Capitolo 1

1973 Parole
1 Emerson «Secondo il navigatore mancano solo quindici minuti per arrivare,» dice Joe, facendomi perdere la concentrazione. «Guardi quel fascicolo da tre ore. Non può essere così interessante.» «Cosa? No,» mormoro confusa. Dando un’ultima occhiata alla foto segnaletica, chiudo la cartellina con discrezione. «Voglio avere più informazioni possibili sui miei clienti, prima di incontrarli.» «Cosa c’è da sapere? È un criminale, che sta scontando la sua pena. Andare da lui in prigione lo rende piuttosto evidente, non trovi?» Faccio una smorfia per la sua schiettezza. Joe ha un modo di fare così diretto che ci porta a essere di frequente in conflitto. La sua determinazione a vedere il mondo in bianco e nero, e la mia tendenza a trovare le sfumature in ogni cosa, fanno sì che spesso lui mi ritenga un’ingenua e un’incompetente. Soprattutto adesso. Come un’ombra opprimente, mi fa sentire nervosa e inadatta, mentre continua a insistere nel volermi accompagnare. La sua visione sessista su una donna che entra in un penitenziario maschile è nascosta dietro al gesto galante di farmi compagnia. Ci conosciamo da cinque anni, da quando, appena finita l’università, avevamo entrambi iniziato la specializzazione come assistenti legali per Legal Aid. Avevamo intrapreso il percorso per diventare avvocati a tempo pieno. Come molte altre persone, Joe è poi diventato cinico e disincantato, oltre che un vero e proprio rompipalle con cui lavorare. Io avevo combattuto con le unghie e con i denti per essere accettata in quel corso successivo alla laurea, e dopo cinque anni era ancora l’unico posto dove volevo stare. Lavorare per Legal Aid non è per tutti. È spesso scoraggiante e i risultati possono essere davvero poco gratificanti. In ambito legale, essere un’organizzazione finanziata esclusivamente dal governo significa non stare in cima alla catena alimentare. È un lavoro tutto cuore e pochi spiccioli. Ho sempre e solo voluto fare legge. Vengo da una famiglia di avvocati. La differenza? Le nostre specializzazioni. Loro hanno scelto il diritto patrimoniale e, finito il liceo, pensavo che anch’io avrei fatto lo stesso. Avrei seguito le orme della mia famiglia. Avrei lavorato per mio padre e alla fine il suo studio sarebbe diventato il mio. Non c’era nient’altro che lui amasse di più che sfoggiarmi come sua erede. Finché non si rese conto che non lo ero. Spesso, all’università, ci veniva richiesto di far visita a diversi uffici e organizzazioni per vedere come lavoravano. Scoprire i loro punti di forza e le loro debolezze mi fece conoscere tutti i rami della giurisprudenza. E quando mi addentrai sia nel penale che nel diritto di famiglia ebbi a che fare con Legal Aid per la prima volta. Certo, ne avevo già sentito parlare, ma non avevo capito davvero la portata e l’importanza della sua presenza nel settore. Per chi si trovava in una situazione di svantaggio socioeconomico e cercava un’assistenza legale, Legal Aid era un’ancora di salvezza. Avevo scoperto un mondo di cui ignoravo l’esistenza. Considerando l’ambiente in cui ero cresciuta, sapevo di essere stata fortunata ma, per la prima volta in vita mia, mi ero resa conto che fortunata significava privilegiata. E ciò mi aveva lasciato un sapore amaro in bocca. Non avevo idea di quanto duramente le persone lottassero, e non immaginavo che ci fosse anche chi preferiva andare in prigione perché era l’unico modo per potersi garantire un tetto sopra la testa e tre pasti al giorno. Avevo dato stupidamente per scontato che tutto quello che avevo io, ce l’avessero tutti. Inclusa l’assistenza legale. Provenivo da una tipica famiglia della periferia a nord di Sydney. Lì era tipo Pleasantville. I vicini ti salutavano ogni mattina e ti aiutavano a rimettere dentro i bidoni la sera. Venivano organizzati dei barbecue per strada e tutti i bambini andavano nella stessa scuola. Era una comunità molto unita, che non aveva mai sentito, provato o fatto niente di lontanamente discutibile. Mio padre insisteva che con il mio atteggiamento da salvatrice del mondo non ci avrei pagato le bollette né messo il cibo in tavola, e tantomeno mi avrebbe fatto guadagnare il rispetto dei colleghi. Ma non mi importava. La voglia di fare qualcosa di diverso e significativo era forte, ed ero determinata a fare buon uso delle mie capacità, indipendentemente da quanto la mia famiglia potesse rimanerne delusa. Guardando fuori dal finestrino, vedo il grande edificio grigio e recintato. Joe parcheggia la macchina, mentre io infilo la cartellina in borsa e controllo di avere tutti i documenti che mi servono per l’incontro con il mio nuovo cliente. «Fai attenzione a non portare dentro niente di valore.» «Non è la mia prima volta, Joe. Grazie.» «È solo per ricordarti che abbiamo a che fare con dei criminali.» Aprendo la portiera, sento l’aria densa e umida: un sollievo dopo essere rimasta bloccata con Capitan Ovvio per due noiosissime ore. Sistemandomi l’abito, mi assicuro che la camicetta in chiffon blu royal sia ancora infilata dentro la gonna, e che non ci sia niente di non necessario in vista. Andando verso l’ingresso sorvegliato mi gingillo con il ciondolo in quarzo che pende da una catenina d’oro sotto i vestiti. È un regalo di mia nonna, l’unica persona che abbia appoggiato la mia carriera, e mi serve come costante promemoria che sto facendo le scelte giuste, nonostante gli ostacoli. Passiamo attraverso le porte in vetro, pesanti e automatiche, e l’aria fredda del condizionatore mi avvolge dalla testa ai piedi. I brividi mi fanno increspare la pelle mentre mi addentro in uno dei più noti centri di correzione del New South Wales. Il processo per entrare è tedioso ma necessario. Nonostante gli orari di visita previsti in giorni diversi a seconda delle persone, oggi il carcere è pieno di avvocati che offrono assistenza legale. «Assicurati di avere le tasche vuote prima di passare sotto il metal detector. Non c’è niente di peggio di avere tutti gli occhi addosso per aver bloccato la fila.» Dopo aver controllato la mia gonna a matita, sollevo lo sguardo e trovo Joe che fissa la mia espressione esasperata. «Che ne dici se evitiamo di parlarci a meno che non sia strettamente necessario?» «Vengo con te all’incontro con il cliente.» Svuota le tasche del suo completo spiegazzato. «Va bene, ma non parlare. Per favore.» «Signore, signora. Compilate questi e seguitemi, prego.» Il silenzio tra noi si fa più pesante mentre proseguiamo dentro l’edificio. I penitenziari come questo non ospitano i peggiori criminali, ma c’è comunque un minimo di paura che gioca sempre in un angolo della mia mente. Andare a trovare i detenuti è il perfetto esempio di quanto velocemente la vita possa cambiare. Un momento sei libero, quello dopo no. E stare dentro ti trasforma, indipendentemente da quello che hai fatto o dal perché l’hai fatto. Senza eccezioni, cerco di trattare i miei clienti in modo equo. Quasi sempre arrivo con un cauto ottimismo e me ne vado con un peso sul cuore. Già dalle sedie di metallo, si capisce che non ci sia niente di accogliente in questo posto. È sterile. I mobili sono inchiodati al suolo e ogni elemento è distanziato dall’altro in modo considerevole. L’area visitatori del carcere è un duro monito al fatto che è tutta una questione di isolamento, separazione e solitudine. «Porteremo a breve il detenuto,» dice la guardia. «So che conoscete le regole, ma per sicurezza: niente contatti inappropriati, mani sempre in vista e gridate se vi sentite in pericolo.» Alzo gli occhi al cielo per il suo tentativo fallito di esser divertente, poi abbasso la testa e scorro un’ultima volta le mie annotazioni. Voglio verificare di aver memorizzato tutti i dettagli più importanti. Non c’è margine di errore quando si comunica una notizia così importante a un carcerato. Sento un suono forte seguito dal rumore di una porta elettronica che si apre in lontananza. Mentre scarabocchio qualche ultimo appunto a testa bassa, non mi accorgo di quanto rapidamente il mio cliente si stia avvicinando a noi. «Signora Lane, il detenuto è qui come richiesto.» Capovolgo il foglio e metto giù la penna. Mi alzo in modo troppo brusco, e do un colpo al tavolo. La penna inizia a rotolare e noi osserviamo la sua inevitabile caduta. Il toc che fa sul pavimento di cemento ci fa scattare e rischiare di oltrepassare i limiti consentiti. Accovacciandomi per raccoglierla, noto dei movimenti che rispecchiano i miei, le dita che si allungano verso la penna, e mi affretto a sussurrare: «No. Non farlo.» La mano si ritira, e io raccolgo velocemente l’oggetto. «Non voglio che tu ti metta nei casini per una penna.» Ci alziamo contemporaneamente, e i miei occhi si posano finalmente su Jagger Michaels. Mi sforzo di rimanere impassibile, anche se la sua presenza mi innervosisce. Nessun manuale avrebbe potuto prepararmi alla persona che ho di fronte. La foto che avevo visto durante il tragitto era di un adolescente. Un ragazzino. La persona che è rimasta chiusa tra queste quattro mura è invece un uomo. Un uomo fatto, distrutto, svuotato. Come un cervo abbagliato dai fari, lo fisso. E lui fa altrettanto, in modo sfacciato. Cerco di spostare l’attenzione su qualcos’altro, ma il suo sguardo cupo e spento mi chiama e mi fa rimanere bloccata dove sono, mentre il mio cuore, con grande empatia, implora di aiutarlo. I suoi occhi sono di una sfumatura di castano, la più scura che abbia mai visto, quasi al limite con il nero. Morti. Senza vita. La barbetta di un giorno nasconde quanto forte stringe i denti. L’avversione per questo colloquio è evidente. È comprensibile. Non se l’aspettava. Senza essere stato avvertito né aver avuto il tempo di prepararsi, non ha idea che io stia per sganciare una bomba che gli cambierà la vita. «Ehm, salve signor Michaels. Sono Emerson Lane, il suo avvocato.» «Jagger. Può darmi del tu.» In quel momento Joe decide di alzarsi e venirmi accanto. Jagger si gira di proposito verso di lui, e lo osserva con fare volutamente intimidatorio. La tensione si irradia lungo tutto il suo corpo, accentuando il modo in cui riempie la divisa carceraria verde militare. I miei occhi si posano sull’ampiezza delle sue spalle e sui bicipiti scolpiti e muscolosi, che farebbero fatica a esser contenuti in qualsiasi vestito. Tutto di lui rende impossibile guardare altrove. La mia espressione inebetita non è né etica né professionale. Risvegliandomi dall’incanto, gli indico la sedia. «Okay, Jagger. Accomodati, prego.» Mentre ci sediamo all’unisono, i due uomini continuano a guardarsi male a vicenda: ognuno cerca di affermare il proprio potere. «Come stai?» chiedo. Si lascia scappare una lieve risatina e un sorriso appena accennato gli addolcisce il viso. «Non mi posso lamentare.» «Hai idea del perché siamo qui oggi?» Lui scrolla la testa con nonchalance, e quei pochi secondi di distensione tra noi spariscono. I muscoli della sua mascella tornano a contrarsi, prominenti come non mai. «La Commissione per la libertà condizionale ti ha ritenuto idoneo e ha accettato la tua richiesta di scarcerazione per buona condotta.» Lui si prende la testa tra le mani e abbassa le spalle, come schiacciato da un peso. «Jagger.» Non risponde. In modo insolito, le mie dita fremono per allungarsi sul tavolo. «Jagger,» ripeto dolcemente. «Tutto bene?» La mia mano scivola lentamente sul piano, per ritrovarsi sopra quella di Joe che me la blocca con fermezza. «Ahia!» esclamo. Sentendo il mio lamento di dolore, il detenuto solleva la testa e ferma il suo sguardo sulle due mani unite. «Lasciala andare,» ordina. Senza dare troppo nell’occhio, cerco di sottrarmi alla presa di Joe, volendo assolutamente smorzare la situazione. «Come?» risponde il mio collega, scioccato. «Le hai fatto male, non l’hai sentita?» «Ehi, ragazzi,» li interrompo. «Cerchiamo di non uscire dai binari. Jagger, come ti senti riguardo a quello che ti ho detto?» Distogliendo lo sguardo da Joe, gli occhi pieni di tristezza di Jagger incontrano i miei che invece sono speranzosi. «Non mi interessa,» afferma. «Non me ne vado da qui.»
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