Satrustegui – sempre trascinando Pedro – si avvicinò a quella che una volta era stata la reception e salutò la donna in uniforme seduta dietro il bancone: «Dolores, come butta? Io ne ho prelevato un altro; si chiama Pedro Basquets. Vedi un po’ che dice il registro degli ospiti, per favore».
Dolores, una biondina slavata e secca, inarcò le sopracciglia dietro gli spessi occhiali, prese in mano un registro, lo consultò e disse: «Chiedi a Josè Aparecio, qui all’ammezzato a sinistra».
Satrustegui ringraziò e sospinse Pedro verso la direzione indicata. Un paramilitare li incrociò e si avvicinò all’uomo col trench, sussurrandogli qualcosa all’orecchio. Gli occhi piccoli e cattivi di quel mastino umano mandarono bagliori sinistri, mentre replicava con un grugnito. Dopodiché si rivolse a Pedro: «Lei salga le scale e si avvicini alla persona che vedrà dietro la scrivania. Si chiama Josè Aparecio. Gli comunichi il suo nome e si attenga alle istruzioni. È tutto. Vada».
Appena ebbe pronunciato quelle parole, girò sui tacchi e se ne andò senza più voltarsi. Pedro restò per un attimo confuso e incapace di prendere una decisione. «Proseguire o tentare la fuga?» si chiese. Ammise quasi subito che la seconda ipotesi era impraticabile e si vide costretto a proseguire nell’iter della sua convocazione, con una rassegnazione che lo avvilì.
Dopo l’ultimo scalino, vide, piazzata a una dozzina di metri, una piccola scrivania coperta da almeno una decina di faldoni. Dietro la stessa, sedeva un uomo bene in carne, con piccoli baffi e una capigliatura impomatata, che alzò il capo appena in tempo per squadrare, con aria supponente, lo sconosciuto in procinto di fermarsi davanti a lui. A fatica, Pedro pronunciò il proprio nome e l’individuo – che, sebbene seduto, gli diede l’impressione di scrutarlo dall’alto in basso – per tutta risposta fece una smorfia. Poi prese un faldone e lo sfogliò, infine tolse alcune pagine, le unì con una graffetta e le porse al convocato. «Ecco il suo fascicolo. Prenda.»
Non appena Pedro ebbe obbedito, l’uomo si alzò e gli ordinò di tenere le braccia e le gambe divaricate.
«Devo perquisirla» dichiarò, facendo scorrere le mani addosso a Pedro, finché non gli trovò qualcosa nella tasca posteriore dei pantaloni. «E questi che accidente sarebbero?»
«Ehm… datteri, datteri ricoperti di cioccolato. Una mia specialità. Mi hanno consigliato di…»
«Requisiti!» esclamò l’uomo deciso, buttando il pacchettino sulla scrivania. Non pago, tolse a Pedro anche chiavi e portafoglio e li gettò vicino ai datteri. Subito dopo si sedette di nuovo e compilò una sorta di ricevuta prestampata. Una volta compiuta l’operazione, prese un foglio, vi scrisse qualcosa e lo firmò, apponendovi anche un timbro.
«Salga al secondo piano, stanza 201. Entri e consegni alla persona preposta foglio e fascicolo. La ricevuta, invece, la tenga.»
Pedro esitò per qualche secondo ma, quando le iridi nere come la pece del paramilitare gli perforarono l’anima, si diresse senza fiatare agli ascensori, salvo sentirsi riprendere da Aparecio con tono aspro: «Gli ascensori sono riservati al nostro personale. Salga a piedi».
In pochi minuti, Pedro raggiunse il piano indicatogli, sul quale, non lontano dalle scale, sostava un piccolo capannello di paramilitari. Il più alto di loro stava improvvisando una specie di danza vagamente scimmiesca, mentre riferiva un aneddoto.
«No, dico, quella india lì era piccola ma ben fatta e con due tette da resuscitare quello che s’è buttato dalla finestra stasera. Ed era della misura adatta, perché quando s’è sdraiata nuda sul biliardo, con le gambe ben aperte e gridando “ancora, ancora”, ha chiesto che le palle in avorio imbucassero la sua… be’, e tu chi saresti?»
Sentitosi chiamato in causa, lo smarrito Pedro balbettò qualcosa sulla stanza 201 e su un fascicolo che gli era stato consegnato. Il paramilitare lo fissò e poi, come se la cosa non lo riguardasse, ordinò a un suo camerata: «Rosario, scorta questo qui da Estrela O’Leary, alla 201. Non so che ci vada a fare lì ma, se ce lo hanno mandato da sotto, ci sarà un motivo».
Rosario, un piccoletto baffuto con una pistola nella fondina, sbuffò la propria disapprovazione ma obbedì. Seppur maldisposto, fece a Pedro cenno di seguirlo e, quando giunse con lui di fronte a una porta con la targhetta «201», bussò con forza. Una voce femminile rispose: «Avanti».
La porta si aprì e i due uomini si trovarono dinnanzi a un insolito spettacolo. Comodamente sistemata in una poltrona, una donna dai capelli rossi, con la divisa slacciata, sbraitava minacce contro una ragazza dai lunghi capelli castani, la quale stava innanzi a lei sulle punte dei piedi, completamente nuda, con gli occhi bendati e le mani che, protese in avanti, reggevano a fatica un enorme vassoio colmo di bottiglie di vetro.
«Entrate, entrate. Non restate sulla soglia. Allora, che volete?»
«Scusa, Estrela, ma da sotto ti hanno mandato questo tizio. Ecco, leggi tu stessa.»
La donna, dopo aver preso le carte dalla mano di Rosario, cominciò a leggere, arricciandosi nervosamente una ciocca di capelli. Pedro fissò più da vicino il volto della prigioniera e – da un neo posizionato vicino al labbro superiore – scoprì che si trattava di Gabriela Ridruejo, la ventenne, adorabile barista del Centro Culturale.
La carne gli si aggricciò. Dunque avevano prelevato anche quella incantevole e sfortunata giovane e ora la stavano costringendo a rimanere in quella umiliante posizione, che ricalcava beffardamente la professione della poveretta, presumibilmente per forzarla a rivelare dei nomi. Pedro, come ipnotizzato, fissò quel corpo che fremeva dallo sforzo e quel supplizio gli fece prefigurare ciò che gli sarebbe potuto accadere. Fu sul punto di svenire.
«E io che c’entro con questo qui? Dico, ti pare una donna?» domandò con asprezza Estrela. «Aparecio avrebbe dovuto scrivere il numero 701 e non 201. Scommetto che non gli avranno comunicato che io e Don Jinete ci siamo scambiati le stanze. Soliti casini. Avanti, portalo di sopra. Fuori tutti e due, via, aria!»
Rosario si riprese le carte e spinse l’inerte Pedro verso l’uscita. Sulla soglia, i due uomini quasi si scontrarono con un’altra volontaria del Comitato, dall’espressione gongolante, una brunetta tarchiata che stava entrando con in mano delle briglie e una grossa confezione di lucido da scarpe.
Appena chiusero la porta si udì uno schianto di vetri infranti seguito da urla allucinanti. Dopodiché, Rosario spinse verso gli ascensori il piccolo imprenditore, la cui mente indugiava ancora sull’inerme Gabriela, sottoposta a raffinate crudeltà muliebri. Concluse che la bellezza della giovane non avrebbe certo commosso – ma semmai esacerbato – quelle arpie in divisa.
Svuotato di ogni energia e impaurito come mai prima, Pedro si ritrovò davanti alla porta dell’ascensore che si aprì in quel momento, mostrando al proprio interno un paramilitare armato di fucile e due uomini incappucciati e con le mani ammanettate dietro la schiena. Uno di loro, dal fisico muscoloso e asciutto, ostentava al braccio sinistro il tatuaggio di un drago color rosso-oro.
Il piccolo imprenditore sgranò gli occhi, riconoscendo il tatuaggio; era quello di Rafael Ortega, il proiezionista di tanti film e documentari sulla situazione politica del Paese e dell’intero Continente. Schiantato dalla nuova, terribile apparizione, egli quasi non udì il dialogo tra Rosario e il paramilitare armato di fucile.
«Ehi, dico, sei stato tu a chiamare l’ascensore prima che io pigiassi il pulsante?»
«Sì, devo portare questo imbecille al settimo piano.»
«E così ti permetti di fermarmi nel compimento del mio dovere? Io questi due devo portarli nelle cantine e con una certa urgenza. E poi, non te l’hanno detto che gli ascensori sono riservati per operazioni che hanno l’assoluta precedenza?»
«Ma io questo qui come ce lo porto al settimo, da Don Jinete?»
«A piedi» latrò l’uomo col fucile, da dentro l’ascensore, mentre le porte dello stesso si chiudevano.
Rosario spinse Pedro verso le scale, bestemmiando in modo innominabile, e si inferocì, constatando che l’uomo a lui affidato si muoveva solo con le cattive. In effetti, il convocato era ormai prosciugato da ogni volontà, perché la consapevolezza che molti suoi conoscenti del Circolo Ortega fossero in balia di quei carnefici, e che lui ne avrebbe certamente seguito la sorte, lo aveva reso inerte. Anzi, si sentiva già destinato al peggio.
Nonostante ciò, fu molto abile nello scansarsi pochi istanti dopo, quando un uomo – un sessantenne che sembrava in preda a uno spirito maligno – scese di corsa le scale, urlando e rischiando di travolgere lui e il paramilitare. Pedro riconobbe in quello scalmanato il Professor Jacinto Figueroa, un distinto costituzionalista che, sovente, aveva tenuto conferenze al Circolo.
Il maturo docente, spaventatissimo, correva in mutande, esponendo il macilento e cadente corpo nell’intento di sfuggire a un paramilitare che, per una ragione non molto chiara, portava sulla faccia una maschera da clown e teneva in mano un oggetto non molto grande, un puntale la cui funzione – facilmente intuibile – inquietò assai Pedro.
Il paramilitare riuscì a raggiungere il fuggitivo e ad assestargli una scarica elettrica tramite il congegno che aveva in mano. Figueroa s’afflosciò sul pavimento come uno straccio bagnato, mentre un divertito Rosario si congratulava con il camerata, esclamando un convinto «olé». Il torturatore mascherato, per tutta risposta, alzò la mano in segno di apprezzamento.
Dopo quell’intermezzo drammatico, in capo a pochi minuti i due si ritrovarono al quinto piano, dove incontrarono un altro paramilitare. Costui aveva in mano uno sturalavandini e, salutando il camerata, gli chiese: «Ehilà, Rosario, dove stai andando di bello?»
«Al settimo, da Don Jinete. E tu, che fai? Ti improvvisi idraulico?»
«No, è che Paco, come al solito, ha esagerato con il trattamento. Il tipo che lo ha subito – sai, quel tale Gallispoli, l’avvocato ben pasciuto – è svenuto e il water è rimasto intasato dal vomito.»
Pedro barcollò e venne sorretto appena in tempo da Rosario. Se perfino Hernàn Gallispoli, avvocato in vista ma dalle idee troppo socialiste, era oggetto di trattamenti inumani, che ne sarebbe stato di lui? Iniziò a tremare, impercettibilmente ma senza requie.
Comunque, in qualche modo, fu trascinato fino al settimo piano e portato davanti alla stanza numero «701». Il piccolo paramilitare, palesemente seccato dall’inerzia dell’uomo affidatogli, bussò energicamente alla porta e l’aprì ancor prima che l’invito a entrare fosse stato completato.
I due uomini ebbero così accesso a uno spazio ampio ma scarsamente illuminato nel quale, seduto a un tavolo pieno di carte sormontate da un crocefisso di ferro, si trovava un prete di mezza età, con barba e capelli folti e non meno neri dell’abito talare. Si stava massaggiando le tempie con gli occhi chiusi.
«Prego, desiderate?» domandò. Era senza dubbio un vero sacerdote, sul cui abito, però, era appuntata la spilla del Partito d’Azione Patriottica, dai riconoscibili colori fiammanti: il rosso, il nero e il bianco della bandiera nazionale.
Rosario, scusandosi per l’intrusione a tarda ora, spiegò che quell’uomo gli era stato affidato da Aparecio perché destinato alla stanza 201. Ma quella stanza, adesso, era riservata alla zelante camerata Estrela, che però interrogava solo soggetti sovversivi rigorosamente femminili. Si presumeva, pertanto, che fosse Don Jinete a doversi occupare di quell’individuo.
Terminata la breve esposizione, Rosario salutò con un inchino e lasciò la stanza. Rimasto solo, Pedro venne invitato dal prete con un cenno ieratico ad accomodarsi attorno al tavolo, sul quale giaceva un piatto con molti scarti alimentari, simili a detriti. Mentre egli, esitante, riusciva finalmente a sedersi, Don Jinete si metteva al collo la stola sacra e, con la mano destra, compiva una silenziosa benedizione per il reprobo che stava prendendo posto davanti a lui.
«Dunque, figliolo, sei pronto per la confessione?»
Pedro, imbarazzato e allocchito, fu sul punto di rispondere sì, quando si morse la lingua. Poi mormorò: «Io… io, veramente, non saprei. Mi hanno mandato qui dal basso…»
«Sì, lo so. È stato il buon Aparecio che ti ha inviato qui, perché certamente sarai disposto a toglierti un peso dalla coscienza e confessare ogni cosa, risparmiandoti molte sofferenze.»
«Io non devo confessare nulla! Mi hanno convocato nel mezzo della notte e mi hanno portato qui.»
L’espressione del prete mutò e, da comprensiva e conciliante, divenne ombrosa e ostile. Il sopracciglio sinistro s’inarcò, come se Pedro lo avesse indispettito, e infine il volto si contrasse e gli occhi neri si levarono verso il soffitto. «Ha sentito?» domandò.
Pedro, colpito da quello sguardo e da quella espressione, balbettò: «S-sentito c-che co-cosa?»
«Il fragore.»
Pedro tese le orecchie. Non udendo alcunché, chiese con crescente timore: «Quale fragore?»
«Quello del tracollo dei nostri valori, minacciati dalla sovversione sinistrorsa» concluse il religioso, mentre la sua espressione facciale si rilassava. «Quel rumore inudibile eppure tumultuoso che solo i prediletti da Dio sanno cogliere. È il rumore che ha armato i cuori e le mani degli unti del Signore. Ma spiegarlo a uno come lei, è tempo perso. Sicché, lei non è qui per confessare?»
Al diniego di Pedro seguì una breve spiegazione che il religioso ascoltò con attenzione, prima di concludere: «Allora, temo che ci sia stato un equivoco. Probabilmente, lei era stato indirizzato alla 201 prima ancora che ci stessi io, quando lì c’era ancora Ricardo Inarte. Vede, il Comitato s’è installato qui da dieci giorni e problemi organizzativi di diversa natura ci hanno costretto a frequenti scambi delle nostre rispettive stanze. Dopotutto noi non siamo del mestiere, ma solo volenterosi cittadini devoti alla giusta causa: medici, insegnanti e umili sacerdoti».