EPILOGO Non mi ricordo di un giorno altrettanto schifoso. Che poi, schifoso non è il termine giusto. No. È deprimente. Ho scostato la tendina e sto guardando fuori la cappa di foschia che soffoca la città. Il tetro sudario che l’avvolge in un oblio di fuliggine. Dove ogni cosa è muta. Cancellata. Inesistente. Un muro di cartone che rimbalza l’ovattato suono di un clacson echeggiare distante, forando un nulla che credevo impenetrabile. Non riesco a intuire da quale parte arriva. Né dove va. Anche il mio occhio non arriva lontano. Non vedo neanche l’incrocio in fondo alla via. Per la verità... Non vedo nemmeno in fondo a me stesso. Sono un pozzo profondo che specchia interrogativi e perplessità. Incertezze. Torbido come il dito di grappa che sciacqua nel bicchiere. Anche quand’è tut

