L'esperimento

2927 Parole
l'esperimento «Sono felice che tu sia venuto, Clarke. Davvero molto felice. Non ero sicuro che ne avresti trovato il tempo.» «Sono riuscito a prendere accordi per qualche giorno. In questo periodo le cose sono abbastanza tranquille. Ma… non hai alcun timore, Raymond? È del tutto sicuro?» I due uomini passeggiavano con calma avanti e indietro lungo il terrazzo davanti alla casa del dottor Raymond. Il sole si attardava sulla catena montuosa occidentale, ma brillava di un cupo bagliore rossastro che non proiettava ombre, e l’aria era quieta. Dal vasto bosco sul pendio superiore della collina proveniva una piacevole brezza e con essa, a intervalli, il delicato richiamo delle tortore selvatiche. Più in basso, nella lunga e deliziosa vallata, il fiume si snodava tra le colline solitarie e, mentre il sole svaniva a occidente, una debole e candida nebbia cominciò a salire dalle colline. Il dottor Raymond si rivolse all’amico in tono brusco. «Sicuro? Certo che lo è. Di per sé, l’operazione è molto semplice: qualsiasi chirurgo potrebbe eseguirla.» «E non vi è alcun pericolo per il futuro?» «Nessuno. Assolutamente nessun pericolo sul piano fisico, ti do la mia parola. Sei sempre titubante, Clarke. Sempre. Eppure, conosci la mia storia. Negli ultimi vent’anni ho consacrato me stesso alla medicina trascendentale. Mi sono sentito dare dell’imbonitore, del ciarlatano e dell’impostore, ma per tutto il tempo ho avuto la certezza di trovarmi sulla strada giusta. Cinque anni fa ho raggiunto il mio scopo e da allora ho trascorso ogni giorno in preparazione di ciò che compiremo stanotte.» «Mi piacerebbe credere che sia tutto vero.» Clarke aggrottò le sopracciglia e fissò dubbioso il dottor Raymond. «Sei davvero sicuro, Raymond, che la tua teoria non sia una fantasmagoria… Una fantasia magnifica, senz’altro, ma dopotutto soltanto una fantasia?» Il dottor Raymond si fermò e si voltò di scatto. Era un uomo di mezz’età, magro e sparuto, con una pallida carnagione giallognola, eppure nel rispondere e fronteggiare Clarke un rossore si dipinse sulle sue guance. «Guardati attorno, Clarke. Vedi la montagna e le colline che si susseguono una dopo l’altra, come onde. Vedi i boschi e i frutteti, i campi di grano maturo e i pascoli che si allungano fino ai canneti in riva al fiume. Mi vedi in piedi accanto a te e odi la mia voce. Ti dico che tutte queste cose… Sì, da quella stella che ha appena brillato nel cielo al solido terreno sotto i nostri piedi… Ti dico che tutte queste cose non sono che sogni e ombre, le ombre che celano il mondo reale ai nostri occhi. C’è un mondo reale, ma si trova al di là di questo incanto e di questa allucinazione, oltre queste “scene di caccia su un arazzo, fantasie sfrenate1”, al di là di esse come al di là di un velo. Non so dire se qualche essere umano abbia mai alzato quel velo. Ma so, Clarke, che stanotte tu e io lo vedremo sollevato davanti agli occhi di qualcun altro. Penserai che questa sia una bizzarra assurdità. Sarà anche bizzarra, ma è reale: gli antichi sapevano cosa significa sollevare il velo. Chiamavano ciò: “vedere il dio Pan”2.» Clarke rabbrividì. La bianca foschia che si raccoglieva sul fiume era gelida. «È davvero straordinario» disse. «Se ciò che sostieni è vero, Raymond, ci troviamo sull’orlo di un mondo sconosciuto. Suppongo che il bisturi sia assolutamente necessario?» «Sì. Una minuscola lesione nella materia grigia, tutto qui. Un’insignificante ridisposizione di alcune cellule, un’alterazione microscopica che sfuggirebbe all’attenzione di novantanove neurologi su cento. Non voglio annoiarti con queste nozioni, Clarke: potrei fornirti un mucchio di dettagli che suonerebbero davvero impressionanti e ne sapresti quanto prima. Ma suppongo tu abbia letto, senza darci troppo peso, da qualche parte sul tuo giornale, quali passi da gigante sono stati fatti di recente nello studio della fisiologia del cervello. L’altro giorno ho letto un trafiletto sulla teoria di Digby3 e le scoperte di Browne Faber4. Teorie e scoperte! Dove loro si trovano adesso io mi trovavo già quindici anni fa e non ho bisogno di dirti che negli ultimi quindici anni non sono rimasto con le mani in mano. Basterà dire che cinque anni fa feci la scoperta che ho menzionato quando ho detto che dieci anni fa ho raggiunto il mio obiettivo. Dopo anni di lavoro, dopo anni passati a faticare duramente e procedendo a tentoni nel buio, dopo giorni e notti di delusioni e a volte disperazione, in cui di tanto in tanto tremavo e raggelavo al pensiero che forse vi erano altri in cerca di ciò che io stesso cercavo… Finalmente, dopo tanto tempo, un sussulto di gioia improvvisa mi fece fremere l’anima e seppi che il lungo viaggio era giunto a termine. Grazie a quello che allora mi sembrò, e ancora oggi mi sembra, un caso fortuito, la suggestione di una momentanea e futile idea proseguì lungo percorsi e linee familiari che avevo già tracciato un centinaio di volte e la grande verità piombò su di me. Vidi un mondo intero, una sfera sconosciuta, prendere forma dinanzi a me. Continenti, isole e vasti oceani sui quali nessuna nave ha più navigato, per quanto io ne sappia, da quando l’uomo ha alzato gli occhi e visto il sole, le stelle del firmamento e la placida terra sottostante. Penserai che questo sia un linguaggio pomposo, Clarke, ma è difficile essere letterali. Tuttavia, non so se quello che sto insinuando possa essere espresso con parole semplici e chiare. Per esempio, oggi questo nostro mondo è quasi del tutto cinto dai cavi e dai fili del telegrafo: il pensiero balena dall’alba al tramonto, da nord a sud, attraverso gli oceani e i deserti. Supponiamo che un elettricista di oggi comprenda all’improvviso che lui e i suoi colleghi hanno soltanto giocato con dei sassolini, scambiandoli per le fondamenta del mondo. Supponiamo che un tale uomo abbia visto lo spazio più profondo estendersi oltre quello attuale, le parole degli uomini saettare verso il sole e al di là di esso nei sistemi che ci sono oltre e la voce di uomini dalla parlata articolata echeggiare nel vuoto desolato che circonda il nostro pensiero. Come analogia, è piuttosto buona per descrivere ciò che ho fatto. Ora puoi comprendere una parte di ciò che ho provato mentre stavo qui in piedi, una sera. Era una serata estiva e la vallata appariva molto simile a ora. Me ne stavo qui e, davanti a me, vidi l’indicibile, inimmaginabile abisso che si spalanca profondo tra due mondi, il mondo della materia e il mondo dello spirito. Vidi il vasto e vuoto baratro allungarsi dinanzi a me e in quell’istante un ponte di luce saettò dalla terra alla sponda sconosciuta e l’abisso fu varcato. Se vuoi, puoi dare un’occhiata al libro di Browne Faber: scoprirai che, a tutt’oggi, gli scienziati non sono in grado di fornire spiegazioni circa la presenza di un certo gruppo di cellule nervose nel cervello, né di indicarne le funzioni. Quel gruppo è, per così dire, terra da affittare, un semplice luogo dimenticato destinato a teorie fantasiose. Non mi trovo nella posizione di Browne Faber e degli specialisti, io sono perfettamente a conoscenza delle possibili funzioni di quei centri nervosi. Posso attivarli con un tocco. Con un tocco, ti dico, posso liberare l’elettricità, con un tocco posso portare a compimento la comunicazione tra questo mondo dei sensi e… Potremo terminare la frase più tardi. Sì, il bisturi è necessario: ma pensa a ciò che quel bisturi compirà. Demolirà del tutto il solido muro dei sensi e, forse, per la prima volta da quando l’uomo è stato creato, uno spirito poserà lo sguardo su un mondo di spiriti. Clarke, Mary vedrà il dio Pan!» «Ma ti ricordi ciò che mi hai scritto? Credevo fosse necessario che lei…» Sussurrò il resto all’orecchio del dottore. «Niente affatto, niente affatto. È un’assurdità. Te l’assicuro. Anzi, è meglio così: ne sono certo.» «Considera bene la questione, Raymond. Si tratta di una grande responsabilità. Qualcosa potrebbe andare storto e cadresti in disgrazia per il resto dei tuoi giorni.» «No, non credo, nemmeno se accadesse il peggio. Come sai, ho salvato Mary quand’era bambina dai bassifondi e da una morte quasi certa per inedia: penso che la sua vita mi appartenga e che io possa disporne come meglio mi aggrada. Vieni, si sta facendo tardi. Faremo meglio a entrare.» Il dottor Raymond fece strada nella casa, attraverso l’ingresso e lungo un oscuro corridoio. Estrasse dalla tasca una chiave, aprì una pesante porta e invitò Clarke a entrare nel laboratorio. Un tempo era stata una sala da biliardo ed era illuminata da una cupola di vetro posta al centro del soffitto, da cui proveniva ancora una spenta luce grigiastra che rischiarava la sagoma del dottore, intento ad accendere una lampada dal grande paralume e porla su un tavolo al centro della stanza. Clarke si guardò attorno. A stento un solo metro di parete era rimasto sgombro: c’erano ovunque scaffali carichi di bottiglie e fiale di ogni forma e colore e a un’estremità della stanza si trovava una piccola libreria in stile Chippendale. Raymond la indicò. «Vedi quella pergamena di Oswald Crollius5? Fu uno dei primi a mostrarmi la via, anche se non credo che lui stesso l’abbia mai trovata. Questa è una sua strana massima: “In ogni chicco di grano giace celata l’anima di una stella”.» Non vi era molto mobilio nel laboratorio. Il tavolo al centro, costituito da una lastra di pietra con un canaletto di scolo in un angolo, e le due poltrone sulle quali sedevano Raymond e Clarke. Era tutto, a eccezione di una sedia dall’aspetto bizzarro all’estremità opposta della stanza. Clarke la osservò e inarcò le sopracciglia. «Sì, quella è la sedia» disse Raymond. «Possiamo benissimo metterla in posizione.» Si alzò, spostò la sedia portandola sotto la luce e iniziò ad alzarla e farla scendere, abbassando la seduta, regolando lo schienale a varie angolature e sistemando il poggiapiedi. Sembrava abbastanza comoda e Clarke passò la mano sul morbido velluto verde, mentre il dottore armeggiava con le leve. «Ora, Clarke, mettiti comodo. Mi attendono un paio d’ore di lavoro. Sono stato costretto a risolvere alcune cose all’ultimo momento.» Raymond si avvicinò alla lastra di pietra e Clarke lo osservò con fare annoiato mentre l’altro si chinava su una fila di fiale e accendere la fiamma sotto al crogiolo. Il dottore aveva posto una piccola lanterna a mano, schermata come quella più grande, su una sporgenza al di sopra dell’attrezzatura. Clarke, che sedeva al buio, osservò la grande stanza immersa nella penombra, meravigliato dagli effetti bizzarri della luce brillante e dell’oscurità indefinita che si contrapponevano l’una all’altra. Ben presto si rese conto dello strano odore che riempiva la stanza, all’inizio solo una lieve traccia. Ma, quando questo si fece più deciso, si sorprese del fatto che non gli ricordasse affatto una farmacia o una sala operatoria. Clarke si ritrovò impegnato controvoglia ad analizzare quella sensazione e, conscio di ciò solo in parte, iniziò a pensare a un giorno di quindici anni prima in cui aveva passato il tempo vagabondando tra i boschi e i prati nei pressi della propria casa. Era una torrida giornata di inizio agosto, il caldo aveva offuscato i contorni delle cose e le distanze con una debole foschia. Le persone che osservavano il termometro parlavano di una situazione anormale, di una temperatura quasi tropicale. Stranamente, quel caldo e meraviglioso giorno degli anni Cinquanta riprese vita nell’immaginazione di Clarke. Il senso di abbagliante luce solare pareva cancellare le ombre e le luci del laboratorio, e lui sentì ancora una volta l’aria calda soffiargli sul viso, vide il luccichio sollevarsi dal manto erboso e udì la moltitudine di mormorii dell’estate. «Spero che l’odore non ti infastidisca, Clarke: non si tratta di nulla di nocivo. Potrebbe farti venire un po’ di sonno, tutto qui.» Clarke udì distintamente le parole e comprese che Raymond stava parlando con lui ma, per quanto ci provasse, non riusciva a destarsi dalla sonnolenza. Riusciva soltanto a pensare alla passeggiata solitaria che aveva fatto quindici anni prima. Era stata l’ultima volta che aveva ammirato i campi e i boschi che aveva conosciuto fin da bambino: ora tutto si stagliava davanti a lui contro una luce brillante, come in un dipinto. Più di ogni altra cosa, gli giungevano alle narici la fragranza dell’estate, il profumo di fiori misti, l’odore dei boschi, dei freschi luoghi ombreggiati e immersi nelle verdi profondità, al riparo dal calore del sole. E l’aroma della terra accogliente, che pareva giacere a braccia aperte con il sorriso sulle labbra, dominava tutto. Le sue fantasie lo indussero a vagare, proprio come aveva fatto tanto tempo prima, dai campi al bosco, seguendo uno stretto sentiero all’ombra rugiadosa dei faggi, e il rivolo d’acqua che scendeva dalla roccia calcarea risuonava nel sogno come una soave melodia. I pensieri iniziarono a divagare e a mescolarsi ad altri pensieri: il vialetto tra i faggi si trasformò in un sentiero tra i lecci e qua e là una vite cominciò a levarsi da ramo a ramo allungando viticci ondeggianti e pendendo colma di acini d’uva purpurei; le rade foglie grigio verdi di un ulivo selvatico si stagliavano contro le scure ombre dei lecci. Clarke, immerso nelle pieghe profonde del sogno, comprese che il tragitto lo aveva condotto dalla casa del padre a una terra inesplorata e si meravigliò della stranezza di tutto ciò quando, all’improvviso, al posto del brusio e del mormorio dell’estate, un infinito silenzio parve cadere su ogni cosa e il bosco ammutolì. Per un momento si trovò faccia a faccia con una presenza che non era né uomo né bestia, né viva né morta, ma tutte le cose fuse assieme, la forma di ogni cosa eppure priva di ogni forma. E, in quel momento, il sacramento del corpo e dello spirito fu dissolto e una voce parve gridare: «Andiamo via da qui». Poi ci furono le tenebre dell’oscurità da oltre le stelle, l’oscurità eterna. Quando Clarke si svegliò di soprassalto vide Raymond versare alcune gocce di un qualche fluido oleoso in una fiala verde, che sigillò con fermezza. «Hai sonnecchiato» disse. «Il viaggio deve averti sfinito. Ora è tutto pronto. Vado a prendere Mary: tornerò tra dieci minuti.» Clarke si appoggiò allo schienale della poltrona, sbalordito. Gli sembrava di essere passato da un sogno a un altro. Quasi si aspettava di vedere le pareti del laboratorio sciogliersi e svanire e di svegliarsi a Londra, rabbrividendo per le proprie sognanti fantasie. Ma, alla fine, la porta si aprì e il dottore fece ritorno, seguito da una ragazza sui diciassette anni vestita di bianco. Era così bella che Clarke non si meravigliava più di ciò che il dottore gli aveva scritto. La ragazza arrossì sul viso, il collo e le braccia, ma Raymond rimase impassibile. «Mary» disse, «è giunto il momento. Sei del tutto libera di scegliere. Sei disposta a fidarti di me completamente?». «Sì, caro.» «Hai sentito, Clarke? Tu sei mio testimone. Ecco la sedia, Mary, È davvero comoda. Siediti semplicemente e appoggiati allo schienale. Sei pronta?» «Sì, caro, sono pronta. Dammi un bacio prima di iniziare.» Il dottore si chinò e le baciò la bocca con gentilezza. «Adesso chiudi gli occhi» disse. La ragazza abbassò le palpebre, come se fosse stanca e desiderosa di dormire e Raymond le mise la fiala verde sotto le narici. Il suo viso impallidì, facendosi più candido dell’abito. Lottò debolmente e quindi, con in sé una profonda sensazione di sottomissione, incrociò le braccia al petto come una bambina in procinto di recitare le preghiere. L’intensa luce della lampada cadde su di lei e Clarke osservò i fugaci cambiamenti sul suo volto, simili a quelli delle colline quando le nubi estive fluttuano davanti al sole. Infine si distese, pallida e immobile, e il dottore le alzò una delle palpebre. Era del tutto incosciente. Raymond forzò una delle leve e la sedia all’improvviso si distese orizzontale. Clarke lo vide radere un cerchio, come una chierica, tra i capelli della ragazza e avvicinò la lampada. Raymond prese un piccolo strumento scintillante da una valigetta e Clarke si voltò di scatto colto da un brivido. Quando guardò di nuovo, il dottore stava fasciando la ferita che aveva aperto. «Si sveglierà tra cinque minuti.» Raymond rimaneva ancora perfettamente composto. «Non c’è altro da fare: possiamo solo attendere.» I minuti trascorsero lenti. Potevano udire un lento, pesante ticchettio. Nel corridoio c’era un vecchio orologio. Clarke si sentiva debole e nauseato, le sue ginocchia vacillavano e a stento riusciva a reggersi in piedi. D’un tratto, mentre vegliavano, udirono un lungo sospiro e d’un tratto il colore che era svanito riapparve sulle guance della ragazza, e d’un tratto spalancò gli occhi. Clarke si impaurì. Brillavano di una luce terribile, guardando lontano, e uno strano stupore calò sul volto di lei. Le sue mani si allungarono come a toccare qualcosa di invisibile: ma, in un istante, lo stupore svanì e fece posto al più reverenziale dei terrori. I muscoli del volto si contrassero in modo atroce e Mary cominciò a tremare dalla testa ai piedi: l’anima pareva lottare e fremere all’interno della propria casa di carne. Fu uno spettacolo orribile e Clarke si precipitò in avanti nel preciso momento in cui lei cadeva al suolo urlando. Tre giorni dopo, Raymond condusse Clarke al capezzale di Mary. Giaceva del tutto sveglia, girando la testa da una parte all’altra e sorridendo con aria assente. «Sì» disse il dottore, come sempre perfettamente composto, «è davvero un peccato: ormai è un’idiota senza speranza. A ogni modo, era inevitabile: d’altronde, ha visto il Grande Dio Pan».
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