Capitolo 2 : L'Arrivo 2

779 Parole
Ella Lui inclina la testa, divertito. Un sorrisetto che potrebbe essere affascinante su qualcun altro, ma che su di lui mi fa venire voglia di indietreggiare. ― Certo. Scusa. Dottoressa Ella. La mia futura cognata. Lo dice come si recita una lezione imparata a memoria, come si ripetono parole a cui non si crede un secondo. I suoi occhi non sorridono. I suoi occhi mi esaminano, mi valutano, mi soppesano. Mi mettono su una bilancia invisibile. Il rumore dietro la porta cessa improvvisamente come è iniziato. Gli succede un silenzio di tomba, più spaventoso del caos che l'ha preceduto. In quel silenzio, sento un respiro rauco, a scatti, come quello di un animale ferito che lotta per non mostrare la sua debolezza. ― Puoi andare, ora, dice Damian indicando la porta con un gesto vago. Si è calmato. ― Non entra con me? La domanda mi sfugge prima che possa trattenerla. Non voglio che entri. Non voglio che sia lì. Ma la paura mi fa parlare. ― Io? Ride. Una risata leggera, ariosa, che mi gela il sangue fino al midollo. ― No, mia cara. Sei tu la psichiatra. Gira sui tacchi e sparisce nell'ombra del corridoio, i suoi passi attutiti dalla moquette, la sua sagoma inghiottita dalla penombra come se non fosse mai esistito. Rimango sola davanti a quella porta, con questo silenzio che puzza di sofferenza. Apro. La camera è un campo di battaglia. Frammenti di vetro dappertutto sul parquet, schegge che scricchiolano sotto le mie suole mentre avanzo. Una lampada rovesciata, il suo paralume accartocciato come un fiore morto. Libri sventrati, le loro pagine strappate, lacerate, sparse come ali di uccelli che fossero stati spennati vivi. L'odore del sangue, del metallo, del sudore. E in mezzo a questo caos, su una sedia a rotelle bloccata contro il letto, un uomo respira a singhiozzi. Il torso grondante di sudore nonostante il freddo della stanza. I pugni stretti sulle cosce inutili, così forte che le nocche sono bianche, quasi blu. Il volto chiuso, le mascelle serrate, una vena che pulsa sulla tempia come un cuore impazzito. Alexei. I suoi occhi si alzano verso di me. Non posso muovermi. Questi occhi. Sono morti. No, peggio che morti. Hanno visto la morte, l'hanno toccata, l'hanno respirata, e sono stati costretti a restare aperti per guardarla ancora. Sono vuoti di ogni speranza, di ogni luce, di ogni umanità. Solo una sofferenza così antica, così profonda, da essere diventata l'unica cosa che li tiene in vita. ― Chi sei? L'Arrivo La sua voce raschia come vetro pestato. Come se ogni parola gli lacerasse la gola nell'uscire. ― Sono Ella. La vostra... la sua fidanzata. La parola è assurda in questa stanza. Fidanzata. Evoca fiori, abiti bianchi, promesse. Qui ci sono solo detriti e sangue. Lui sogghigna. Un suono brutto che finisce in colpi di tosse, in spasmi che gli scuotono tutto il corpo. Sputa qualcosa per terra sangue, saliva, entrambi e mi guarda attraverso le ciglia umide. ― Un'altra. Un'altra ancora. Quante me ne manderanno prima di capire? Li ucciderò tutti. Li ucciderò. Le sue mani si aggrappano ai braccioli della sedia con una forza che sembra sovrumana. Il legno scricchiola sotto le sue dita. Una vena pulsa sulla sua tempia, così gonfia che sembra stia per esplodere. Il suo viso è rosso, poi bianco, poi rosso di nuovo. Dovrei avere paura. Dovrei indietreggiare, uscire, correre, chiamare aiuto. È quello che farebbe chiunque di assennato. Ma sono una psichiatra. E sotto la rabbia, sotto la violenza, sotto le parole che vogliono uccidere, vedo lo sgomento. Lo vedo nei suoi occhi che evitano i miei, nelle sue mani che tremano nonostante la presa d'acciaio, in quel tic nervoso che fa sobbalzare la sua palpebra sinistra. La paura. La paura immensa di qualcuno che ha perso tutto e non sa più come vivere con ciò che resta. ― Le fa male? chiedo avvicinandomi lentamente. Un passo. Due passi. Alzo le mani, palmi aperti, come si fa con gli animali selvatici per mostrare che non si rappresenta una minaccia. ― Non avvicinarti. La sua voce sale di tono. Acuta, quasi stridula. ― Ti avverto, non ti avvicinare. Afferra qualcosa sul comodino un vaso, un pesante vaso di porcellana e lo brandisce come un'arma. I suoi occhi sono folli, davvero folli, la pupilla dilatata, l'iride troppo chiara in quel volto devastato. ― Ti ucciderò. Ti ucciderò come gli altri. Ti... Vedo il gesto arrivare. Potrei schivare. Potrei tuffarmi di lato, proteggermi, fuggire. È quello che il mio istinto mi urla di fare. Ma il mio istinto, appunto, l'ho addomesticato da tempo. Nel mio mestiere, l'istinto lo si mette da parte. Lo si sostituisce con la ragione
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