mani. Passi, rumori, vociare… Ahmed ebbe giusto il tempo di completare la trascrizione dell’ultima riga della seconda lapide quando dal corridoio di coperta della Roos van de Zeeën udì il procedere lento di alcuni uomini. Si acquattò nell’angolo più buio della cabina, immediatamente a ridosso della porta di ingresso. Se qualcuno fosse entrato di colpo nell’alloggio dell’ufficiale avrebbe avuto modo di reagire e di darsi alla fuga. L’attesa per il passaggio di quelle voci gli parve interminabile, così come opprimente e soffocante stava diventando l’aria della cabina. La sensazione di morte e freddo lo stava attanagliando rendendolo, forse per la prima volta, schiavo di una paura mai provata. Ebbe il tempo di assicurarsi che nel corridoio della goletta non vi fosse nessuno: richiuse la porta con una doppia mandata di chiave, riponendo come un trofeo di guerra il ferro sagomato dentro una tasca del panciotto nero. Il sorriso beffardo e sprezzante che caratterizzava il suo viso sembrava sparito, mutato in una smorfia di terrore e paura. Ahmed guardò, allontanandosi sul barchino, la sagoma della Roos van de Zeeën e le fioche luci che costellavano il cassero di prua della nave. L’aria fredda di Cagliari, il porto immerso ancora nel buio della notte e il rumore sordo e lento dei remi che affondavano nell’acqua placarono temporaneamente quell’ansia che lo aveva invaso nella cabina. Lontano da quell’imbarcazione riacquistava la freddezza e la determinazione che ne facevano uno dei sicari preferiti dalla Compagnia: avrebbe tentato di dimenticare le sensazioni sgradevoli di quella serata, sperando che il freddo e l’acre sapore della morte violenta venissero seppelliti nei recessi più profondi del suo cervello. Lo spettro del capitano Johannes Hendrikus Looman restò per lungo tempo ad osservare il proprio corpo disteso sul legno scuro della cabina, focalizzando l’attenzione sui tratti del viso. Nonostante la morte improvvisa e la sofferenza provata negli ultimi istanti di vita il suo volto pareva disteso, sorridente, avvolto in un’aura di serenità. Sembrava che tutto il corpo fosse invaso dalla leggerezza e che ogni cellula ruotasse, come in un gioco di costellazioni, intorno ad un punto fisso rappresentato dal tatuaggio che spiccava sulla parte interna dell’avambraccio destro. Una rosa intrecciata in un triangolo campeggiava sulla pelle chiara dell’uomo, intimo legame tra gli adepti della sua obbedienza. L’ultimo pensiero era stato per la donna amata, per quella ragazza dai capelli biondi il cui profumo gli ricordava la leggera fragranza portata dal mare del Mediterraneo. Quel profumo, quella sensazione di delicatezza e di forza gli avevano scosso il cuore fin dal loro primo incontro. Ricordava bene ogni istante di quella serata nella quale aveva provato, per la prima volta, la sensazione di essere trascinato in una mare di tempeste, con il cuore in subbuglio e il corpo fremente. Ricordava la sensazione di gioia provata nell’accarezzarle i capelli e sentirne la consistenza e il profumo. Quell’aroma nel quale si concentravano profumi del lontano oriente ed essenze della terra natale. Hendrikus era ora pienamente consapevole della sua attuale condizione di spettro, conscio dello stato latente di vita spirituale e della prigione nella quale era stato rinchiuso ad opera del sicario della Compagnia. Nessuna forza nel corpo etereo, nessuna sensazione esterna; ogni energia era solo pensiero. Quando la porta della sua cabina venne aperta, lasciando intravvedere la sagoma del suo nostromo, si sentì risucchiare in un vortice di malinconia e di disperazione, impotente a reagire. Provò rabbia, quella rabbia furiosa che le anime in transito potevano sentire se strappate repentinamente alla vita. Looman percepiva la presenza di queste anime, sentiva sulla città i differenti livelli di vita. Il portiere dell’albergo La Concordia venne risvegliato bruscamente dallo scampanellio che annunciava la presenza di un ospite all’ingresso del palazzo del quartiere della Marina. Il capostipite della famiglia di imprenditori Jean Castello, rigorosissimo ed eccentrico uomo d’affari arrivato dalla lontana Marsiglia, all’atto del ricevimento di ogni ospite forniva un preciso codice di chiamata che garantiva risposta immediata da parte del portiere. Per la notte erano necessari quattro tocchi alla porta, mentre al mattino solo due: ai confratelli della loggia che si riuniva in un’ala dell’albergo cittadino erano riservati tre colpi canonici che consentivano l’ingresso riservato attraverso una porta secondaria. L’albergo situato nel palazzo Belgrano veniva gestito con oculatezza dall’erede di Jean, Giuseppe Castello, che aveva raccolto dal padre il fiuto e il gusto per gli affari. Jean, nato a Genova il 17 gennaio del 1804, giunge a Cagliari dopo aver trascorso lunghi anni in Francia nella cittadina di Marsiglia. Lì si divide tra l’attività imprenditoriale e lo studio delle discipline alchemiche, dell’esoterismo e delle scienze arcane, entrando ben presto a far parte della Massoneria di rito francese, di cui diventa elemento di spicco. Quando arriva a Cagliari individua nel palazzo Belgrano il luogo ideale per situare una struttura ricettiva consona ai numerosi viaggiatori che affollano la città sarda. Imprenditori e operatori commerciali, agenti marittimi e spedizionieri prendono a frequentare l’albergo La Concordia. Il palazzo, costruito al di sopra di antiche vestigia romane, era stato scelto dal Castello anche per una certa energia magnetica che scaturiva dal sottosuolo: non a caso ben presto, nei sotterranei del caseggiato, fu creato un laboratorio alchemico e, pochi anni dopo, una delle prime officine massoniche cagliaritane. Ne dettero ampio risalto le cronache del Corriere di Sardegna, annunciando la fondazione della Loggia Fede e Lavoro, che, in occasione del primo anniversario della costituzione, dette vita ad un banchetto celebrativo alla presenza di settanta massoni cagliaritani. [1] Le Soleil est caché sous l’Étoile/l’Orient au couchè du Soleil/l’Artisan est caché dans son oeuvre/a l’aide de sa grâce/Il est rendu et revené à sa Patrie.
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