Ogni parola di lei era una frecciata per Zebedeo, e quel pianto invece di commuoverlo lo irritò: credeva di capire le allusioni di lei sempre tese allo stesso scopo; che cioè i parenti di Basilio la escludessero dall'eredità nonostante le disposizioni del morto; ma era un uomo di coscienza, lui, e voleva chiarire le cose.
— Sono un uomo di coscienza, Lia — disse con calma; — e ti ripeto che non aggraverò i peccati di Basilio davanti al Signore. Sono qui per questo. Ascoltami: è inutile continuare con chiacchiere vane. Appena passato il primo grande dolore per la morte di Basilio tutti noi abbiamo pensato subito a te e al ragazzo animati dalle migliori intenzioni. Mia moglie sopratutto si preoccupava di questo; ma poi vennero a riferirci della tua scena, dei tuoi gridi, delle tue accuse, e i parenti tutti ti divennero ostili. Lasciamola quale nemica che è, – dissero. Vuoi sapere una cosa, Lia? Io sono venuto qui stasera di nascosto a insaputa della mia famiglia; e sono qui per dirti: Lia, fa il tuo dovere; rimani a casa tua a fare le tue faccende e non chiacchierare non dare ascolto né soddisfazione ai vicini ed ai lontani. Io penserò e provvederò a te ed a tuo figlio; vedrai che sarai contenta. Che vuoi fare altrimenti? una lite non puoi intentarla; è meglio quindi che tu accetti la mia buona volontà.
La donna. piangeva.
— Non m'importa di nulla, — disse con voce cavernosa; — nessun bene del mondo può compensarmi del bene perduto.
Zebedeo s'alzò un poco infastidito. Nel venire da Lia egli s'era aspettato urli improperi e maledizioni; nel vederla così piegata e rassegnata al suo destino provava un certo malessere; l'avrebbe preferita violenta e accusatrice; ma la sapeva già, sebbene la conoscesse poco, donna lusinghiera e finta, di modi insinuanti; giusto per questo aveva abbindolato il povero Basilio.
Dritto davanti a lei con una mano appoggiata aperta sulla tavola la guardava dall'alto aspettando che ella finisse i suoi lamenti.
— Coraggio, — disse infine, come le facesse le sue condoglianze. — Siamo nati per soffrire. E anch'io non dovrei continuare a piangere? Era mio fratello, dopo tutto. Il tempo guarirà il nostro dolore. Addio.
S'avviò senza porgerle la mano. Ella si alzò di scatto e vide che egli aveva lasciato sulla tavola un biglietto da cento lire: e sulle prime ebbe voglia di afferrare il foglio e buttarglielo dietro; poi tremò e si irrigidì in pari tempo come un cavallo frenato e raggiunse a lunghi passi l'uomo fin sulla porta salutandolo umilmente.
Ma quando fu sola prese il biglietto e lo spiegò fra tutte e due le mani guardandolo come per esaminare se era buono; e subito dopo sollevò e scosse le braccia in direzione della porta maledicendo l'uomo e tutta la sua generazione.
E Zebedeo, di fuori, sentiva ch'ella faceva così e aveva un po' di paura perché infine, pensava, Salvatore era figlio di Basilio e aveva diritto naturale, se non per legge, all'eredità.
Dio dispone così. Ma il mondo ha quasi sempre più ragione di Dio; il mondo non permette che un figlio illegittimo prenda l'eredità paterna, e dopo tutto le leggi sono fatte da uomini saggi che forse e senza forse sono inspirati da Dio.
Se la legge dispone così vuol dire che un certo castigo deve pesare sul figlio del peccato. Questo poi l'ha detto proprio Dio che i figli devono scontare le colpe dei genitori.
— Noi camminiamo guidati da Lui, se Lui vuole che io faccia così è segno che devo far così.
Ma intanto aveva paura della maledizione della donna ed anche delle sue fattucchierie. Sapeva per esempio che in quegli ultimi tempi per quanto lei adesso mostrasse tanto dolore non correvano più buonissimi rapporti fra lei e Basilio; ed essa gli augurava del male: forse lo aveva fatto morire lei.
Che vada dunque al diavolo anche lei. Ed egli fece le fiche per scongiurare il malaugurio, ma guardava per terra e gli pareva che di tanto in tanto il terreno si spaccasse per lasciar intravedere una misteriosa profondità d'acqua e di fuoco. Erano pezzetti di vetro che scintillavano alla luna.
Finalmente le visite di condoglianze erano terminate e le donne si affaccendavano a rimettere in ordine la casa.
La serva, una ragazza che rassomigliava a Lia ma molto giù giovane e acerba, aveva riacceso il fuoco e rimesso la caffettiera a bollire, sapendo che questo era il maggior conforto delle sue padrone e anche suo: e pensava con sollievo che finalmente il padrone anziano se ne sarebbe andato in campagna come già se n'era andato il padrone piccolo.
Erano autoritari e pretensiosi, gli uomini, quando stavano in casa. Il padrone anziano voleva che la serva gli versasse anche l'acqua da bere e gli lavasse i piedi come una schiava.
Quei giorni poi era più inumano che mai: il dolore per la morte del fratello pareva lo inasprisse e lo rendesse malvagio, invece di ricordargli che tutti dobbiamo morire.
Ecco che seduto ancora al posto dove da tre giorni riceve le condoglianze degli amici e dei conoscenti, ancora fermo e rigido dentro il suo cappotto come un diavolo in penitenza, grida alla ragazza che vada a prendere il cavallo dalla stalla e lo conduca all'abbeveratoio.
— E non montarci su, non farlo bere in fretta.
— L'ho fatto già bere qui, con l'acqua del pozzo pulita come l'argento.
— Oh!
Un oh, solo; ma urlato in modo tale che la ragazza balzò come sotto una sferzata e corse via.
Il fatto è che il padrone voleva per qualche momento liberarsi di lei e della sua curiosità; voleva parlare alle donne, prima di andarsene in campagna, alleggerirsi di un peso che gli gravava sull'anima e sul corpo.
— Zia Annia, — disse non senza una certa trepidazione, — bisogna che parliamo di una cosa; e tu, Maria Caterina, mettiti a sedere finalmente.
La moglie non se lo fece ripetere; era una piccola donna pingue e remissiva che sarebbe rimasta tutta la sua vita a sedere senza far niente, felice solo di quello. Sedette accanto a lui e riprese istintivamente l'atteggiamento composto e tragico di quando riceveva le condoglianze.
La vecchia zia Annia continuava invece ad andare e venire appoggiando l'altissima persona scarna e curva a un bastoncino che non lasciava mai: le sue lunghe vesti nere strascinavano per terra, tutte di lana grossa, e pure di lana era il fazzoletto che le circondava il viso grande terreo col lungo labbro sardo e gli occhioni scuri cerchiati.
Andava e veniva; aveva sentito e forse anche capito il richiamo di Zebedeo, ma fingeva il contrario, occupata a riempire d'olio i lumi d'ottone disposti sopra il camino, e una lanterna che serviva alla notte per andare nel cortile o nella stalla.
— Zia Annia, — ripetè Zebedeo sforzandosi a parer gentile, — venite a sedervi qui, per piacere. Ho da chiedervi un consiglio.
Ella depose l'oliera, si pulì le mani, tutto con lentezza, assorta in un suo pensiero dal quale nulla valeva a distoglierla.
Quando finalmente le piacque andò a sedersi anche lei in fondo alla stanza, dove questa si svolgeva in una specie di abside con una finestra adesso chiusa, come tutte le altre della casa, per il lutto.
— Si tratta di quella donna, — disse Zebedeo, — di Lia, dell'amica del beato Basilio insomma.
La vecchia rispose secca.
— Se tu sei uomo di fegato devi trovare subito il modo di farla tacere.
— E come? — egli domandò piccato; — ditelo voi, il come.
— Sai quello che hanno fatto a donna Maria Deliperi, sebbene nobile e ricca. Aveva la lingua lunga e amava gli scandali: ebbene, tu sai quello che gli avversari le hanno fatto. Tu lo sai.
Egli lo sapeva. A questa Donna Maria Deliperi gli avversari avevano fustigato il sedere nudo con una corda di pelo sino a farlo sanguinare; e sulle piaghe vive sparso il sale, in modo che la donna dalla lingua lunga era stata in pericolo di vita.
— Gli avversari di donna Maria Deliperi avevano ragione di farle quanto le hanno fatto. Eppoi erano altri tempi. Io non mi sento da tanto.
— Ma c'è anche il giudice, — propose timidamente la moglie. — Egli condanna le persone diffamatrici.
— Io, — riprese con accento di odio la vecchia, — ho sempre avuto il presentimento che quella demonia ci portasse la sventura in casa. Sempre ce l'ha portata del resto, fin dal malaugurato giorno che fissò gli occhi di serpente sul nostro povero Basilio. Lo aveva incontrato, lo aveva legato a sé con malìe infernali. Ci fu un tempo in cui lo spronava anche al delitto: posso dirvelo in coscienza, perché qualche volta il povero morto aveva momenti di confidenza con me. E mi diceva: zia Annia, forse mangerò il pane del re: vale a dire, forse andrò in prigione. Perché la vipera lo consigliava ad ammazzare il marito non riuscendovi lei con le sue fattucchierie. E il marito lo sapeva e lo sa, disgraziato; per questo, per paura, non è ritornato in paese. Un'altra cosa devo dire....
— Aspettate, — interruppe Zebedeo, infastidito da quel torrente di parole; — tutte queste sono chiacchiere; il fatto è che la donna ci diffama; qualcuno può non credere alle sue storie, ma i più vi credono. Bisogna farla tacere, questo è l'importante.
— Accoppala, ti ripeto; oppure ha ragione tua moglie, diamole querela.
— Oh donna di Dio! — egli sospirò; — il rimedio è peggiore del male.
— Perché?
— Perché se andate a molestare una vipera, questa vi morde con più furore.
— E allora che vuoi fare? Dillo tu.
— Io direi di prenderla con le buone; di aiutarla a campare.
— Ah, Zebedeo! E tu, dunque, te la vuoi mettere in seno, la vipera? Prova, prova: prova e vedrai.
— Infine, non è per lei, è per il bambino. È figlio del povero morto, e dobbiamo aiutarlo.
— Questo è vero. Ma non si potrebbe toglierlo alla donna e prenderlo noi? Basilio gli voleva molto bene, — disse la moglie.
La vecchia non rispose, ma sorrise con compatimento: aveva molto rispetto per Maria Barcai e la considerava come sua padrona; non la contraddiva, ma la compativa per le sue ingenuità. D'altronde anche Zebedeo diceva:
— Non è il caso neppure di parlarne; e non sarebbe coscienzioso il tentare di farlo. Eppoi mi dicono che il ragazzo è molto intelligente e attaccato alla madre.
— E la madre ne farà un nostro nemico, non dubitarne.
— Non ne dubito, no, se non procureremo di evitarlo.
— Ma che cos'è, dunque, che tu vuoi fare? E cedi dunque a quei due l'eredità, — disse la vecchia con ironia rabbiosa.
— Se Basilio avesse disposto così, io sarei pronto ad eseguire la sua volontà, — affermò Zebedeo con grave tristezza.
— Per fortuna Basilio ha lasciato a Dio la cura di provvedere a quella vipera. E Dio provvederà: non provvede a tutte le vipere della terra?
— Zia Annia! questo non è parlare degno di voi. Siete vecchia e vi ho conosciuta sempre saggia e timorata di Dio. Tutti possiamo avere del veleno in cuore; ma sotto il cuore c'è la coscienza.
— È vero, — approvò la moglie.
Anche la vecchia parve colpita dalle parole di lui.
— E di' tu, allora, Zebedeo.
— Io ho detto. Bisogna aiutare la donna e il fanciullo. Bisogna non dare ascolto alle chiacchiere della gente: la gente ha gusto a spandere zizzania. Chiudete la porta alle donne sfaccendate, che vadano all'inferno a chiacchierare con Lucifero. Date retta; chiudete la porta.
La vecchia lo guardava fisso fra curiosa e beffarda: infine domandò:
— Per caso, ci sei stato anche tu nella tana della vipera?
Ed egli arrossì; ma parve un rossore di dispetto, o almeno per tale egli lo finse.
— E se ci fossi stato? Sono forse un uomo che deve aver paura delle vipere? Ne ho ammazzate millanta e una con la punta del mio bastone.
— E ti ripeto che faresti bene, non dico ad ammazzare, ma a pestare la lingua a questa.
— E, perdio, non è quello che dico? — egli gridò. — Ma con le donne bisogna parlare tre ore prima di intendersi. Infine, il fatto è questo: bisogna far tacere la donna aiutandola. Mandiamoci della roba in casa, anche perché il mondo veda. Altrimenti provvederò io: provvederò, anche perché la coscienza così mi detta: ma poi non venite a farmi delle chiacchiere.
Egli alzava sempre più la voce e pareva provasse gusto a gridare, più per gridare, dopo tutti i bisbigli e le parole false di quei giorni, che per affermare la sua volontà.