QUARTO CAPITOLO
Dal colle che domina la valle Scuropasso si gode un panorama degno di escursioni più approfondite. La spedizione al borgo collocato sul cocuzzolo, invece è stata inutile, fruttata niente più di quanto già sapessero.
Il sindaco di Cigognola è stato gentile. In qualità di primo cittadino li ha accompagnati personalmente all’ufficio anagrafe, dove gli hanno confermato la residenza in paese di tale María Luz. Che fa Riveira di cognome. Anni venticinque. Occupava un monolocale che il comune le aveva assegnato. Nessun’altra connazionale che abiti nei dintorni. Nessuna amica che possa fornire loro informazioni. Nessun conoscente.
Sulla carta di identità si era qualificata come casalinga. Single. Né mariti o ex, né tantomeno figli.
«Ma un bel traffico di genere maschile all’uscio.» Aveva sibilato tra i denti l’acida funzionaria con puzza sotto il naso. «In realtà come casalinga non ha mai convinto nessuno dei mille e trecento abitanti del borgo, frazioni, cascine e circondario. Era noto a tutti quale professione esercitasse.»
Dante l’aveva squadrata e nel vederla così rancida, aveva sospettato che quella prugna secca parlasse per invidia.
«Non fosse che per quelle minigonne alte come un nastro in gros-grain che indossava esibendo la mercanzia...» aveva chiosato con una smorfia schifata e il tono evangelico da Esercito della Salvezza.
Solo dopo aver incrociato lo sguardo riprovevole del socio era riuscito a dominarsi, smorzando un commento rimastogli pericolosamente in bilico sulla punta della lingua. Erano secoli che ne aveva le palle piene di beghine moraliste. Si sarebbe accontentato di non salire su questa propaggine d’Appennino per sorbirsi l’ennesima megera. Una di quelle che se potessero... Piuttosto gratis, se una certa varietà di avifauna si degnasse di volarle tra le cosce. Avrebbe spalancato il nido prima e dopo i pasti. Magari anche durante.
Peccato dover tenere la bocca chiusa.
Il sindaco aveva interrotto quel giudizio con un colpo di tosse e un’alzata di sopracciglia a troncare una stupida quanto inutile osservazione. Dall’alto della carica istituzionale aveva tagliato corto: a parte una famiglia marocchina, nessun altro extracomunitario, tanto meno sudamericano, risiedeva in paese. Discorso chiuso.
In veste di privato cittadino si era dimostrato di ben altra pasta. Una persona disponibile e cortese che si era congedata, prodigandosi nella promozione del territorio e delle sue tipicità con il meglio della cantina. Figurarsi si sarebbero mai negati di fronte ad un Buttafuoco vivace con allegato salame stagionato. Avevano ringraziato sentitamente e imboscato la refurtiva nel bagagliaio per scendere a valle senza uno straccio di informazione utile, ma con la dispensa fornita.
«A mani nude non siamo tornati,» commenta Dante, chiudendo la portiera.
«Non sapevo che il tariffario per gli investigatori in trasferta prevedesse il pagamento in generi alimentari!» prova a scherzare Monticelli.
«Se non ti va, vorrà dire che le bottiglie di rosso e il Varzi me li ciuccio io, e tu ti metti a dieta.»
«Fottiti, tu e la dieta. Piuttosto muovi il culo! Fai partire questa carretta,» rimbecca quell’altro allacciandosi la cintura di sicurezza. «Ho voluto darti retta e seguirti fin quassù per nulla. Adesso è il caso che ascolti i consigli del vecchio saggio.»
«E chi sarebbe?»
«Crepa!»
«Ok. Allora guidami, vecchio saggio Scorreggia Tonante,» gli rimpalla Dante divertito, battendogli un leggero buffetto sulla spalla. «Dove mi porti? A ballare?»
***
Ottobre, in questa striscia di pianura, offre la desolazione dei paesaggi lunari. Giornate uggiose, in cui veli di nebbia rarefatta strisciano sulle zolle nere delle arature quasi a soffocarle, e il rettilineo, che la Smart percorre si confonde tra il lucido dell’asfalto e l’orizzonte incerto. Smarrito in scenari esangui e malinconici. A volte squallidi. Di certo opprimenti.
D’intorno è una quantità di sfumature grigie da far impallidire il titolo del romanzo che giace intonso sul suo comodino da dieci mesi. Mai sfogliato per paura di prendersi una malattia venerea al cervello. Per chi si dà un tono, leggendo i Faulkner e Dos Passos che Mercedes gli ha regalato per Natale, quel plico di carta igienica brossurata, dono del baggiano seduto a lato, ha il sapore di un’offesa. Davvero l’analfabeta galattico ha così poca considerazione della sua cultura da regalargli un libro che sta alla letteratura come Hannibal Lecter alla cucina vegana? Oppure lo ha preso per un maniaco sessuale invece di apprezzarlo come giornalista raffinato.
Ci voleva l’autoradio a distrarlo da certi pensieri. Creedence. Sì! Creedence Clearwater Revival. Bei tempi! Non fosse per le note di I Heard It Through the Grapevine, che il bischero ritma battendosi le mani sulle ginocchia, ci sarebbe da prenderlo a fucilate. Invece eccolo lì! Settant’anni anni suonati e la voglia di cacciarsi nei guai di chi ne ha venti.
Gaetano Monticelli, ex agente dei servizi segreti, rottamato per raggiunti limiti di età. È ormai quasi un lustro che si conoscono, e la storia tortonese che li ha visti protagonisti, l’inverno scorso, non ha fatto che saldarne l’amicizia. Quel povero cristo di un Gaeta sballottato in scooter nel cuore della notte. Nel cuore di dicembre. Un gelo polare che neanche Amundsen... Seduto alle sue spalle, sopra il Kimko, pareva congelato come un baccalà. Invece poi... Quei ragazzi... Era lui che li aveva ricondotti a casa, sani e salvi. Sembrava essere svanito assieme a loro mentre, invece, li stava custodendo al sicuro, come mamma chioccia. Nascondendoli. Proteggendoli. Levandoli dalle unghie dei trafficanti d’armi delle ’ndrine. Lontani dalle pallottole che invece erano fischiate vicinissime all’orecchio del cronista di nera inventatosi detective. Gaetano Monticelli, sì che si era dimostrato un vero professionista, perdio! Aveva agito secondo le sue regole e forte della sua esperienza. Senza farne parola con nessuno. Nemmeno con il capitano Lodetti. Nemmeno con quel babbuino di Dante Ferrero, capace di infilarsi nei casini già di suo... Tanto da farsi sforacchiare l’Opel, per fortuna, invece della schiena.
Fanculo se poi il Gaeta ti regala un libro di merda per Natale. Fanculo se fa un nocino senza noci che non berrebbe nemmeno Socrate, o monta quegli stupidi modellini di sommergibili. Fanculo le sue ciabatte caleidoscopiche.
«Rallenta e vai avanti piano,» gli ordina Monticelli, distogliendolo dai pensieri. «Prima di quel capannone... La vedi? C’è una stradina che infila nei campi... Appena lì sulla sinistra... Sempre che tu non sia orbo.» La indica strisciandogli l’indice sotto il naso: «Metti la freccia e svolta.»
«Vuoi portarmi in camporella, eh? Vecchio maiale.»
«Sta calmo, buliccio!» è la risposta seccata «Ti porto in una cascina dove avresti dovuto andarci tu...»
«Io? A fare che?»
«A procurarti la gnocca caffellatte che mi avevi promesso. Cammina!»
«Stai dicendo...»
«Che ci vivono due o tre famiglie latino-americane e chissà chi altri.»
«Tu che ne sai?»
«Ho i miei informatori,» replica condiscendente. «Gente che non dorme come la principessa nel bosco o come certi giornalisti che conosco io...»
«È qui che abitava quell’altra? Quella Lourdes?...» domanda Dante.
«Fossimo rimasti alle informazioni della tua super spia non l’avremmo mai scoperto,» prosegue, mentre l’auto beccheggia sul terreno disconnesso. «Se tu dormi, quello addirittura è in coma farmacologico.»
«Quindi?»
«Quindi il suo confidente maresciallo non lo ha illuminato e il tuo delatore è rimasto a secco come a secco ha lasciato te... Poi, io questo capitano De Martini di cui parlavi, non lo conosco, però...» insiste Gaeta. «Però so come arrivare alle informazioni. So leggerle. E quando non sono scritte da nessuna parte me le vado a cercare... Comunque no! Niente su questa Lourdes, ma perlomeno facciamo un tentativo e vediamo cosa ne salta fuori.»
«Quindi mi sembra di aver intuito che la Velasco non abitava qui...»
«Bravo Marlowe!» esclama Monticelli.
«Comunque, senza troppa fatica, ho saputo che la donna trovata morta ai giardini di piazza Castello occupava un piccolo appartamento nella periferia di Voghera. Una fatiscente casa di ringhiera. Un buco che anche i topi si rifiutano di frequentare. Questa è stata una delle prime cose che hanno avuto modo di verificare anche i carabinieri.»
«Sei riuscito a sapere se conosceva María Luz?»
«Ancora no... Pare che una delle virtù di questa gente sia farsi i cazzi propri senza infastidire nemmeno il vicino di casa per farsi prestare lo zucchero. Anche lei abitava da sola, e anche nel suo caso non c’è un coinquilino che la conoscesse, se non di vista. Nessuno che abbia mai messo il becco fuori dall’uscio per andarsi a impicciare della sua vita privata.»
«Perciò nemmeno per lei esistono amiche o conoscenti dalla pelle creola,» cerca di chiarire Dante. «Che speranze abbiamo di trovare qui in cascina qualche notizia utile sulle due?»
«Poche... Anzi, nessuna!» risponde. «Ma ogni strada va seguita.»
«Anche queste malconce e piene di buche, maledizione!» Ferrero tira giù un moccolo quando la Smart si incunea in un canyon stradale che spruzza fango fino all’altezza dei finestrini.
***
A vederla da quella prospettiva, distante un centinaio di metri, la si direbbe disabitata. Sulla parte sinistra, il tetto dell’edificio è parzialmente crollato su se stesso, rivelando travi e correntini come sterno e costole fratturate in una radiografia toracica.
L’intonacatura, scalcinata e gonfia d’umido, mostra qua e là pezze di mattoni crudi, lingue di muschio e cespi di erba pignola che affiorano tra le crepe, mimetizzando i muri. Infissi malandati incorniciano finestre sigillate con del cartone, mentre da un cornicione pende l’avanzo di una grondaia simile ad un arto inanimato. Sulla destra, dietro un noce, quella che doveva essere l’ala padronale dello stabile, è invasa da una vite canadese che arrampica fin sulle tegole, divorando la balaustra in granito di un balcone nella vampata fiammeggiante delle foglie.
Monticelli fa cenno di entrare. Ferrero invece non sembra del parere. Indugia, tenendo il piede sulla frizione e osserva quell’abbandono.
Il cancello in ferro battuto che inclina paurosamente, incernierato su un solo cardine, dà accesso ad uno scorcio di cortile incolto, con erbacce alte più di un metro. Confusa nella sterpaglia si intravede l’opaca carrozzeria di una vecchia Renault quattro rossa, corrosa dalla ruggine, nell’insolita veste di fioriera, con la combriccola di gatti che dorme acciambellata su cofano e tettuccio. Accanto, nello spiazzo in cemento, che tempo addietro era l’aia, è parcheggiato un fiammante Mitsubishi Pajero, grigio canna di fucile, negli abiti più consoni di potente fuoristrada. Per la restante metà, l’andito è protetto da una lamiera ondulata su cui spicca la scritta pennellata in vernice arancio: Cuidado con los perros. Más cuidado con los hombres Con le esse riflesse.
«Alla faccia del benvenuto!» esclama Dante. «Questi colombiani, dovrebbero accogliere gli ospiti offrendogli un caffè migliore del tuo... Le loro miscele moka sono le migliori al mondo. Che dici? Entriamo a chiedere conferma?»
«Mica siamo venuti qui ad ammirare i ruderi! Come rottame basteresti tu!» sogghigna Monticelli incoraggiandolo «Per me ordinalo lungo in tazza grande, amaro.»
«Ho come la sensazione che non ci tratteranno come ospiti, è questo il punto!» brontola Ferrero, come a voler convincere se stesso. «Speriamo non lo correggano a legnate!»
Intanto è un prurito quello che gli sale vertiginoso. Con tanto di pelle d’oca che si rizza su per la schiena e gli fa lievitare i peli sulla nuca.
La sensazione che prova è quella di chi, oltrepassata la soglia della cascina, debba assistere all’anteprima di un film per nulla simpatico. Una pellicola dalla trama davvero poco allegra e magari, peggio ancora, esserne protagonista suo malgrado. Una schifezza di emozione. Quasi che la Smart, superando quel cancello, varchi il sottile confine tra le noie quotidiane e un mondo nebuloso, pieno di incognite e tranelli.
Il vero principio dei suoi guai. Bipolare di un Ferrero!
Tale e quale l’avventura passata. Anche quella vissuta in equilibrio tra cautela e ragionevolezza da un lato, curiosità e incoscienza dall’altro. In un mix confuso come un’insalata di riso. Allo stesso tempo piacevole e angosciosa.
Sarà colpa del cartello così esplicito? Il perro è il cane. Correzione! Los perros. Che se non ci si sbaglia suona plurale. Ci risiamo! Di nuovo quei dannati bastardi sbrana chiappe... Come quell’altro, quell’Hans. Pastore tedesco maledetto. Se l’era fatta sotto quando gli aveva mostrato i canini bianchi e lustri. Basta con queste esperienze! Los hombres invece sono gli uomini... E dice che bisogna starci ancora più attenti. Perché poi?
Sarà che non si è ancora intravista anima viva in questo luogo fantasma. Sarà che appare come un ambiente sordido dove si respirano solo silenzio e tanfo di ammuffito... Anche se quella Mitsubishi testimonierebbe l’esatto contrario. O forse è proprio quel Suv a metterlo in agitazione. Quasi fosse un oggetto fuori dal tempo. Un oopart. Anacronistico. Irrazionale in mezzo a questa miseria.
Il ronfo del motore a bassi giri della Smart è l’unico rumore che si percepisce. Intuisce che il Gaeta s’è girato a studiarlo di sottecchi.
The Twilight Zone. Qui in Italia, con una certa fantasia, l’avevano tradotto: Ai confini della realtà.
Non sto parlando certo della prima serie, quella anni sessanta in bianconero! Miseria! Dovevo ancora nascere, allora. Almanacca tra sé.
È come un dispositivo di autodifesa. Quando si addensano casini all’orizzonte, nel cervello di Ferrero scatta un relè. Una messa in sicurezza. Scatta il sistema di salvaguardia. Pensieri iniettati come analgesici ad impedire una concentrazione altrimenti necessaria.